AHMET ULUCAY

“Se guidi una barca fatta di scorze anguria sei destinato ad affondare presto.

  • Questo dice l’ ironico venditore di angurie a Recep, il ragazzo di bottega che spolvera quei bei globi verde scuro striati di giallo esposti al sole meridiano. Sulla strada assolata passa poca gente, massaie con coloratissime gonne svolazzanti raccolte alle caviglie, un vecchio che assaggia una fetta e dice che ci penserà se comprarlo tutto, un gatto che si stiracchia nervoso vicino al padrone che piange, sul marciapiede di fronte, accucciato con le mani sul viso.

    C’è una bara fatta di quattro assi che aspetta a terra di partire in processione, il drappo verde si gonfia per l’aria, sembra quasi che il morto stia per alzarsi. Passano anche bambini che trascinano con uno spago barchette di anguria.

    Recep porta ogni giorno in una latta scorze per la mucca alla vedova un tempo ricca. In casa ci sono due belle figlie, lui si innamora della grande, lei lo disprezza, un contadino! la piccola s’innamora di lui ma Recep neanche la guarda.

    Storie di piccoli villaggi e di qualcuno che sogna di andarsene. Le donne in città, Recep nel cinema.

Sogna di diventare un movie man, e lo sogna con Mehmet che lavora dal collerico e antipatico barbiere. I due ragazzi camminano ripresi di spalle lungo il binario della ferrovia, é il passo pesante dei contadini, con la giacchetta sul braccio.

“Dobbiamo solo seguire quelle tracce del treno e decollare da qui. Dicono che il dolore del cuore è confortato dal viaggio”.

La luce del giorno è calda, dorata, è la fotografia un po’ retro degli album di famiglia, fatta in un tempo lontano e in un luogo familiare dove, quando scendeva la notte, ci si chiudeva in cantina per cercare di far muovere immagini con spezzoni di pellicole tirate a mano.

Un proiettore di legno e una batteria a conduzione elettrica erano l’unico materiale di scena, lo scemo del villaggio, Omer Deli, l’assistente alla regia, ottenere a mano la formula mistica di 24 fotogrammi al secondo era l’obiettivo mai raggiunto dei due piccoli movie men, sempre che la madre di Recep non facesse una delle sue spedizioni punitive per buttare il mucchio di pellicole nel forno del paese.

“Se solo avessimo qualche soldo potremmo comprare quella telecamera 8mm…”

Karpuz kabugundan gemiler yapmak fu la scoperta nel 2004 di Istanbul Film Festival.

Ahmet Ulucay, regista fino ad allora solo di corti, parlava di sè in un ricordo senza aloni fiabeschi, senza budget miliardari, diecimila dollari, tanto costò mettere in scena un progetto di anni, rallentato da condizioni precarie di salute.

Forse Barchette di cocomero non è il Nuovo Cinema Paradiso dei turchi, certo le piccole gioie dell’infanzia, le delusioni che subito sfumano davanti a nuove speranze e la magia del cinema che ipnotizza i due ragazzi di Tepecik, piccolo villaggio dell’Anatolia che non vedi su nessuna mappa, non porteranno nessuno di quegli attori improvvisati presi dalle case sui red carpet del mondo.

Ahmet Ulucay abita ancora lì, ora certamente è riuscito a comprare una mdp come si deve, il fotografo del paese che lo scacciava dalla vetrina sarà morto e la bella Nihal, chissà, sarà grassa e con quattro figli. Ma il cinema è sempre lì, e le barchette di cocomero non sono affondate come diceva il cocomeraio.

Fuori della finestra della cantina buia si può continuare ad immaginare di vedere la neve fitta anche d’estate:

… una terribile tempesta di neve fuori. Il lavoratore del mulino si alza dal suo letto. L’ uomo sta gridando da un lato e la tempesta dall’altro lato …

Un abbozzo di sceneggiatura per chissà quale progetto da imbarcare sulle barchette di anguria!

Karpuz kabugundan gemiler yapmak – Turchia, 2004

di Ahmet Ulucay

con Fizuli Caferof, Mustafa Çoban, Gülayse Erkoc, Hasbiye Günay

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