Ali Aydin

La Settimana Internazionale della Critica a Venezia 2012 apre ai Turchi con Küf di Ali Aydin, opera prima che ha tutte le credenziali per non sfigurare di fronte a colossi come Ceylan, Erdem, Guney.

E le ragioni sono tante.

Aydin è molto giovane, ma ha ben assimilato il meglio di una cinematografia che, fra mille difficoltà, è riuscita a non perdere mai di vista le ragioni del suo impegno civile.

La storia travagliata della Turchia, paese ancora oggi pieno di contraddizioni, è humus al quale questa nuova generazione di registi attinge con sapienza ed equilibrio, passione e scarsità di mezzi (rare le coproduzioni internazionali, spesso, come per Küf, è la Germania ad intervenire).

Aydin è una promessa sicura per il cinema, e non solo turco.

La cifra stilistica, prima di tutto.

Far riconoscere a partire dalla prima inquadratura l’appartenenza ad un’area culturale è un merito, è comunicare col pubblico usando la propria lingua e affermando la propria identità, ma significa anche esporsi, aprirsi ad un orizzonte molto vasto che deve capire, interpretare, valutare.

In Küf questo succede.

Appena la luce riempie lo schermo vediamo bambini rotolare vecchi copertoni giù per un pendìo, fino al binario di una ferrovia che sembra dimenticata dai treni, e sentiamo solo il fruscio in presa diretta di foglie mentre il cielo è carico di nuvole brontolone. Riconosciamo quella terra, così impregnata di umori forti, filmata tante volte, ora a fare da sfondo, ora da protagonista. La riconosciamo nel colore delle immagini, caldo, naturale,  riprese che sanno di “fatto in casa”, come il pane.

Non è usato il digitale, nell’incontro con il pubblico gli attori hanno parlato della difficoltà tutta artigianale di girare in 35 mm, soprattutto quei lunghi piani sequenza (il primo è di 14 minuti e mezzo).

C’è poi il rapporto fra tempo e durata.

Filmare i sentimenti è un’equazione difficile, il rischio di enfatizzare o impoverire è forte.

Mettere in scena lo squallore del presente in segmenti desertificati di vita, e riuscire con questo a parlare di un’epoca e di un popolo è una grande scommessa per un regista.

Il tempo della Storia nella durata di una ripresa.

Aydin sembra farcela. In quelle lunghe scene fatte di silenzio (il silenzio in Küf è più importante dei suoni) poche frasi, visi chiusi, gestualità al minimo, continue ripetizioni, come un mantra, un tic, si fanno largo correnti carsiche di emozioni e le parole restano sotterranee e chiedono alle immagini di parlare.

Parlare di Basri (Ercan Kesal, già Servet ne Le tre scimmie di Ceylan), guardiano ferroviario addetto al controllo dei binari.

Cosa fa? Li percorre a piedi, ogni giorno, per chilometri, e segnala ostacoli ai treni, se ne vede. A quei copertoni finiti sui binari, infatti, i monellacci hanno appiccato il fuoco e lui avrà un gran da fare a spostarli con un bastone. Fuoco, fumo nero denso, altri falò a bruciare stoppie in lontananza e lui, col suo silenzio, la sua testa tonda tonda piantata sul corpo massiccio.

Il film inizia così.

Basri ricorda Rod Steiger ne L’uomo del banco dei pegni, e la somiglianza non è solo fisica, c’è in loro una somatizzazione del dolore che li accomuna, un dolore pietrificato, senza voce, inesausto.

Basri vive solo e aspetta, da diciotto anni, di avere notizie del figlio, mandato a studiare a Istanbul e sparito al terzo anno di corso, messo dentro per attività antigovernative, e da allora nessuna traccia.

La madre ne è morta, aveva solo quarat’anni, e lui è rimasto lì, in attesa e in un isolamento voluto. Ogni mese, da diciotto anni, invia due petizioni al governo, non si è mai arreso. La speranza che il figlio sia vivo è minima ma sopravvive, come ogni speranza, il bisogno di dargli sepoltura, se è morto, è forte, comunque non accetta che si perda nel vento e nel ricordo.

Küf filma il presente visibile, i desaparecidos non hanno immagini e la violenza non si puo’ rappresentare, è soggettiva e Aydin rifiuta didascalismi, storie esemplari e ricatti emotivi.

Quello che c’è alle spalle di Basri si svela per sottrazione, ma finisce per raccontare una tragedia collettiva, pur rimanendo legato alla storia semplice di un povero diavolo in un paese cosiddetto normale, dove la vita continua come sempre e non è scenario di situazioni estreme.

Alle spalle di Basri c’è un tempo di repressioni brutali, gli anni novanta, interrogatori che finivano in “cantina”, bodrum è la parola turca, e Basri l’ha provata perché era un padre, e osava chiedere che fine avesse fatto il figlio.

Le “madri del sabato” di fronte al liceo Galatasaray allora facevano il paio con quelle di Plaza de Mayo nel Cile di Pinochet.

Basri vive con una radiolina russa che porta sempre con sè, gracchiante, ma gli basta per sentire le notizie da Istanbul.

Il commissario di zona è Muhammet Uzuner, in Once upon a time in Anatolia di Ceylan era il dottor Cemal, qui è il poliziotto, ma la malinconia è la stessa, huzun, difficile scrollarsela di dosso, anche se si recita in un ruolo da “cattivo”, e lo sguardo ha la stessa contrazione dolorosa.

Ora che gli anni si sono accumulati Basri è anche un po’ guardato come un caso clinico.

Durante quei 14 minuti e mezzo del piano sequenza iniziale, seduti di profilo davanti alla scrivania per l’ennesimo e stanco interrogatorio, c’è spazio anche per una battuta: “Perché porti sempre quella radio? devi sentire la musica sui binari?”.

Ma Basri non sa più cos’è un sorriso, il suo orizzonte confina totalmente con il pensiero del figlio, null’altro che conti, riesce a scatenare la sua furia solo la sciocca derisione di Cemil (Tansu Biçer), collega ubriacone e miserabile, una figura alla Hugo tratteggiata con sensibilità espressionistica.

Basri è anche malato, a volte cade a terra, in casa o sui binari, in una convulsione violenta, sembra epilessia ma è qualcos’altro, è la difficoltà a esistere, il male che porta il dolore di una perdita e che, a tratti, supera il livello di guardia.

Un giorno la radiolina porterà a Basri la notizia, una fossa comune è stata trovata a Istanbul.

Quindi il commissario, questa volta lui a casa di Basri, con una carta d’identità gualcita e macchie di muffa dappertutto.

Küf è muffa, mold, “nome comune attribuito a varie specie di funghi, filogeneticamente molto diversi, che formano un micelio, abbondante e non molto compatto, sulla superficie di organi vegetali o animali e delle più svariate sostanze organiche in decomposizione, su cui vivono da saprofiti, o, più di rado, da parassiti (da Treccani)

o, per dirla con Dante, Inferno, XVIII:

Luogo è in inferno detto Malebolge, 


tutto di pietra di color ferrigno, 


come la cerchia che dintorno il volge.

………………

Le ripe eran grommate d’una muffa, 


per l’alito di giù che vi s’appasta, 


che con li occhi e col naso facea zuffa.

Mold – Küf Muffa

Turchia, Germania, 2012 durata 94’

di Ali Aydin con Ercan Kesal, Muhammet Uzuner, Tansu Biçer

 

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