VENEZIA76 – concorso- Il sindaco del rione Sanità di Mario Martone

Eduardo De Filippo: “Io ti dico che l’uomo è uomo quando non è testardo. Quando capisce che è venuto il momento di fare marcia indietro, e la fa. Quando riconosce un errore commesso, se ne assume le responsabilità, paga le conseguenze, e non cerca scuse. Quando riconosce la superiorità di un altro uomo e ce lo dice. Quando amministra e valorizza nella stessa misura tanto il suo coraggio quanto la sua paura”

Le parole con cui Eduardo, nel 1960, delineava il profilo di quest’uomo d’altri tempi, il “sindaco del rione Sanità”, tornano più volte in questa trasposizione cinematografica di un lavoro già presentato nel 2018 al Piccolo Teatro Grassi di Milano con gli attori di Nest, “teatro di periferia e sfide”, quando per la prima volta Martone scelse Eduardo.

Portarlo a Venezia e al cinema era un’opzione naturale per parlare di oggi, usando quel teatro a cielo aperto che è Napoli e il suo cantore più celebre.

Ma non fosse per il profilo inconfondibile del Vesuvio negli esterni (pochi, molto si consuma fra quattro mura, un terrazzo con vista mozzafiato sulla città e qualche vicolo del rione Sanità) potrebbe essere un posto qualsiasi, le targhe identitarie saltano quando in ballo c’è quel processo di globalizzazione che tutto mescola e stravolge, e parole come Nord e Sud restano segnalatori geografici e poco altro.

Non è solo camorra, questa, è la multinazionale del crimine che a Napoli ha ancora il colore e il dialetto dell’antica guapparia, ma si avverte un cambiamento profondo di codici comportamentali.

Oggi figure come quella di Antonio Barracano segnano la distanza dei tempi fra il vecchio e il nuovo e il “sindaco” di Martone non è più l’anziano personaggio di Eduardo.

Antonio (Massimiliano Gallo) è un giovane quarantenne, bel fisico plasmato dal body building mattutino sul terrazzo del villone che si è fatto costruire sulle coste del Vesuvio, arredato in bianco minimal da Armida, la vistosa moglie bruna graffiata in petto da Malavita, uno dei due rottweiler che Antonio ama come figli.

Antonio vive una vita opulenta, ha proprietà immense che dal Vesuvio arrivano fino alla costa, è un imprenditore della malavita che ha costruito il suo successo amministrando quella specie di anti-Stato che protegge, dà lavoro, interviene con polso fermo e mezzi sbrigativi dove non c’è altro a dare alla gente la tutela del diritto e della legge.

In questo senso la sua figura si ammanta di sicura sacralità, è un intoccabile protetto dalla sua corte, amato dalla famiglia, dispensatore di consigli, protezione e denaro.

La sua “saggia” amministrazione della violenza è quella di un boss che opera in un tessuto sociale così degradato e immiserito, economicamente e moralmente, da non avere più punti di contatto con il Don Antonio di Eduardo.

“ Don Antonio – coglieva Renzo Tian a proposito del personaggio di Eduardoè qualcosa di assai diverso da quel capocamorra che all’inizio sembrerebbe che fosse: egli è un visionario che cerca di ristabilire nel mondo un ordine andato fuori sesto”.

Per Eduardo Don Antonio “non è un “padrino” ma un uomo che ha vissuto sulla propria pelle l’ingiustizia e che, per amore della giustizia e sfiducia negli uomini, se la fa da sé con i mezzi a propria disposizione”

Per l’Antonio Barracano di Martone va subito rimosso quel “Don” di rispetto, lui è un figlio perfettamente integrato nella violenza del terzo millennio, esemplare di quella categoria di nuovi boss che vivono fuori dalle carceri di massima sicurezza in ricche magioni dall’arredo opulento, la cui ferocia è cresciuta in sintonia con i patrimoni esibiti en plein air.

Tutto cambia e si aggiorna e i vecchi malavitosi dei quartieri poveri sembrano cartoline romantiche.

La Napoli di Martone non è quella di Gomorra, che pure esiste e se ne avvertono le piaghe verminose, ma sembra come assopita e anestetizzata, connivente e convinta che il mondo possa girare solo così.

Unico ma tardivo personaggio “contro” è il medico, Fabio Della Ragione (Roberto de Francesco), un personaggio di rottura che vorrebbe chiudere, espatriando in America, la sua “carriera” all’ombra del boss, passata a dare man forte al potere di Antonio curando ferite e ricucendo pezzi. Capirà ben presto che non può farlo, da quel girone non si esce se non è Antonio a volerlo.

E Antonio glielo consentirà, l’esito tragico della sua vita gli offre anche la possibilità di un gesto che, paradossalmente, si può definire generoso.

In questo senso le parole di Eduardo possono essere assunte anche per il “sindaco” di Martone:“Io ti dico che l’uomo è uomo quando non è testardo. Quando capisce che è venuto il momento di fare marcia indietro, e la fa”.

Resta la domanda: Eduardo e Martone, a sessanta anni di distanza, s’incontrano per dirsi la stessa cosa?

Violenza di strada e conflitti intergenerazionali, guappi di periferia ignoranti come capre, faide sanguinose e guerra di bande, pistole usate come giocattoli dopo feste alcoliche e drogate, l’ignoranza eretta a sistema, la connivenza praticata come una fede, il potere che dai piani alti guarda con paternalistico sguardo feroce la debole acquiescenza dei nuovi schiavi.

No, purtroppo dicono cose molto diverse, ma forse, ed è l’occhio convinto di Martone a capirlo, questo mondo oggi non è che il derivato di quello, forse la cancrena è partita in sordina proprio da lì e ora non resta che amputare… o andare al cinema, a rabbrividire.

Il sindaco del rione Sanità

Italia 2019 durata 115′

Regia di Mario Martone

Con Francesco Di Leva, Massimiliano Gallo, Roberto De Francesco, Adriano Pantaleo

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