Fatherland di Pawel Pawlikowski

Un viaggio, reale e immaginario non importa, di Thomas Mann nel 1949 in una Germania ancora sconvolta dal lascito della guerra, divisa in due non ancora dal muro ma da ideologie che più di un muro staranno in piedi troppo a lungo.
Mann ha lasciato l’America dove espatriò nel ’33, pochi giorni dopo l’incendio del Reichstag con Hitler già al potere, e ora il ritorno in Germania per ricevere il premio Goethe a Weimar è profondamente segnato dalla storia, pubblica e personale, di quei diciassette anni.
La famiglia è divisa, il figlio Klaus non lo raggiungerà e la notizia del suo suicidio a Cannes lo coglie durante i festeggiamenti che la Germania ha organizzato in suo onore. Lo accompagna la figlia Erika, un’Antigone dei nostri tempi, fedele al padre ma chiusa in un bozzolo di cupa tristezza che nulla riesce a sciogliere. Sfogherà ia sua rabbia solo quando l’ex marito Grundgens, nazista scampato come tanti ai tribunali, si presenterà alla festa con spavalda noncuranza.
Un utile schiaffone, poi, dalla finestra della sua camera, Erika urla a giovanotti schiamazzanti “Fate silenzio, luridi nazisti”.
Unici momenti di alterazione, padre e figlia scorrono sulla Buik nera con poche parole. Lo sfascio della famiglia, le sorti di un paese un tempo creduto sede della più alta Kultur e ancora pieno di macerie che ricordano gli scenari di Germania anno zero, il premio Goethe e il suo discorso a Weimar, tutto suona come un triste epicedio cantato da un vecchio cantore, un tempo vanto e gloria di quel Paese.
Mann non può raccogliere l’eredità di Goethe in un mondo che quell’eredità ha tradito nel modo più orribile. Ora non ha più una casa dove tornare, la figlia gli dice “Torniamo a casa” e lui risponde “In quale casa?”.
Klaus si è ucciso, lui sì ha scontato l’orrore di cui si è macchiato il suo Paese e la vergogna che ora pesa e peserà sulle generazioni future. L’America non è il suo mondo, e anche lì si stanno aprendo scenari difficili da sopportare. La Germania sovietica sta cominciando a far vedere di quali metodi si nutre il potere, la villa di Weimar, il bellissimo giardino delle passeggiate di Goethe, ormai appartengono ad un passato sepolto,
Solo la musica eterna di Bach, l’unica che rasserenava Klaus nei suoi ultimi giorni, ora unisce padre e figlia con Jesus bleibet meine Freude “Gesù rimane la mia gioia”, in quel magnifico finale per organo nella cattedrale diroccata.
Lì Thomas Mann piange.
Il polacco Pawlikowski conosce a fondo la Germania del dopoguerra, il suo Paese e quel che resta di un’Europa che sembra aver perso i fondamenti della sua civiltà.
Con Fatherland chiude il trittico aperto da Ida e Cold War.
Ci chiediamo se getterà lo sguardo sul tempo successivo, certo vedrà quello che si legge nello sguardo senza speranza del suo Thomas Mann.
__________________________
Fatherland
Italia, Polonia, Francia, Germania
durata 82′
Titolo originale 1949/Vaterland
Regia di Pawel Pawlikowski
Con Anna Madeley, Sandra Hüller, August Diehl, Theo Trebs, Devid Striesow, Hanns Zischler