1 Nostalgia di terre lontane (Fernweh) 

1919-1928   

Primo capitolo della saga, Fernweh c’introduce nell’ambiente che sarà costante base di osservazione di Reitz per tutta la prima parte dell’opera.

9 maggio 1919, un venerdì.

Paul Simon torna dalla Grande Guerra. Ha marciato sei giorni per arrivare dalla Francia all’Hunsrück.

Schabbach è un piccolo villaggio immaginario nella regione agricola dellla Renania Palatinato ed ha pagato il suo tributo alle logiche del potere perdendo alcuni figli (un cippo ne ricorda i nomi al centro della piazzetta e spesso lì intorno qualcuno, scampato al massacro, dice contento e rattristato insieme: “Potevo esserci anch’io!”).

Mathias il padre e la madre Katharina, la sorella Pauline e il fratello Eduard, i compaesani tutti lo accolgono con la tranquilla e ruvida semplicità di un mondo contadino in cui il tempo scorre eternamente uguale, con le sue opere e i suoi giorni, e la vita e la morte sono vissute ancora come momenti ineluttabili di un ciclo naturale, accettato con quieta consapevolezza.

Reitz affida ai primi piani tutto quello che le parole non basterebbero a dire.

C’è il sorriso di Katharina “Paul è tornato!,  quello di Mathias, “Dio sia ringraziato!”, e continua a battere il ferro che si accende di un rosso incandescente prima che torni il bianco e nero, prevalente in tutta la prima parte di Heimat; c’è Maria, da sempre segretamente innamorata di Paul, che lo guarda passare inosservata.

Ora Paul siede in cucina, appoggiato alla colonna con lo sguardo vuoto, come angosciato.

Impossibile capire, per il coro di compaesani che fa da sfondo, i suoi silenzi, quell’estraniarsi improvviso, vedendo a tratti il fantasma di Helmut, l’amico morto in guerra.

Paul ha vissuto la prima delle grandi esperienze devastanti del XX secolo, l’uomo/macchina di morte, ha visto cos’è combattere e morire senza sapere per chi e per cosa, ha assistito agli orrori di quella Grande Guerra a cui l’Europa arrivò, inconsapevole e come svagata, sulle note dei valzer viennesi.

Archiviata l’età degli eroi e della guerra “…sola igiene del mondo”, Paul Simon è riuscito a tornare al paese perché solo per caso non è diventato carne da macello in quella che fu la prova generale del grande massacro successivo.

Il suo straniamento è ora la sua pena.

Siede muto al tavolo della grande cucina, mentre davanti a lui sfilano facce che sembra non riconoscere, ed Eduard, il fratello, legge sul giornale accanto alla finestra:

A Londra il 1 maggio, festa dei lavoratori, è passato quasi inosservato”.

Piccoli segnali della grande Storia, che Reitz coglie nel fluire quotidiano della vita.

A Monaco gli Spartakisti hanno rapinato i passeggeri di un tram”, continua Eduard.

Nel villaggio la vita va avanti immutata, ma i tempi stanno davvero cambiando.

Wiegand, il borgomastro, è ben avviato sulla strada che ne farà uno dei sostenitori del terzo Reich, in rombante motocicletta prima, bella automobile poi. Il figlioletto, Wilfried,  viene cresciuto come si conviene a chi un giorno sarà un fiore all’occhiello della Hitlerjügend, ed in qualche discorso ufficiale di notabili del paese già si colgono segnali di insofferenza  per le scelte della fragile Repubblica di Weimar:

Ora siamo schiavi di quella ridicola pace di Versailles che vuole speculare su tutto il popolo tedesco. Ma un giorno la Germania evocherà un genio dal suo sangue, un genio che ci libererà da questo carcere di umiliazione come un salvatore. Già da lontano s’intravede la sua figura luminosa. Allora ci sarà la pace, una pace che servirà a dare un solido futuro al nostro Reich e che influirà sul corso della storia mondiale”.

C’è inquietudine in giro, i riti della collettività proseguono come sempre, ma si avverte l’aria pesante della quiete prima della tempesta.

Paul cerca di integrarsi in quel mondo che non gli appartiene più, costruire radio e fare esperimenti nel mondo delle trasmissioni via etere è la sua passione, ma poi c’è da lavorare nei campi, aiutare il padre nella bottega di fabbro.

Il suo bisogno di altro, forse di fuga, lo spinge a cercare la pace per la sua inquietudine in una donna, Marie Wiegand, che gli dà due figli, Anton ed Ernst.

Passano gli anni, siamo nel 1928, nove anni dal ritorno e la vita che si stringe intorno a lui, come la trappola per la martora che costruisce, l’ultimo giorno a casa.

C’è un nuovo orizzonte che si sta aprendo all’Europa, è l’America, il mondo esterno si insinua nella quiete dell’Heimat, e l’assedio non finirà più.

Ora è chiaro il senso di Fernweh, nostalgia, sì, ma di fuga, allontanamento, struggente e indefinito desiderio rivolto al futuro, non dunque Heimweh,che ha la radice di Heimat, è Senhnsucht, saudade, qualcosa che  avvicina in questo momento Paul ad un altro grande personaggio di HEIMAT 2, Juan Ramon Fernandez Subercaseau.

HEIMAT può essere anche bisogno di fuggire, dunque, alla ricerca di una patria che si senta più propria, e fuggirà anche Hermann, tanti anni dopo:

Quando un tedesco si trova, per esempio, in America, può dire la Germania è la mia Heimat. Trovandosi in Germania dirà: l’ Hunsrück è la mia Heimat. Trovandosi nell’ Hunsrück dirà che un certo paese è la sua Heimat. Vivendo in questo paese chiamerà la sua casa  Heimat. Arrivando in questa casa scapperà il più presto possibile, vedendo che in questa casa non si trova niente di tutto ciò che per lui è collegato a questa parola” (E.Reitz, La storia  e le storie. Conversazione con E.Reitz, in Cinemasessanta, ge-fe 1985)

E così un giorno Paul Simon esce di casa, al padre dice che va a bere un birra, lo rivedranno dopo diciotto anni e sarà “l’Americano”.

Paul alla fine trova la sua strada, Juan Ramon resterà sempre un Pierrot lunaire.

Sulla trappola per la martora che aspetta in cortile scorrono i titoli di coda.

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Indice HEIMAT 1