L’hangar rosso di Juan Pablo Sallato

È possibile che ci annientino, ma il domani apparterrà al popolo, apparterrà ai lavoratori. L’umanità avanza verso la conquista di una vita migliore. […] Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore.
(Estratto dall’ultimo discorso radiofonico di Salvador Allende, poche ore prima della sua morte, l’11 settembre 1973).
Settembre 1973, Santiago del Cile.
ll capitano Jorge Silva, militare dell’Intelligence aeronautica, fedele ad Allende cui ha salvato la vita in un attentato di qualche anno prima, esce di casa dopo aver salutato la giovane moglie e va al lavoro in caserma.
Qualcuno l’ha chiamato al telefono di notte per avvertirlo che qualcosa si sta preparando. Lui non vuole ascoltare, deve stare al suo posto e fare il suo dovere.
Un giovane sergente appena arrivato dalle regioni del sud (il Cile delle città di miseria, delle poblaciones che amavano Allende), incontra Silva che gli dà un passaggio.
E’ felice, farà il paracadutista come Silva, il suo mito. Jorge parla pochissimo, si guarda intorno e capisce, l’Hangar è pieno di uomini stesi a terra con le mani sul capo, arrivano camion e scendono mucchi di giovani, spintoni e bestemmie.
E’ il golpe, la Moneda è andata in fiamme, Allende ucciso.
Jorge guarda in silenzio, e il suo sguardo sarà il filo rosso di tutto l film.
Nessuna spettacolarizzazione, nessun affondo nell’iconografia della resistenza civile, un bianco e nero asfittico penetra nelle pieghe di uomini da una parte e dall’altra, carnefici e vittime, tutto ha il sapore dell’incubo, quando il male è sopra, dietro, intorno e tu non sai che fare.
Il giovane sergente vomita ma deve obbedire agli ordini e guidare il camion.
Aveva visto giusto, il mattino, quando, perplesso, aveva detto a Jorge: “Non immaginavo a Santiago questo silenzio, le strade vuote…”
Il silenzio di Santiago
La persona morta e amata è Allende. Il suo silenzio. che avvolge quella parte di popolo che sognò con lui, domina il Paese dal vuoto degli incendi della Moneda e la sua figura, qualsiasi cosa faccia l’attuale governo per coprirla di ignominia e discredito nel modo più volgare, acquista autorità ogni giorno di più.
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Sospendiamo un attimo di parlare del film, che registra magnificamente quei giorni, per ricordare Allende con Gabriel Garcia Marquez::
“Resistette per sei ore, impugnando il mitra che gli aveva regalato Fidel Castro, fu la prima arma che Salvador Allende usò in vita sua. Il giornalista Augusto Olivares che rimase al suo fianco sino alla fine, ricevette numerose ferite e morì dissanguato in un ambulatorio pubblico. Verso le quattro del pomeriggio, il generale di divisione Javier Palacios, riuscì ad occupare il secondo piano, con il suo aiutante capitano Gallardo e un gruppo di ufficiali. Lì, tra le poltrone finto Luigi XV, il vasellame di dragoni cinesi e i quadri diRugendas del salone rosso, Salvador Allende stava aspettandoli. Aveva un casco da minatore, stava in maniche di camicia, senza cravatta e con i vestiti macchiati di sangue. Impugnava il mitra. Allende conosceva il generale Palacios. Pochi giorni prima aveva detto ad Augusto Olivares che quello era un uomo pericoloso, perché manteneva stretti contatti con l’ambasciata degli Stati Uniti. Come lo vide apparire dalla scalinata, Allende gridò: “Traditore!” e gli riuscì di ferirlo ad una mano. Allende morì a seguito dello scambio di raffiche con questa pattuglia. Poi, tutti gli ufficiali, quasi seguendo un rito di casta, spararono sul suo corpo. Alla fine, un ufficiale lo sfigurò con il calcio di un fucile. Esiste una fotografia: la scattò il fotografo Juan Enrique Lira, del giornale El Mercurio, l’unico autorizzato a fotografare il cadavere. Era tanto sfigurato che, alla signora Hortensia, sua moglie, mostrarono il corpo solo quando stava nella bara. E non permisero che scoprisse il volto.”
(Gabriel García Márquez)
Juan Pablo Sallato, regista al suo primo docu-film presente alla Berlinale 2026, torna a quei giorni con la narrazione sobria che un ricordo mai rimosso impone, in una riflessione sul presente e sulle dinamiche del potere, della paura, “del servo encomio e del codardo oltraggio” sempre all’ordine del giorno nel consorzio umano, e in modo particolare nel secolo scorso.
A Silva non serve molto per immaginare il suo futuro, ma prima cerca di salvare qualche vita, fino a quando il suo ruolo permette.
Poi l’impotenza del singolo di fronte al male, al sopruso, alla violenza impone il silenzio delle scelte estreme. E la pesante porta dell’ hangar rosso si chiuderà alle sue spalle.
L’avevano ribattezzato “rosso”, i generali golpisti, bisognava estirpare alle radici il pericolo comunista. Buoni discepoli del maccartismo di recente memoria, grandi viaggiatori tra Cile e Stati Uniti, misero a buon frutto le tecniche apprese.
Ma come questo film di Sallato dimostra, ci sono semi che non muoiono.
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“Come Giacomo Matteotti Allende andò consapevolmente incontro al suo tragico destino. Egli, come Matteotti, ha gettato tra la libertà e la dittatura il suo corpo – ridotto ormai a una macchia di sangue dalla selvaggia aggressione – perché esso fosse il primo spalto della lotta dei cileni contro la dittatura.”
Sandro Pertini
E voglio ricordare un grande scrittore italiano, Goffredo Parise, che vide da vicino quei fatti e scrisse analisi da conservare a futura memoria:
“C’è amore nelle parole di Parise, ma anche la lucida consapevolezza di chi vede con acuta intelligenza la vera cancrena delle società contemporanee, la crisi individuale e collettiva, non solo cilena. Una crisi culturale e morale dei valori della libertà e dei diritti dell’uomo: questa crisi va di pari passo con le leggi dell’eccesso di produzione, di consumo e di profitto in costante accelerazione, che sono i valori alternativi e nefasti del mondo in cui viviamo”
da Paola Di Giuseppe, L’erba è verde – Viaggi e approdi di Goffredo Parise, pg. 74, ed. CN 2026