Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis

 

“Oggi quanti sono i sopravvissuti a Gaza che non possono fare i testimoni perché non ci sono tribunali che li ascoltino?”

Il dovere di testimoniare è un imperativo categorico, quello che ha spinto Bechis (recluso per quattro mesi dai generali golpisti argentini e sottoposto a torture all’età di 22 anni) e altri come lui a tornare nel 2010 dove non avrebbero mai voluto tornare e puntare il dito contro i  macellai.

Ma Bechis sa bene come non sia facile, come le resistenze che la memoria impone a chi ha vissuto esperienze così tragiche siano quasi insormontabili.

Anche i sopravvissuti ai lager nazisti spesso non vollero parlare, quasi che riportare alla mente e dare parole all’indicibile fosse ulteriore sofferenza.

Ma dimenticare è impossibile, e se un tribunale c’è bisogna che i colpevoli siano condannati.

Se un tribunale c’è e ci siano giudici che ascoltino.

L’impegno civile e morale di Bechis, in tutta la sua carriera, è stato sempre in prima linea, sa bene quanto il cinema possa trasmettere conoscenze, messaggi, parlare alle coscienze. Forse più di tanto bla bla bla televisivo e giornalistico.

Dunque torna in Argentina, a Buenos Aires, e stavolta il garage Olimpo (che nome blasfemo!) ce lo fa vedere ben bene al suo interno.

Mariano Serra, interpretato da un bravissimo Adriano Giannini, è un sopravvissuto che torna dopo circa trent’anni per testimoniare,

Serra è un simbolo, la sua vicenda adombra quella di tanti altri, non importa sapere se sia personaggio storico o fiction, di quel passato si fa solo cenno, è una macchia nera indelebile, è lì, immobile, eterna.

Qualche flash, l’interno del memoriale che oggi è il Garage Olimpo, l’interno della pancia dell’aereo in cui erano stipati i condannati ad essere buttati nell’Oceano, qualche commento “Quando cadevano a quella velocità in mare il corpo si disintegrava”, una donna che finalmente ha deciso di aggiungere alle testimonianze precedenti anche quella di essere stata stuprata (tanto ancora quel reato è vissuto come colpa dalla vittima e procura vergogna).

Insomma, il passato torna a pillole, il film vuol lavorare piuttosto sulle coscienze e le reazioni emotive di quegli uomini, sull’essere sopravvissuti e sentire questa cosa quasi come colpa.

Serra era un ventenne che visse due anni nel garage. Ne subì  tutto l’orrore, ma si salvò. Per salvarsi scese a compromessi, ed è questo che sente come colpa.

Nel suo viso segnato dal tempo c’è tutta la sofferenza di quei giorni del 2008, in giro per una città che sembra ferma nel tempo, vicoli maleodoranti, gran file di auto e macchine silenziose da cui ti aspetti ancora che escano uomni per rapirti e chiuderti nel bagagliaio, Buenos Aires continua ad avere un’aria minacciosa e non a caso Bechis ha detto “Oggi, rispetto al Presidente Milei e alla diffusione delle nuove autocrazie, credo che siano dei fenomeni social. Se Milei è stato eletto è perché i 20enni, trasversalmente, dai più ricchi ai più poveri, hanno votato per un fenomeno social. Se rimaniamo rinchiusi in noi stessi, senza aprirci agli altri, finiremo per essere una dittatura. L’Europa sarà una dittatura

Questo è stato il suo intento, parlare ad un  presente che vede in costante pericolo, e se è vero, come afferma Montale, che “La storia non è magistra di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve a farla più vera e più giusta”,  è altrettanto vero che il sopravvissuto sarà pure “l’ectoplasma d’uno scampato che non sembra particolarmente felice”, ma cosa resta all’uomo per sentirsi uomo? E’ poco? E’ una goccia nell’Oceano del gran male del mondo? Assolutamente sì, è pochissimo, ma ce lo facciamo bastare.

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Ritorno a Buenos Aires

talia durata 104′

Regia di Marco Bechis

Con Adriano Giannini, Ana Celentano, Vero Geréz, Olivia Nuss, Adriàn Fondari

 

 

 

 

 

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