2. Il centro del mondo (Die Mitte der Welt )

1929-1933

Paul ha lasciato Maria e i due figli e sembra sparito nel nulla,

l’America è troppo lontana, anche solo per immaginarla.

Per poco ancora lo vediamo a Ellis Island, un gruppetto di emigranti italiani canta “…. mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar…..”, sullo sfondo, nella foschia, la statua della Libertà tende in alto la fiaccola.

Si è fermato da un barbiere italiano; uno strano tipo legge il giornale in un angolo, sembra anche lui tedesco, gli chiede perché ha lasciato la sua patria, Paul lo incuriosisce, vuol sapere cosa l’ha fatto andar via.

Sono stati gl’ismi?” gli chiede.

Cosa sono gl’ismi? ”

Paul guarda il giornale che l’uomo gli tende continuando a parlare: “Arrivismo, futurismo, comunismo o il simbolismo, l’espressionismo, il nichilismo, lo scetticismo, il socialismo, il sionismo… oppure è stato soltanto… l’egoismo. Sì anche tu sei una parte di quell’energia vitale che la nostra patria ha generato e che dopo si andrà a disperdere qui, nel paese della sedia elettrica”.

Lui è lì da quando in patria l’hanno dichiarato pazzo, così racconta, in America questo non sarebbe successo, di passare così, per pazzo! D’altro canto, però, in patria l’assassino dell’imperatrice Elisabetta non è stato giustiziato perché lì non c’è la pena di morte … mah, chissà dove si sta meglio al mondo? E poi, quando era in patria, è stato anche ferito in trincea:

Lo sapevi che eravamo costretti a raffreddare le nostre mitragliatrici con l’orina? E sai perchè? perché non avevamo neanche l’acqua … e la tua famiglia, l’hai lasciata in patria?”

Ho camminato, camminato e camminato, ho cercato di pensare, ma le mie gambe andavano avanti da sole e la mia testa era vuota, non potevo farci niente, solo camminare ….” risponde Paul, lentamente.

A Schabbach la vita è sempre la stessa, la sera gli uomini si raccolgono in piazzetta a far chiacchiere.

Il giorno del passaggio a cavallo di quella misteriosa straniera venuta da Parigi e diretta a Berlino si sono fatti in quattro per servirla. Quello strano passaggio consolida in loro la convinzione che Schabbach è il centro del mondo, anzi, il sapientone Wiegand traccia una linea nella polvere:

 “Qua c’è Parigi, qua c’è Berlino e qua c’è Schabbach … e se tiro una linea dal polo nord al polo sud, al centro c’è proprio Schabbach”.

I figli di Paul, Anton ed Ernst, crescono all’ombra della madre, Maria, donna forte e serena, che soffre senza far drammi e custodisce per i figli la speranza del suo ritorno, trasmettendo loro la passione paterna per l’esplorazione dell’etere con rudimentali baracchette per radio amatori.

Anton ha ereditato dal padre la passione per la tecnica, nel capitolo successivo lo vedremo proiettare agli amici nel fienile spezzoni di cinegiornali.

In lui Reitz ritrova sé stesso adolescente, “… da piccolo ero stato un fotografo dilettante e già a dodici anni mi ero costruito un minuscolo laboratorio fotografico; inoltre possedevo un proiettore giocattolo a 35 mm e degli spezzoni di film di propaganda nazionalsocialista, per esempio un discorso di Hitler, scene delle Olimpiadi del ’36 ecc.” (EReitz, Sedici ore di rabbia, in BiancoØ nero, n.1,1985)

Eduard, fratello di Paul, malato di polmoni, è sparito dalla scena per un po’ e torna ora da protagonista. La vendita della poca terra vicino al ruscello dove andava sempre a cercare inesistenti pepite d’oro è servita a pagare le sue cure ai polmoni.

E’ a Berlino, con quell’aria sempre un po’ attonita, da ragazzone di paese che non ha mai visto il mondo. Sembra che le cure gli abbiano giovato, al punto che non si tira indietro quando le allegre comari di un bordello lo invitano dentro perché fuori fa tanto freddo.

Nella sua vita entra ora Lucie, bionda e spumeggiante maitresse della maison, sempre sorridente, convinta di aver accalappiato il proprietario terriero che la toglierà da quella vita.

Fra una moina e l’altra della donna, Eduard ascolta distratto i discorsi di attempati berlinesi che nel salottino, fra bibite e signorine poco vestite, commentano soddisfatti la recente nomina a cancelliere di Hitler:

Noi nazionalsocialisti abbiamo pronta già da anni una medicina contro i mali dello spirito, una medicina mortale con un bel teschio sull’etichetta per tutti i bolscevichi e i parassiti del popolo, Orgoglio di classe e fesserie del genere per noi non esistono, il nostro Fürher, Adolf Hitler, è un semplice uomo del popolo”.

Il lavoro di seduzione di Lucie su Eduard non costa molto, basta una serata nel suo alberghetto che dà sulla Porta di Brandeburgo (dalla piazza arriva l’eco di fanfare e dietro i vetri appare un rapido scorcio di sfilate marziali) e il futuro di Eduard è deciso.

Certo, lei dovrà adattarsi alla realtà, una volta verificato che a Schabbach gran proprietà terriere non ce ne sono e la casa è molto modesta, ma tutto è comunque da preferire alla vita di prima.

Lucie è una donna emancipata, di città, il suo arrivo a Schabbach porta una ventata di frivolo colore con le sue toilettes sgargianti e i modi disinibiti da “donna di mondo”.

Katharina, l’anziana madre dei Simon, l’accoglie con rude ma misurata disapprovazione; abituata a lavorare con fatica da una vita, guarda perplessa a questo mondo che le sta cambiando intorno, alle macchine e ai beni troppo facili: “ora si compra tutto con i debiti!” commenta.

Nella sua saggezza di donna d’altri tempi è l’unica a cogliere gli scricchiolii di un sistema che sta buttando fumo negli occhi di una società povera di risorse morali e materiali, facile preda di euforie e incantamenti.

30 gennaio 1933, le case a Simmern, il paese vicino più grande, sono parate a festa, campane suonano e bandiere con croci uncinate sventolano, le finestre sono tutte aperte, volti sorridenti si sporgono a guardare, mani salutano gioiose la parata di fiaccole e uniformi.

Uno striscione è teso fra una casa e l’altra:

Adolf Hitler cancelliere, pane e lavoro al popolo. Lavoro e onore alla nazione”.

Robert, il tranquillo orologiaio che sposerà Pauline Simon, lascia la sua lente di precisione e guarda giù nella strada, perplesso:

 “Quello non sa marciare, quello dietro neanche e Günther con i suoi stivali nuovi non ha imparato proprio niente, sono una massa d’incapaci in uniforme”.

Questi incapaci, fra qualche anno, lo manderanno in Russia da dove non tornerà più, il povero, mite orologiaio!

Colore e bianco e nero si alternano in squarci improvvisi, le bandiere rosse e nere del Reich sventoleranno gioiose anche due anni dopo, si festeggia il compleanno del Führer, 20 aprile 1935.

In giro c’è ottimismo, l’economia riprende, Robert e Pauline sono in crescita col negozio, spendere, comprare, le torte fatte in casa di Katharina cedono il passo a quella di pasticceria che Pauline porta da Simmern.

Anche la casa di quell’ebreo, sì, quello che abita sopra di loro e a cui i ragazzacci tiravano pietre sui vetri delle finestre, la compreranno tra poco, dice Robert: “Io credo che voglia vendere, ora non va più tanto bene agli ebrei”.

Intanto qualche “simpatizzante” comunista comincia ad essere rastrellato e messo su un camion che lo porterà chissà dove.

Succede a Fritz, il nipote, mentre Katharina è da loro per il compleanno del fratello Hans, che, guarda caso, cade lo stesso giorno di quello di Hitler.

Il gendarme del paese, siamo nella zona della Ruhr, bonario e diligente nel prestare la sua opera al regime, dice paterno alla moglie del prigioniero:

Non gli succederà niente, abbiamo fatto la rivoluzione meno sanguinosa di tutti i tempi. Lo porteranno in un campo di rieducazione vicino a Francoforte. Là gli estirperanno lo spirito marxista e quando tornerà a casa non lo riconoscerete più….non dia retta alla propaganda straniera, il cibo è buono, fanno molto sport e tutti i giorni c’è scuola”.

Katharina chiede l’ora, le cinque e mezzo, tutta la famiglia è stata buttata giù dal letto.

 “Uno qui deve avere paura perfino d’andare a dormire!” borbotta guardando dalla finestra il camion che si allontana.

L’aveva detto, quando era arrivata da Schabbach, aveva sognato che succedeva qualcosa a Fritz, con le sue idee da comunista arrabbiato.

Ma ora sto zitto– aveva risposto Fritz mentre tutti erano a cena allegri- non c’è più niente da dire … “.

_________________

Indice HEIMAT 1