We Want Sex di Nigel Cole

Uno striscione con su scritto “We Want Sex Equality” si attorciglia al vento sul lato sinistro, così sparisce “Equality”.

E fu così che il titolo inglese molto più serio, Made in Dagenham, in Italia diventò We Want Sex, e una volta tanto non ci dispiace, giocare sull’equivoco linguistico e far sorridere un po’ su un tema serio è cosa buona e giusta. Se si ride si pensa, e se si pensa si capisce.

Dunque parliamo di donne, operaie in Dagenham, area est di Londra, quartiere costruito “tra le due guerre per gli operai di grandi imprese come la Ford installate nell’area” (da Wikipedia).

Una storia vera di donne in subbuglio che decidono di non poterne più.

Di cosa? Intanto di lavorare in un posto che cade a pezzi, loro sono solo 187, cosa costerebbe sistemarle in un quartierino comodo, ben messo, dove non piove ogni volta che piove e non si debba lavorare vestite solo dell’intimo (molto poco sex) per non morire di caldo quando il sole picchia duro?

I maschi sono un esercito di 55.000, eppure hanno una bella sede nuova.

Ma quello che fa saltare il tappo è la riclassificazione professionale. Sentirsi definire “operaie non qualificate” è cosa che grida vendetta al cospetto di Dio, ora basta, saremo anche addette solo alla  cucitura dei sedili, ma se non lo facciamo noi la produzione si ferma.

E infatti si fermerà, sembra impossibile perché parliamo del colosso Ford con miliardi di fatturato, che immette milioni di pounds nell’economia inglese, parliamo di sindacati fatti di omaccioni dalla faccia da lupo cattivo (ma cattivo solo con gli agnelli, beninteso), eppure poche donnette, alle prese con mariti poco convinti di aver sposato un essere pensante, ce l’hanno fatta e nel lontano ’68 hanno ottenuto la parità salariale e il rispetto dei propri diritti, soprattutto quello di essere considerate persone, … e non sulla base dell’avere o no un pisello (la battuta è del film e, pur se non proprio originale, resta sempre gustosa).

Rita O’Grady, la carismatica del gruppo, non ha proprio l’aria della femminista impegnata, con i suoi vestitini  pastello fatti in casa e l’aria da scolaretta modello, ma quando c’è da dire qualcosa non si tira indietro, non la fa troppo lunga con discorsi programmatici, analisi di  spessore politico, dotte ricognizioni sullo stato dell’arte, non scrive su riviste di acclarata fede politica nè si è formata a scuole di partito.

Lasciati lavatrice e fornelli è lì a rappresentare e  guidare quel drappello di donne con parole chiare, semplici e di fuoco.

Qualche cartello e il famoso striscione di cui parlavamo sopra, e via per le strade di Londra a far sapere come vanno le cose in fatto di donne.

Naturalmente i sedili ad un certo punto vengono a mancare e, a meno che non si decida di costruire macchine senza, anche gli uomini devono incrociare le braccia per mancanza di lavoro.

Questo annulla la pur minima solidarietà che inizialmente qualcuno dell’altro sesso aveva cominciato a dare allo sgangherato drappello di donne in sciopero, ma per fortuna la Ministra, che molto poco ha delle nostre Ministre in fatto di sex-appeal, le appoggerà a oltranza e com’è finita lo sappiamo dalle didascalie di coda e dalla storia delle lotte sindacali in Inghilterra, se qualcuno vorrà andare ad informarsi meglio.

Un film utile, utilissimo anzi, certe cose vanno viste, e anche se manca di grandi qualità cinematografiche e sul tema si poteva fare di più e di meglio, se non esalta per qualità di recitazione, ritmo, sceneggiatura, piuttosto piatti anzichenò, ha una gran dignità, spesso diverte, racconta una bella storia edificante e ci fa riflettere costringendoci a chiederci: ma ora come stanno le cose?

Era il 1968, mezzo secolo fa, e pare che le cose vadano sempre peggio, abbiamo  raddoppiato le celebrazioni, 8 marzo- 25 novembre- ma … 

We Want Sex

titolo originale Made in Dagenham

Gran Bretagna, durata 113′

regia di Nigel Cole

con Sally Hawkins, Miranda Richardson, Rosamund Pike, Andrea Riseborough, Jaime Winstone, Lorraine Stanley, Nicola Duffett, Geraldine James…

 

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