Medea è la tragedia più nota di Euripide, nei secoli la più scelta per rivisitazioni, riecheggiamenti, interpretazioni. Fino al ‘900, fino alla Medea di Pasolini e a quella di Christa Wolf, mai un testo classico ha avuto tanta fortuna. Fortuna è un modo di dire, in realtà Medea è stata spesso esecrata, condannata, ha fatto discutere molto, soprattutto fra i contemporanei di Euripide.
Ben sappiamo che il suo è un teatro anomalo, fuori dai canoni che avevano contraddistinto i due predecessori. Questo nulla toglie alla sua grandezza, bisogna solo capire quanto sia figlio del suo tempo e di quale portata sia la sua modernità.
Nel 2009 l’Istituto del teatro antico a Siracusa fece rappresentare insieme l’Edipo a Colono (allora era in vita ancora Albertazzi) e Medea.
Le due tragedie furono collegate dal tema dello straniero.
Straniero infatti è Edipo che lascia Tebe dopo la tremenda scoperta della sua condizione e, cieco e lacero, accompagnato dalla figlia Antigone, ripara ad Atene dove viene pietosamente accolto dal re Teseo.
Straniera è Medea che arriva dalla barbara Colchide a Corinto al seguito di Giasone. Innamorata del bell’eroe greco ,Medea ha tradito il suo popolo consegnando a lui il vello d’oro e poi gli ha dato due figli.
La condizione dei due stranieri è diversa: Medea, oltre che straniera, è barbara ed è donna sapiente, la sua sapienza è definita magia e suscita sospetto.
Da Medea ai roghi delle streghe il passo è breve.
Una volta a Corinto è stata relegata in un sobborgo della città, mentre Giasone, di stirpe reale, è ben accolto a corte, al punto che il re Creonte gli offre in moglie la figlia Glauce.
Un’offerta così non si rifiuta, Giasone ha un futuro da re,Medea è solo un inciampo sulla sua strada.
Cosa avviene dopo credo tutti lo sappiano.
Medea ha annullato totalmente se stessa per amore, ha buttato via la sua sapienza, la sua dignità di donna, il suo popolo, la famiglia, la patria.
A nulla è servito.
Ora Medea recupera sé e il suo sapere. La rivale morirà per le sue arti magiche e a Giasone infliggerà la pena più atroce, l’uccisione dei figli.
Questo è il punto dolente che tanto ha fatto discutere, il matricidio.
Fiumi di parole sono state spese sull’argomento e la sequenza del testo tragico nel quinto episodio subito prima del finale, è veramente terribile, bisognerebbe leggerlo in lingua originale per coglierne tutta la drammatica portata.
E’ un lungo dialogo col coro che mette a nudo il tremendo bivio che la donna ha davanti.Il dissidio da cui è lacerata è fra il bouleuma, la volontà, e il tumòs, la passione.
Uccidere i figli o consegnarli a Giasone? Riprendere ciò che è suo, che ha partorito dal suo ventre o consegnarli ad un futuro incerto, molto probabilmente cittadini di ultima serie, figli di una barbara straniera.? Uccidere ciò che ha creato, frutto di un amore tradito, è comunque macchiarsi del sangue delle creature più amate, come è possibile farlo?
Medea è la figura più infelice di tutte le donne infelici del teatro da quando l’uomo ha imparato a calcare la scena.
E’ la più infelice perché colpita da una sventura che non la rende degna di compassione. Resterà per sempre la madre che ha ucciso i suoi figli, può esserci pietà per questo?
In Euripide sì, e allora rileggiamo alcuni versi dal quinto episodio, il dialogo fra Medea e il coro.
E’ il punto in cui Euripide tocca il vertice della penetrazione psicologica su un personaggio, nel drammatico alternarsi di sentimenti, nel dissidio lacerante di fronte alla strada da prendere.
V episodio
Invano vi nutrii o figli, invano mi affaticavo e consumavo nelle pene,
sopportando nel parto dolori atroci.
Davvero una volta io sventurata riponevo molte
speranze in voi, che mi avreste assistita nella vecchiaia
e che una volta morta avreste rivestita bene con le vostre mani,
fine invidiabile per i mortali; ma ora è perduto
il dolce pensiero. Infatti privata di voi
passerò una vita penosa e dolorosa per me.
Ma voi la madre non la vedrete più con i vostri
occhi, passati lontano, a un’altra forma di vita.
Ahi, ahi, perché mi guardate con quegli occhi, figlioli?
Perché mi sorridete con l’ultimo di tutti i sorrisi?
Ahimé; che cosa farò? Il cuore infatti se n’è andato,
donne, come ho visto l’occhio splendente dei figli.
Non ce la farei. Addio propositi
di prima. Porterò via i figli da questa terra. Sono miei.
Perché dovrei procurarmi io stessa mali due volte tanto
per affliggere il padre con i mali di questi?
No certo, non io: addio propositi!
ma che cosa mi succede? voglio espormi alla derisione lasciando i miei nemici impuniti?
Bisogna osare questo; che debolezza però la mia,
anche solo l’ammettere nell’anima parole tenere!
Entrate, figli, in casa. Quello cui non
è lecito assistere al mio sacrificio,
ci pensi lui: la mano io non me la taglierò.
Ah, ah.
No, davvero, cuore, tu non fare questo:
lasciali, sventurata, risparmia i figli;
vivendo là con noi ti allieteranno.
Per gli inferi dell’Ade vendicatori,
non accadrà mai questo che io lasci
i figli miei ai nemici perché li maltrattino.
Comunque è necessario che muoiano: e siccome deve accadere
noi li uccideremo, noi che li abbiamo generati.
voglio salutare i figli: date, o figli,
date alla madre la mano destra perché la baci.
O carissima mano, e bocca carissima a me
e figura e volto nobile dei figli,
siate tutti e due felici, ma laggiù; le cose di qua
il padre le ha tolte: o dolce abbraccio,
o morbida pelle e dolcissimo respiro dei figli.
Andate, andate: non sono più capace
di guardarvi ma sono vinta dalle sventure.
E capisco quale abominio sto per osare,
ma più forte dei miei proponimenti è la passione
che è causa dei mali più grandi per i mortali
Euripide pone in ogni sua tragedia aporie, problemi irrisolvibili, se vogliamo conoscerlo dobbiamo partire da lì.
La sua è una continua sfida alla ragione, un’esortazione al confronto dialettico fra uomini.Tentare di uscirne in altro modo è impossibile, schiavo delle proprie emozioni l’uomo spesso perde di vista la sua dote primaria, l’intelletto che, solo, può far balenare in fondo al tunnel nel quale è immerso la verità.
Dopo il matricidio Medea viene raggiunta dal carro del sole, da cui discende, e portata via in un mondo diverso.
Questo finale non è il convenzionale deus ex machina frequente alla fine delle tragedie euripidee, cioè l’intervento divino che si cala sulla scena con apposita macchina scenica quando non ci sono altre vie d’uscita.
Euripide guarda Medea come nessuno aveva mai guardato una donna, e come nessuno, tranne pochi, la guarderanno mai nei due millenni successivi. Il sacrificio dei figli è il dolore più atroce che si possa infliggere ad una madre, Medea lo infligge a sé stessa, ben sapendo che, accolti a corte come Giasone vorrebbe, i due fanciulli saranno sempre emarginati, stranieri, figli di una barbara.
A questo punto sembra abbastanza chiaro quanto di attuale ci sia in questa tragedia, quanto da duemila anni continui a dirci la stessa cosa sullo straniero e sulla donna.
La sua rivolta di donna sola, offesa, annientata si realizza in maniera parossistica, il Coro ammutolisce, da dietro le quinte arrivano le grida dei fanciulli, siamo ai vertici dell’orrore e del dolore.
Euripide afferma ancora una volta il diritto dell’essere umano alla propria individualità, nel bene e nel male. Abbandonato dagli dei l’uomo è artefice assoluto del proprio destino.
Il pessimismo euripideo si afferma senza mezzi termini e con fortissima carica provocatoria di fronte alla sua autodistruzione, affettiva più ancora che fisica.
Maria Callas nella Medea di Pasolini
Ho citato all’inizio due rivisitazioni celebri del mito, Pasolini nel cinema e Christa Wolf, scrittrice di Berlino Est, in letteratura.
Ancora nel cinema, Lars Von Trier, con una Medea del 1987, aggancia ad antiche saghe celtiche il mito greco che, pur rinnovandosi, è sempre se stesso, dal giorno in cui Euripide sfiorò i segreti più oscuri e le profondità dell’animo femminile, con orrore e spavento. ma anche con profonda pietà.
“Ogni donna è una straniera che viene da lontano. Ogni madre può essere Medea” (M.G.Ciani, Conversazione su Medea per la messa in scena al Teatro Greco di Siracusa, 2009)
Siracusa, Medea 2009
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