Opera senza autore di Florian Henckel von Donnersmarck

Visibile su Rai Play e rivisto  in tv dopo la prima volta a Venezia 75 (2018), Opera senza autore regge bene la distanza, anche senza la spettacolarità del grande schermo, meritando di tornare in copertina.

Inoltre, il significato del titolo si definisce meglio alla seconda visione nel discorso finale dello speaker che presenta al pubblico la mostra del trentenne Kurt Barnert di cui abbiamo seguito le vicende fin dall’infanzia.

Ricordiamo che si tratta di una storia vera.

Testualmente  le parole dello speaker ripreso davanti al quadro di donna con bambino, immagine sfocata tratta da una foto:

Con queste sue opere Kurt Barnert si sta dimostrando un artista di spicco della sua generzione, proprio quando la pittura era stata dichiarata morta. Ma come molti della sua generazione non ha nulla da raccontare, nulla da dire. Si distacca da ogni tradizione, si congeda dall’approccio autobiografico all’arte, e per la prima volta nella storia dell’arte crea un’opera senza autore.

Liberamente ispirato alla vita di Gerhard Richter, artista tedesco nato a Dresda nel 1932, formatosi nella Germania sovietica e passato a Ovest per seguire le nuove teorie sull’arte, Opera senza autore di Florian von Donnersmarck scorre fluviale per 188 minuti e trent’anni di storia tedesca.

Sinossi

Kurt Barnert è un giovane artista rifugiato nella Germania Ovest dopo l’esperienza infantile fatta sotto il Terzo Reich e l’adolescenza passata nella DDR. Tormentato da un passato che ha lasciato segni profondi, incontra la studentessa Ellie in cui Kurt si convince di aver incontrato l’amore. Solo in parte affrancato dai fantasmi del passato, rispecchierà da ora in poi nei suoi dipinti i traumi di un’intera generazione.

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Film da vedere e valutare su livelli diversi, ha più anime e ognuna merita attenzione e vaglio critico, qualche inaccettabile  paragone con lo spirito e il valore di Heimat di Edgar Reitz letto qua e là sul web è francamente fuori luogo, altro spessore, imparagonabile, ma l’opera si difende con grande dignità.

Delle tre anime la più interessante è quella che fa un excursus (a volo di uccello, ma scorrono buone gallerie di immagini) sull’arte e le sue vicissitudini, a partire dall’ Entartete Kunst, l’arte degenerata, che vide Goebbels disciplinatamente schierato al fianco di Hitler (artista prestato alla politica!) nella condanna senza attenuanti a cubisti, espressionisti, dadaisti, astrattisti e primitivisti.

 

Una visita guidata alla Galleria d’arte del ‘900 del piccolo Kurt con la giovane zia è istruttiva in tal senso, una buona  propaganda ideologica del regime a spese di Kirchner ed Heckel, Dix e Grosz, orripilanti detrattori del sano spirito tedesco, per non parlare di Kandiskji che vende un quadretto per duemila marchi, lo stipendio di un anno di un operaio tedesco!

Il passaggio dell’anima tedesca dal Terzo Reich alla DDR fino alla caduta del muro, con le pressanti sollecitazioni del realismo socialista, ci dà un assaggio nelle lezioni ex cathedra in cui si dimostra che, allora come oggi, l’Accademia è serva del potere in tutte le sue forme e in gran parte dei suoi rappresentanti.

Murales inneggianti al sano spirito del lavoro operaio e contadino spaccano con i loro forti colori e le ardite prospettive, Kurt è ormai un uomo e deve guadagnarsi da vivere dipingendo in una Dresda che sta raccogliendo mattone su mattone per la ricostruzione dopo bombardamenti da cui intere famiglie sono state annichilite.

Vivo e vegeto da sembrare addirittura immortale Herr Seeband (Sebastian Koch) è il  protagonista assoluto del film con il giovane Kurt (Tom Schilling), il diavolo e l’angelo, il male e il bene, il vecchio e il nuovo.

Alto gerarca nazista riciclato al servizio dell’Armata Rossa e infine chirurgo di chiara fama nella Germania libera, è uno di quegli uomini a cui il potere regala quell’immunità che lo consacra nell’Olimpo degli intoccabili, su lui il film chiude con una significativa e inquietante dissolvenza.

Infine, E’ il terzo movimento del film, Kurt ormai trentenne, anche se ne dichiara ventisei perché l’Accademia li vuole giovani, approda nell’Occidente degli anni sessanta, a Düsseldorf, dove la libertà regna sovrana e l’Accademia è fucina di sperimentalismi non sempre apprezzabili, anzi a volte addirittura maniacali per eccesso di citazionismo (gli strappi di Fontana godono di grande seguito) ma comunque aperti al dibattito critico e alla guerriglia semiologica contro i linguaggi della società di massa, oltre che sinceramente motivati a ricostruire la cultura del paese sulla base di ideali democratici dimenticati da circa trent’anni.

In questo discorso sull’arte, a cui von Donnersmarck dedica molto del suo impegno, da buon tedesco sempre sollecito, nel bene e nel male, alle sue sorti, s’innesta quello sulla storia che si aggancia così alla seconda e terza anima del film.

A questo punto subentra il romanzesco, il tocco meno riuscito dell’opera.

Si comincia con la storia del piccolo Kurt, figlio di agiata famiglia di Dresda, coccolato fino all’eccesso dalla stupenda zia Elisabeth (Saskia Rosendahl) che, ahimè, poiché suona nuda il pianoforte, finirà in casa di cura, poi manicomio, poi Istituto Superiore di Eugenetica con sterilizzazione sotto le grinfie di Herr Seeband.

 

Saskia Rosendahl

Ultimo approdo della sventurata  è in camera a gas,  creata ad uso e consumo esclusivo delle ospiti dell’Istituto di Eugenetica, modello di dimensioni ridotte rispetto alle meglio note capaci di contenere tremila internati per volta,

E’ la sezione meno riuscita del film su cui val la pena di sorvolare.

Tornando a Kurt, il ragazzo cresce e i nodi vengono al pettine. Innamoramento, matrimonio, aborto, ricomparsa di Herr Seeband sotto altre vesti ma stesso prestigio e grandi mezzi, nulla manca.

Fino al finale, la parte migliore, quella che, libera da strettoie didascaliche e narrative, esprime finalmente un discorso sull’arte che merita attenzione.

Arte come libertà, arte come senso della vita.

 

Il Direttore dell’Accademia d’Arte moderna di Düsseldorf con altro nome  è  Joseph Beuys che brucia in classe i manifesti dei due premier al potere.

Solo l’arte resta, e solo lei ci salverà. Se mai qualcosa ci potrà salvare.

Kurt è uomo di poche parole, nella conferenza stampa che lo consacra autore di successo, punta avanzata della nuova generazione, nega ogni autobiografismo alla sua opera, ora che ha trovato la sua strada e il successo inatteso gli arride.

Solo lo spettatore onnisciente sa cosa c’è dietro quei quadri copiati da fotografie del suo album e sporcati di nebbia. C’è un mucchio di merda, quella che ha visto nella vita fin da piccolo.

Ma l’Arte vola alto sopra le storie degli uomini.

 

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Opera senza autore

Germania/Italia 2018 durata 188′

titolo originale: Werk ohne Autor

regia: Florian Henckel von Donnersmarck

con Tom Schilling, Sebastian Koch, Paula Beer, Saskia Rosendahl, Oliver Masucci, Ina Weiss

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Le immagini presenti nell’articolo appartengono ai rispettivi proprietari e sono utilizzate al solo scopo di corredare il testo.

 

 

 

 

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