4. Via delle alture del Reich (Reichshöhenstrasse)

1938

Maria ha 38 anni, era molto giovane quando Paul l’ha lasciata con due figli per andare in America.

Serena, dolce, alleva Anton ed Ernst con rispetto e amore, i discorsi sulla loro educazione da parte del fratello Wilfried non fanno presa su lei, non ne farà polli da allevamento per la Hitlerjügend, vuole che coltivino le loro inclinazioni, per la meccanica Ernst, la fotografia e il cinema Anton, e se non fanno sport come vorrebbe lo zio, pazienza.

E’ una donna sola e coraggiosa, capace di trasalire di fronte alla moda del momento, anelli con teschio incastonato che vanno a ruba nel negozio di Pauline, la cognata che ha sposato Robert, il riservato orologiaio del paese che ora si sta scoprendo imprenditore e gira con valigetta di campioni d’oro e gioielli.

Gli affari vanno a gonfie vele, Robert conta mucchietti di marchi, Pauline compra toilettes costose che però non ha il coraggio d’indossare in paese, ma che la fanno sentire tanto simile a Zara Leander, la diva benvoluta dal regime, vista al cinema con Maria a Simmern, paesone vicino più evoluto, dove si proietta La Habanera, di Detlef Sierck (Douglas Sirk) del ’37.

Spezzoni di film d’epoca e brani di documentari su Hitler appaiono in brevi flash e segnano la data, siamo nel ’38, vigilia del Patto di Monaco, tutto è ormai predisposto per i destini futuri del mondo.

La legge del 29 agosto ha sancito l’estinzione dei vecchi debiti, il banchiere ebreo di Berlino che aveva prestato ad Eduard la somma per la costruzione della grande casa con 52 finestre, “forse si suiciderà, cosa gli resta da fare? “

Discorsi nel salotto buono di casa Simon, Eduard e Lucie Simon, Eduard, il borgomastro sempre in divisa, così lo vuole Lucie, passerebbe la vita con la sua macchina foto in giro a scattare istantanee di qualsiasi cosa, anche crateri di bombe intorno al paese (lo vedremo tra qualche anno) per una bella foto ricordo con tutti in posa sul bordo)

Lucie è impermeabile, nulla che non sia il suo piccolo benessere borghese le interessa, è camaleontica, ambiziosa, arrivista, pronta a cogliere ogni buona occasione  per emergere e adattarsi ad ogni nuovo cambio di vento.

Riciclata com’è da maitresse di bordello a sussiegosa moglie del borgomastro, è una figura alla quale Reitz dà a volte tratti caricaturali, senza farne però un personaggio del tutto negativo.

L’ottusità di fronte a quello che accade, la sua incapacità di giudizio critico è quella di tanti, quasi un intero popolo che, pur non collaborando attivamente, fu gravemente responsabile di colpevole acquiescenza.

Presagi dell’orrore prossimo venturo, dunque, ce ne sono, solo che si voglia vederli, ma la Storia, dice il poeta “non è magistra di niente che ci riguardi, accorgersene non serve a farla più vera e più giusta”.

Eduard non è cinico, è solo un tipo semplice, una nullità, membro emerito di quella che in futuro sarà definita “maggioranza silenziosa”, e vorrebbe che tutto restasse sempre com’è ora.

Forse, oscuramente, avverte che qualcosa di irreparabile sta per accadere e non si sente del tutto tranquillo:

 “Secondo me questo è il momento in cui il tempo si dovrebbe fermare, questa nuova vita dovrebbe rimanere così per sempre”, dice a Lucie e Martine, che lo guardano senza capire.

Martine, frizzante amica berlinese dei tempi del bordello e ospite da qualche giorno di Lucie, replica dopo qualche secondo con appropriato realismo: “Ma così avresti ancora debiti!”.

In paese sono arrivati da poco seimila uomini per costruire una via militare tra Coblenza e Treviri e l’ingegnere Otto Wohlleben ha affittato una stanza in casa dei Simon.

Sguardo buono, figura solida e affidabile, fa il suo lavoro col buon collega Pieritz e ha tutta l’aria dell’uomo che non racconta frottole.

“Heil Hitler”, lo saluta Wilfried che sta in cucina a parlare con Maria, vedendolo rientrare.

Ah..si,si…” risponde lui distratto e sale al piano superiore.

Non serve molto a Reitz per un ritratto, poche pennellate e il personaggio c’è tutto.

Il piccolo Ernst ha trovato nello “zio Otto” un valido collaboratore per costruire il suo aliante telecomandato, mentre Maria si muove leggera e affaccendata per casa con i piumoni sulle braccia e un’attenzione insolita per quest’uomo silenzioso e discreto, che la guarda sorridendo quando lei, in cima alla collinetta, entra nel cerchio ottico del cannocchiale col quale lui sta facendo rilevazioni sul terreno nella zona.

Le loro due vite si stanno avvicinando, ci sono storie alle spalle e solitudini in corso.

“Io il coraggio ce l’avrei e comincerei di nuovo daccapo”, aveva detto Maria a Pauline, e l’incontro con Otto arriva ora piano, sottotono, fatto di segni impercettibili.

Un discorso amoroso che comincia, favorito dall’incidente al braccio che blocca Otto a casa e che Maria cura, attenta e affettuosa.

Una festa nella sala da ballo in paese, chi in divisa con bella svastica sul braccio, chi in abito da lavoro, le coppie ballano, l’orchestrina suona.

Otto e Maria sono seduti insieme ad un tavolo.

Sembra davvero che il tempo si possa fermare.

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