6. Fronte interno (Heimatfront)

1943

Gli aviatori, eh sì, quelli sono i veri eroi, loro non soffrono!

I commenti s’intrecciano fra civili e militari, si parla dell’accaduto con cicaleccio leggero, si fa l’abitudine anche alla guerra, gli anni scorrono, piccole e grandi tragedie si consumano e intanto il buon Eduard continua nella sua mania, ormai ossessivo-compulsiva, di fotografare tutto e tutti.

Ci sono pezzi sparsi di aerei caduti nella campagna dell’Hunsrück, tralicci spezzati, otto cadaveri carbonizzati di piloti inglesi “….ridotti così, da entrare in una sola bara!”, c’è stata gran battaglia nei cieli e i caccia tedeschi hanno abbattuto sedici bombardieri nemici.

Wilfried Wiegand, l’ufficialetto imbottito fino al midollo di mistica nazista, che zia Katharina continuerà sempre a bollare come “imboscato” con sguardo tra ironico e sprezzante, si muove sicuro ed efficiente, dirige le operazioni, tesse parole di elogio per l’arma dell’aviazione, fiore all’occhiello dell’esercito.

E’ riuscito a non andare al fronte per via della salute malferma, restando comodamente a casa ad occuparsi in loco delle fortune del Terzo Reich, ma darà il suo personale contributo quando sparerà al paracadutista inglese, ferito e dolorante a terra, vittima di un lancio mal riuscito, che un gruppo di ragazzini gli hanno segnalato nel bosco.

Dirà, poi, che stava scappando ed era un sabotatore.

E’ il 1943, sconfitta di Hitler a Stalingrado.

Nella città distrutta giacciono fra le macerie 30.000 cadaveri, l’Armata Rossa con i suoi dieci milioni di uomini sta avanzando verso ovest, ma a Schabbach le grandi ore della Storia hanno rintocchi attutiti, benchè giovani risucchiati dalla guerra non manchino neanche lì.

Ernst è diventato un bravo aviatore della Luftwaffe (ne aveva costruiti di alianti da piccolo con lo zio Otto!) e la passione per il volo è il suo connotato migliore, volare è la sua dimensione giusta, una volta costretto a terra diventerà un piccolo uomo smarrito.

E’ lui ad incontrare per caso Otto, dopo quattro anni di lontananza e una guerra nel frattempo.

Sempre accompagnato dal fido Pieritz, Otto è diventato un bravo artificiere e nel campo di Ernst c’è una bomba da disinnescare.

E’ evidente che va incontro al pericolo con l’indifferenza di chi da un pezzo non dà più molto valore alla vita, ma apprende solo ora, da Ernst, del figlio Hermann, avuto quattro anni prima da Maria, lui che avrebbe tanto voluto avere un figlio nella vita.

Ma allora avevano dovuto separarsi, così va a volte la vita, e del figlio non riuscì a sapere. E poi stava arrivando Paul l’Americano, il marito redivivo, che però non potè sbarcare per via del certificato di appartenenza alla pura razza ariana che tardava ad arrivare.

Scoppiata la guerra la nave di Paul era dovuta tornare indietro, e per Hermann, figlio di Otto e Maria, c’è stata una grande famiglia patriarcale, quella dei Simon, ma non un padre.

Anton è dovuto partire per il fronte. Martha, la sua ragazza incinta, giunge a Schabbach e Maria l’accoglie con la sua solita dolcezza di donna forte e generosa.

E’ come se mi portassi un saluto del mio Anton con quel bambino che porti in grembo” le dice sorridendo.

Il matrimonio tra Martha e Anton avviene per procura, il clima è di festosa allegria nella grande cucina dei Simon, e mentre durante il pranzo i due sposi, da un capo all’altro d’Europa, parlano al telefono (Wilfried intanto tesse elogi a non finire di questa conquista della tecnica a gloria del modernismo e del Terzo Reich, mentre la mdp, in esterno, riprende immense distese innevate disseminate di tralicci), il comando tedesco, dall’altra parte, coglie l’occasione per una bella foto propagandistica  dello sposo, che deve assolutamente mettersi in posa con la cornetta in mano, sotto lo sguardo esigente del comandante per il cinegiornale dal fronte.

Ecco dunque ripresi il popolo e il suo grande padre, Hitler (nella foto in alto sulla parete) nel lungo inverno del ’43.

C’è tanta neve fuori, il bianco è il non/colore dominante e sul bianco cadono i cinquanta garofani rossi che Ernst lancia sulla sposa dall’aliante, in volo radente e spericolato sul paese.

E’ un tocco di simpatica follia, un esorcizzare l’orrore pur evocandolo, nel contrasto cromatico fra il bianco e il rosso, la neve e il sangue.

Per il dopo matrimonio la serata si colora di luci, musica, festa nella grande e accogliente casa di Lucie.

Lei volteggia come sempre, sorridente, frivola e mondana, un giovane violinista sotto la sua ala protettrice allieta i convitati, si beve, si chiacchiera, due ragazze raccontano giulive a due ragazzi di aver visto il Fürher, oh sì, lui in carne e ossa, qualche anno prima, era il ‘38, quando alla stazione di Monaco un uomo in uniforme si era avvicinato chiedendo se volevano conoscerlo.

E come no! E poi quello era un Gauleiter, ci si poteva fidare, certo! Così furono accompagnate a casa di Rudolph Hess.

Era sera, tardi, e il Fürher, apparso sulla porta, le aveva salutate cordialmente.

C’era stato anche un bel regalo, dopo, cinque marchi ciascuna.

E poi – chiede un ragazzo, chissà se davvero così ingenuo?- dove avete dormito?”.

Una risatina, uno sguardo complice e la scena cambia, si torna nel salone e la macchina si avvicina a Wielfred, sta parlando con degli ufficiali a proposito di soluzione finale e di ebrei che “andranno su nel camino”.

Pauline, dal divano alle sue spalle, col bambino in braccio, gli chiede perplessa chi andrà su nel camino.

Wielfred sorride radioso al piccolo e avverte Pauline: “Sssst, ci sono i bambini!”.

La banalità del male?

Chissà, siamo sul fronte interno, Heimatfront, difficile immaginare quanto invece sia facile arrivare anche da lì ad Auschwitz.

Reitz, al tempo, fu criticato da sinistra per aver ridotto a minimi cenni come questo i riferimenti alla Shoah.

Nessuna critica poteva essere più miope, più incapace di capire quanto quell’orrore avesse ispirato la sua rappresentazione della Storia, e come quel rimosso collettivo riemerga alla superficie della coscienza tragica tanto meglio quanto più lo si rappresenti come presenza ignorata o sottovalutata.

Nella genesi di HEIMAT fondamentale fu lo sdegno provocato in Reitz da Holocauste, miniserial televisivo dell’americano Marvin Chomsky, uscito nel ’78 e vincitore dell’ Emmy Award per la miglior serie drammatica.:

Questa riflessione, a partire da Holocauste, è l’oggetto del mio lavoro attuale che ora la televisione tedesca produce come risposta  ad Holocauste. Dopo la visione di quell’orribile film, è stato chiaro che avremmo dovuto fare  un lavoro che nascesse, da noi, dalla Germania e non dall’America” (E.Reitz in Jeune Cinéma, n.25, 1980)

Reitz, come Lanzmann nel suo Shoah, frutto di dodici anni di riprese, un percorso del terrore sui luoghi del genocidio che non concede nulla alla retorica del dolore, fatta di pietà e  di sdegno, di rabbia e disgusto. Come Lanzmann Reitz sceglie la strada più idonea per rappresentare l’irrappresentabile, ridà profondità di campo alla Storia, solleva dal fondo del palcoscenico le maschere vuote e le riempie di vita, di sangue, le fa agire nello spazio e muoversi nel tempo e noi  assistiamo al divenire delle cose e alla loro apparente normalità e questo ci scuote profondamente, come essere presenti  percependo, però, tutta la nostra inerzia e impotenza.

Reitz riesce a farci capire l’assurdità del sentirsi giusti solo perché si è venuti dopo.

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Indice HEIMAT 1