1955-1956
Sono trascorsi dieci anni dalla fine della guerra, molto è cambiato in Germania e altrove, e molto sta ancora cambiando.
Anche Schabbach, dice Glasich, sfogliando le foto, “…in duecento anni non è cambiata quanto nei dieci anni successivi alla fine della guerra”.
Il miracolo economico è arrivato fin qui, la campagna si sta industrializzando, erbicidi e pesticidi riempiono di polvere l’aria trasparente dell’Hunsrück, mandando in bestia Anton, ora a capo di una florida impresa di lenti e materiale ottico, la Optische Werchte Simon OHG, 24 operai, belle e brave segretarie, festicciole aziendali a spese della ditta, e un bisogno di aria pulita come di ossigeno.
Anton, che ha perso l’aria spaurita di sempre, è un buon tedescone dei tempi nuovi, crauti, würstel, birra e un buon fatturato in azienda.
Ama il suo lavoro, rispetta i dipendenti, ricorda spesso che ha fatto 5300 km a piedi dalla prigionia di Odessa fino in Germania, dopo la guerra, con tante idee in testa da brevettare, non può farsi rovinare tutto da quel riciclato dello zio Wilfried, l’ex SS, l’uomo per tutte le stagioni, rimesso in piedi dal partito cristiano democratico e dal padre Wiegand, ancora lì, fedele alle sue poche ma inespugnabili idee, fiero sostenitore del figlio e con la stessa verve di sempre, nonostante il tremito da Alzheimer.
I due sono proprietari di quasi tutte le terre intorno a Schabbach, sono gli anni del boom economico, impossibile non approfittarne, come ha fatto anche il suocero di Ernst, grosso imprenditore nel campo del legname, proprietario di boschi fino alla cima delle colline, e la sontuosa villa ‘800 immersa nel verde ne testimonia le fortune.
Ernst fa invece fatica ad integrarsi, per lui la vita è volare, assenza di gravità, e va bene anche un elicottero per trasportare i tronchi del suocero (che sembrano il Cristo di Fellini sul cielo di Roma), fin quando anche lì gli danno il benservito, come nella Luftwaffe, ma per altre ragioni, ora è solo lotta di classe, tipi così prima o poi vengono rigettati dal Capitale come corpi estranei.
Se ne starà in casa per un po’ a mangiare le zuppe di Maria e a far cruciverba, ci sono destini che non imboccano la strada giusta, tentano, ma c’è chi risponde con un bel no, come Anton che, non gli fa un prestito per poter continuare da solo l’attività.
Sarebbe a fondo perduto. Fra i due fratelli c’è stato sempre un solco che la vita allargherà ancora di più.
Maria, la vecchia Marie-Goot, Lotti e Clärchen, le allegre ragazze di casa, segretarie da Anton, Glasich, sempre più traballante sulle gambe, occhio vigile su tutto quel che succede in paese, Eduard, più malandato del solito, col suo apparecchio acustico scoperto e adottato ai tempi di Paul l’Americano, tutti sono ancora lì, in questi anni cinquanta, magico cuscinetto per l’Europa, che dimenticò l’orrore e alimentò la speranza, molti invecchiarono fino a morirne, altri crebbero e, curiosi, guardarono di cosa sarebbe stata capace l’altra metà del secolo.
Hermann Simon è uno di loro..
Questo è il suo capitolo, un film nel film, un lungometraggio sulla sua formazione intellettuale ed educazione sentimentale.
Reitz ci racconta molto di sé, della sua rivolta giovanile e del suo bisogno di fuga dall’imborghesimento dell’Hunsrück nella figura di questo adolescente inquieto e idealista, che mal sopporta il provincialismo di quell’ ambiente.
Hermann diventa da questo momento il personaggio più amato di tutta la saga, la storia con la bella e sensuale Clärchen, donna matura, undici anni più di lui, che lo inizia alle gioie del sesso e alle trepidazioni dell’amore, è una tappa fondamentale nella storia della famiglia Simon di Schabbach.
Come sempre, Reitz fruga nelle pieghe della Storia attraverso i suoi protagonisti anonimi, e la vita di un popolo ne affiora con i tratti salienti della sua civiltà.
Hermännchen, con le lunghe gambe magre di adolescente e i presagi di un futuro che sarà di arte e musica, compie un percorso iniziatico lungo il quale Clärchen, donna dolce e generosa, gli farà scoprire un amore che ora, nella sua esuberanza giovanile, crede eterno e che lo renderà libero per scelte definitive, come lasciare il paese e dedicarsi alla musica.
Clärchen è la donna che lo ascolta leggere i suoi libri preferiti e festeggia con lui il capodanno sotto le stelle gelate, va ad abortire in silenzio e guarda la pioggia stretta a lui nella piccola canadese sotto gli alberi.
Giovane proletaria che la guerra ha scaricato, profuga, a Schabbach, lì è rimasta, lavora nell’azienda di Anton e con Lotti, alta, bionda e tedescona, porta una ventata di fresca allegria e di sana bellezza.
L’amore con Hermann è spontaneo, bello, innocente, rientra nella logica naturale delle cose e così è vissuto, fino a quando non sarà costretto nelle gabbie del conformismo e del provincialismo, e allora diventerà una cosa sporca, da perseguitare con lettere di diffida e minacce di denuncia per corruzione di minore.
Clärchen si farà da parte, discreta, come sempre, una delle figure più delicate di HEIMAT, forse un piccolo, lontano riflesso autobiografico del regista.
Anton è molto impegnato nel reprimere i bollori del giovane fratellastro e darà un sostegno fondamentale a Maria, la nostra Maria che non è più la figura serena delle prime puntate.
Emerge ora in lei una durezza inaspettata, ha perso quel sorriso buono sulla vita, era una giovane donna innamorata del marito e dei figli, ha tenuto in piedi per loro una casa rinunciando anche a Otto, unico a farla sentire viva in una vita opaca di doveri, ora il suo carattere si è fatto rigido e incapace di capire lo spirito dei tempi nuovi.
Figlia e insieme vittima di un tempo e di una cultura che le è stato impossibile trasgredire, resta chiusa alle ragioni dell’amore di Hermann e Clärchen e lo condanna.
Le è rimasto solo Hermann, ma il figlio deve sottrarsi, ha la sua vita da costruire.
Maria, Anton, Ernst, Clärchen, Lotti, e poi altri ancora, ognuno con la sua parte che ruota intorno al nuovo personaggio, quello che sarà l’eroe diegetico di HEIMAT 2 e 3, questo giovanissimo Hermann che le ragazze coccolano, la madre protegge, i professori amano e rimproverano perché lo vedono assente, preso da chissà quali pensieri, ma lui ha una sua Heimat da cercare, la sente agitarsi nella testa, si dichiara esistenzialista e guarda con disprezzo i compagni che fanno ginnastica, poi si chiude in soffitta e legge libri mai visti prima a Schabbach, Hesse, Malaparte, Rilke, legge rapito i versi di Cimetière che Rilke volle iscritti sulla sua tomba:
“Rosa, contraddizione pura! Voglia d’essere il sonno di nessuno sotto tante palpebre”
O fleurs, prisonnières de nos instincts de bonheur,
revenez-vous vers nous avec nos morts dans les veines?
Comment échapper à notre emprise, fleurs?
Comment ne pas être nos fleurs?
Est-ce de tous ses pétales que la rose s’éloigne de nous?
Veut-elle être rose-seule, rien-que-rose.
Sommeil de personne sous tant de paupières.” [1]
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Come la rosa, Hermann vivrà della purezza che si sottrae al suo uso e lascerà Schabbach alla ricerca della sua vera Heimat.
[1] “O fiori, prigionieri del nostro istinto di essere felici, tornate a noi con i nostri morti nelle vene?
Come sfuggire alle nostre mani, fiori?
Come non essere i nostri fiori?
E’ con tutti i suoi petali che la rosa si allontana da noi?
Vuole essere solo rosa, null’altro che rosa, sonno di nessuno sotto tante palpebre.”
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