11.La festa dei vivi e dei morti (Das Fest der Lebenden und der Toten)

1982

Un albero genealogico dipinto da Sepp Vilsmeier, il marito di Lotti, apre il capitolo.

Non le solite foto in ordine sparso, ora Glasisch commenta ramo per ramo, sono trascorsi tredici anni dall’ultima volta, era il ’69, c’era stato il primo concerto di Hermann, Legàmi,  alla radio.

Bisogna ricordare e aggiornare, tanti che conoscevamo dal 1919, quando Paul tornò dalla guerra, non ci sono più.

E’ l’addio ad un mondo ritrovato nella memoria e perduto per sempre nella realtà, e ancora Maria, “il secolo vivente”, lascia la scena.

1982, data della sua morte.

Nata nel 1900, come Glasisch, ha attraversato il secolo, ed ora intorno a lei, circondata da fiori, si ritrovano tutti i vivi, e i morti tornano nel ricordo e nei discorsi.

La morte di Maria segna la fine di un’epoca per Schabbach, è in atto un processo irreversibile di degrado del vivere associato che, partendo dai grandi centri urbani, non risparmia neppure le comunità periferiche, fino ad ora saldamente ancorate alle proprie radici contadine.

Uno stile di vita, sopravvissuto intatto anche ai tumulti più devastanti della Storia, d’ora in poi diventerà irriconoscibile, aggredito da ogni parte da quel lacerante fenomeno, iniziato a partire dagli anni ’60, che Pasolini chiamò “sviluppo senza progresso”.

Certo questo valore simbolico della sua morte ha fatto decidere Reitz a spostarne l’evento alla fine degli undici capitoli, mentre nel progetto originario era collocato all’inizio.

Aveva detto infatti: “E’ la storia di una famiglia di campagna in un piccolo villaggio che è quello in cui sono nato. Comincio dal 1980, con la morte di una vecchia donna che ha ottanta anni come il secolo. Dopo la cerimonia si ritrovano tutti in un ristorante e, secondo la tradizione, ognuno racconta la sua storia. Storie sui morti ma anche sugli altri, e il bisogno di raccontare, quel giorno e nei giorni successivi diventa una vera epidemia. E’ un po’ lo spirito della Mille e una notte, la vecchia è come una Shéhérazade, morta, ma è il pretesto dei racconti” (E.Reitz, Entrétien avec Edgar Reitz, Jeune Cinéma, 1980).

Una lunga sequenza, quella del funerale, si ritrovano parenti venuti perfino dall’America e dall’Australia, molti non si sono mai visti, formule di rito e dolore autentico creano una coreografia che culmina nella pioggia improvvisa, torrenziale, che coglie il funerale in processione e costringe i portatori a lasciare a terra la bara, al centro della strada, per correre al riparo.

Arriva in quel momento la macchina con Hermann, in ritardo, e si ferma ad un passo.

La bara è avvolta d’acqua e vapore, solitaria come la vita di Maria, trascorsa nel silenzio quieto di chi aspetta sempre che qualcuno torni, che si ricordi di lei.

Quando Maria era viva tutti quanti l’hanno lasciata sola, ed ora che lei ci ha lasciato vengono tutti a vederla”, dice Martha, la moglie di Anton, l’amica fedele dal giorno lontano in cui Maria l’accolse, sorridente, alla stazione, quando arrivò col figlio di Anton nel grembo.

Il canto intorno alla sepoltura di Maria è sovrastato dall’improvviso rombo di due reattori americani che attraversano il cielo dell’ Hunsrück.

Reitz riprende dall’alto per lunghi secondi tutta la vallata sul corso del Reno, un volo velocissimo che annulla ogni rapporto empatico col paesaggio, oggetto di un’asettica ricognizione militare, accompagnata da un pezzo d’organo vibrante, dissonante e disperato.

Hermann, Ernst e Anton si ritrovano, dopo tanti anni, attraversano insieme le strade del paese, sono estranei; Hermann visita il cimitero e rivede il mondo della sua infanzia e adolescenza, e anche quella vecchia foto nella tendina canadese con Clärchen, ai tempi del loro amore impossibile, spunta dal nascondiglio di un cassetto.

Paul, malato e stanco, con tutti i pentimenti e le lacrime che la vecchiaia porta con sé, sente la fine ormai vicina, la morte di Maria è il declino dell’idea di casa, anche nel loro girovagare per il mondo lui ed Hermann sapevano che una casa c’era finchè c’era lei:

Daddy – dice Hermann a Paul – non abbiamo capito quanto era importante per noi che lei fosse qui”.

E’ un canto della memoria, questo capitolo finale di HEIMAT, e Maria torna ancora nei flashback, come la lunga sequenza del compleanno, quando festeggiò i settant’anni e ancora qualcuno dei vecchi era vivo, Lucie, sola, morti Eduard e Horst, il figlio, giovanissimo, dilaniato da una bomba inesplosa nel bosco vicino, e Pauline, sempre col negozio nei suoi pensieri. Ora è il figlio che fa affari, Robert, il marito orologiaio, è rimasto in Russia, il mite, buon Robert che tanti anni prima rilevò l’appartamento dell’ebreo del piano di sopra.

Ancora un flashback di Maria nel ricordo di Anton, che trova in soffitta il vecchio televisore che un giorno le aveva regalato perché non fosse così sola, in quella grande cucina mentre puliva i funghi.

Era il primo televisore a colori con telecomando.

Anton, questa è roba per gente che vuole morire. La sera, quando passo per il paese e vedo dietro le finestre le persone anziane che guardano la televisione, penso sempre che un giorno loro moriranno davanti a quella roba, completamente soli, senza nessuno che gli sta accanto. Non farmi questo, Anton, io non voglio morire così. Riprenditelo, Anton, e vienimi a trovare più spesso, invece.”

Questa era Maria.

Uno straordinario percorso a ritroso, il capitolo 11, che chiude un tempo nel quale si sono compiuti diversi destini, tanti sono nati, cresciuti e morti lì, senza mai partire; altri, come Paul ed Hermann, sono andati via, ma le radici sono dove riposano i morti, nella terra di quel cimitero di campagna con le tombe fiorite, dove il guardiano parla un vecchio dialetto che Hermann capisce a fatica.

Glasich, ormai anche lui vicino alla fine, conserva gelosamente i ricordi nelle sue foto preziose, memoria storica di Schabbach da quasi un secolo, e questi prenderanno vita nella lunga sequenza finale del Luna Park illuminato, dove s’incontrano di nuovo tutti e Reitz dissemina segnali, presagi, visioni oniriche, crea figure felliniane  come le due prostitute che rimorchiano Anton in piena crisi d’identità, scopre Ernst in un angolo che fa un’improbabile domanda di matrimonio che non avrà mai seguito, proietta l’ombra gigantesca e inquietante di Paul sul muro di fronte e fa avviare Glasisch a morire, traballante, sul viottolo buio.

Ma ecco che un caleidoscopio di immagini, “dall’oscurità alla luce”, si apre davanti ai suoi occhi, è tornato giovane, con i guanti che coprono le mani rovinate dai gas della prima guerra, e apre quella porta illuminata in fondo al viottolo.

Ci sono tutti i frammenti della sua memoria in quella sala che sembra un set, decine di set cinematografici, e ognuno recita la sua parte migliore, fissato per sempre con i suoi gesti consueti e le parole che diceva.

Maria arriva, con il gran piumone bianco sulle braccia, come quel giorno, quando tornò Otto dopo quattro anni e non lo lasciava più, stretto al petto come se, lasciando il piumone, potesse sparire anche Otto.

E’ bella, giovane, luminosa.

Tutti la circondano e lei li guarda e li nomina ad uno ad uno, sono sereni, come nei momenti più calmi della loro vita, e guardano oltre il finestrone, giù, nel Luna Park ancora illuminato, i vivi.

Vieni, andiamo fuori”, fa Otto a Maria. .

Glasisch ora è a terra nel viottolo, è morto, lo portano via in fretta, l’allegria nel Luna Park deve continuare.

Era un povero diavolo, meglio così, ha finito di soffrire”.

Neppure Anton sembra star bene, all’improvviso ha perso l’udito, gli anni che lo aspettano non saranno quello che aveva immaginato, lo vedremo di nuovo in HEIMAT 3.

Scende il sipario su HEIMAT prima parte.

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Indice HEIMAT 1