L’epoca delle prime canzoni (Die Zeit der Ersten Lieder)

1960 Hermann

Arrivato a Monaco Hermann dovrà presto capirne i limiti, potrebbe esser giusta la critica di provincialismo pronunciata dall’eccentrico, logorroico vecchio del treno (un eccezionale Alfred Edel, già icona del cinema tedesco con Kluge, Syberberg, Klick ed  Herzog), ma ora è necessaria la scoperta, l’iniziazione ad un mondo sconosciuto.

Tornano, in apertura, le ultime sequenze della vita di Hermann a Schabbach, la solenne promessa a Dio e a sé stesso di andar via di casa dopo la maturità e di farla finita con l’amore, pronunciata con determinazione disperata di fronte al cielo che si apre luminoso sopra la finestra della soffitta.

Il breve concerto per voci, piano e orchestra, presentato alla maturità e ispirato ai versi di Rilke, nel flashback di ritorno a Schabbach, sorprendentemente sarà capito da Marie Goot, la vecchia e semplice zia con gli occhiali da talpa, e pure Glasich, il vagabondo che fra qualche anno capirà Legàmi, il concerto nella cava, non sarà l’unico in paese ad avere quello sguardo lungo che spesso manca a sofisticate comunità scientifiche e artistiche.

Mi venne in mente Clärchen – pensa Hermann, voice over, mentre il coro canta – a cui avevo letto questi versi:”Maestranze siamo noi, provetti artieri, apprendisti e novizi, si lavora a costruirti, Dio, l’immensa navata. E a volte un misterioso pellegrino va, come baleno, per gli spiriti nostri e ci ammaestra, tremando, a nuovo piglio e a nuovo tocco. Ed è un picchiare di martelli onde rintronan tutte le montagne. Solo al tramonto, Dio, sospendiam di costruirti. E le fattezze tue brillano alfine intere nel crepuscolo. Tu sei grande, Dio!”

C’è il presagio di un lungo futuro in questa prova scolastica, e c’è anche altro, la vita lancia segnali che cogliamo, spesso, solo a posteriori. In platea, fra gli entusiasti, c’è infatti Schnüssen, la ragazzetta di paese rassicurante e carina che non sta più nella pelle e dice all’amica “Gli ho insegnato io a baciare!”.

Avrà una parte anche lei nella vita di Hermann, e sarà importante.

Nel livido mattino del 2 settembre 1960 Hermann parte per sempre da Schabbach.

La strada che esce dal paese scorre davanti al finestrino dell’autobus:

Avevo deciso di non voltarmi indietro…”

La mdp invece si volta all’ìndietro, dal finestrino posteriore bagnato di pioggia le ultime case di Schabbach sono macchie scure che si allontanano.

Presagio di un nostos ora impossibile da immaginare.

La libertà mi aspettavaEra come se fossi rinato, non da mia madre ma dalla mia testa. Me ne andavo a cercare la mia seconda patria, eine Zweite Heimat.”

Manderà una cartolina da Monaco ai suoi vecchi professori e scriverà le parole di Thomas Mann: “Monaco splende”.

La fine traumatica della relazione con Clärchen ha dato la spinta a un destino che era già scritto, Hermann ha in sé tutti i fermenti dei tempi nuovi e il suo è il cosmopolitismo delle generazioni del dopoguerra che hanno segnato lo spartiacque con la prima metà del secolo.

Verso Monaco, in treno, la voce di Edel, poi il suo faccione rugoso in primo piano, campo e controcampo con Hermann.

Fa strani discorsi, Hermann ascolta, è annoiato e a tratti divertito, la bionda carina di fronte col nasino a patata non ha l’aria di capire molto, due ragazzi sorridono con sufficienza, come tutti i ragazzi che capiranno solo dopo tanti anni:

La storia è fatta dagli uomini e dai loro amici. Non sono i grandi che la fanno, né i moti popolari né le ideologie. La storia la fanno i comuni mortali e i loro amici. Com’era con Cesare?Quando perse i suoi amici finirono gli anni creativi. Poi si passò al classico. Goethe, Schubert, Hegel, George e altri famosi monacensi, Mann, Brecht, Feuchtwanger, Steiner, solo più tardi divennero dei classici. Buono/Profondità …”

Su quest’ultimo, incomprensibile binomio, Hermann si arrende e riprende a leggere.

L’attacco successivo di Edel è sull’avanguardia:

Dipendesse da me cercherei di rallentarla un po’, corre troppo!

Il primo di voi che si libererà dall’ideologia, il primo che ci riuscirà farà carriera, adesso siete troppo giovani, ma quando avrete 30 anni mi darete ragione.”

Hermann: “Mi sembra impossibile che un giorno io possa avere più di 30 anni.”

“Lei è Gesù?” fa un Edel  poco disposto ad arrendersi.

No, ma se Gesù fosse arrivato a 50 anni la sua religione sarebbe stata solo un peccato di gioventù e basta”.

Questo è ora Hermann, e con valigia, zaino e chitarra scende alla stazione di Monaco.

Edel vagabonda ancora un po’ con le sue bottiglie di birra per le strade della città, riapparirà in brevissimi flash, indimenticabili.

Primi incontri, ricerca più difficile di quanto si creda di un alloggio, la città non accoglie a braccia aperte e lui se ne rende conto subito.

La signora Moretti appare qui, ha una sartoria che dà sulla strada, è un uragano, una montagna di carne sorridente e ciarliera, incontenibile.

Hermann chiede informazioni, lei lo cattura, lo porta di sopra, nel suo appartamento, lo fa sedere al pianoforte e inizia a cantare Lehar… una voce stupenda.

Gli promette una stanza, dice che butterà fuori il vecchio inquilino, ma poi se ne dimenticherà, farà altro, svolazza come una gigantesca libellula, è completamente inaffidabile, ma dice a bruciapelo a Hermann  tirandolo per  il bavero:

Ragazzo, tu sei un genio, te lo leggo negli occhi”.

Hermann quella notte dormirà da Renate, la bruttina che non si arrende mai e suda troppo, incontro fortuito e stanzetta di un metro per due, materassino sul pavimento e “coglione” per buonanotte.

Seguiranno anni di stanze e appartamenti in affitto.

 “Dalle mie parti mi consideravano un genio, alcuni insegnanti avevano pianto quando me n’ero andato. Entrando qui non ero più nessuno”.

Ma Hermann non si volta indietro.

Fa capolino da una colonna Juan Ramon Fernandez Subercaseaux, il viso sorridente di sempre:

Com’è il mio tedesco? Si sente che sono straniero?”

Diventerà il suo miglior amico, è cileno, suona il flauto, parla con accento perfetto dieci lingue (“l’undicesima è la musica” dice), “s’inebria delle parole”, pensa di lui Hermann, e quella che più ama è Sehnsucht, nostàlghia, quel respiro che sente nell’aria e legge negli occhi di tutti i presenti al concerto di nuove tonalità sperimentali e pérformances in chiave body art nell’Auditorium del Conservatorio.

Il suo pezzo di Bach/marimba allo xilofono ci dice molto di lui.

Juan ha la chiarezza semplice della verità nel guardare le cose, ha parole che incantano, gli racconta la fiaba cinese del falso usignolo dell’imperatore:

L’orologiaio fece all’imperatore un usignolo finto ma perfetto, che poteva muoversi e perfino volare per sedersi sui rami davanti alle finestre del palazzo. Sapeva cantare meglio di tutti gli usignoli. L’imperatore s’inamorò dell’usignolo, ma l’usignolo non aveva anima, era solo un meccanismo, Sehnsucht …”

Juan scopriva il tedesco, le parole per lui erano paesaggi, sensucht, la parola lo inebriava, ma non volevo saperne della sua esaltazione dell’amore” – pensieri di Hermann che resiste, caparbio, e si ripete con forza -“mai più amore, mi difendevo con tutte le mie forze.”

Ed invece ecco, in brevi flash e per la prima volta, Clarissa, la donna al centro della sua vita futura.

E’ ferma ai piedi della grande scalinata del Conservatorio col suo violoncello, severa, distante. Hermann la vedrà di nuovo con altri musicisti e in rapidi incontri casuali fra la gente.

Ogni volta il suo sguardo si ferma, qualcosa lo trattiene, ma non si fa domande, il suo unico amore è la musica, c’è stato un giuramento, prima di lasciare Schabbach, e il ricordo di Clärchen torna nella sequenza finale.

Il postino arriva con la bicicletta, come quel giorno a Schabbach, quando la lettera d’amore di Clärchen finì nelle mani di Maria e Anton.

Ora è una lettera di addio che il carbonaio, padrone di casa, gli lascia sul cuscino, con quel delicato rispetto per gli artisti che gli ha raccontato un giorno, nella legnaia, mentre lui faceva esercizi con la chitarra:

Ho sempre amato gli artisti – dice sbrigativo continuando a lavorare – Quelli sì che lavorano sodo”.

Fuori è brutto e la musica che vuol ascoltare da Hermann è quella di Villa Lobos, quella “moderna” non è adatta alla pioggia e alla solitudine.

Hermann gli suona un pezzo adatto “alla pioggia e alla solitudine”, una sua composizione, e gli accordi, lenti, continuano sulla lettura delle parole di Clärchen.

Il colore dei notturni di HEIMAT 2 cede al bianco e nero del ricordo, e la lettera chiude quella storia breve di un amore strano anche solo a pensarlo, di un adolescente per una donna di undici anni più vecchia, una profuga senza storia, una persona da allontanare con minacce pesanti e un aborto necessario.

Eppure, dopo quattro anni di distanza, lei lo ha aspettato inutilmente per quattro ore nella stanza di Monaco, dove ora lui vive con Clemens, l’ottuso batterista di Schabbach incontrato sul tram.

Volevo rivederti, sentire se anche per te è così importante quello che c’è stato tra noi. Soffro ancora. Forse la vita ci darà modo di dirci un giorno addio”.

Ma per Hermann è iniziata l’epoca delle prime canzoni, Clärchen è il passato.

L’esame di ammissione al Conservatorio è andato bene, il Canto trionfale tratto da Rilke è piaciuto e per la difficile prova di audiometria la fortuna ha avuto il suo peso.

Entrano in scena molti che d’ora in poi riempiranno il suo spazio, fisico e mentale, Volker e Jean Marie, Reinhard e Rob, Stefan e Renate, sentiremo gli accordi al piano di Volker e il violoncello di Clarissa nella serata all’Auditorium.

Hermann è attratto da tutto, vorrebbe suonare come Volker, Juan Ramon gli è seduto accanto e gli parla di Sensucht.

Lo mette sull’avviso, con la sua voce di folletto buono:

Attento ai desideri, potrebbero realizzarsi”.

Eppure, tutto ha l’aria di essere una splendida avventura.

Die Zweite Heimat