1961 Evelyne
Evelyne Cerphal entra in scena da protagonista, con la sua voce profonda di contralto, la bellezza intensa e seria, la passione che si avverte in ogni gesto, come quando, al cimitero, resta immobile fra due ali di parenti e amici che sfollano indifferenti, poi volta le spalle e scappa via da Neuburg, un mondo dove non si è mai sentita a casa.
Evelyne è una delle figure più affascinanti di Die Zweite Heimat. Gisela Müller, l’interprete, non aveva mai recitato, eppure possiede quella dote naturale che la rende indimenticabile, e Reitz può farle dire senza imbarazzo: “Sono stata concepita per amore, anche durante la guerra splendeva il sole”.
Il padre, Arno, è morto da qualche giorno, aveva solo 42 anni, ed era il suo unico punto di riferimento al mondo.
Della madre non sa nulla, quelli che credeva fratelli e parenti non sono più nessuno per lei, ha scoperto da poco di esser vissuta nella menzogna in una famiglia dove ipocrisia e perbenismo hanno impedito al grande amore del padre di realizzarsi, durante gli anni bui della guerra.
Lei, Evelyne, ne è il frutto e ora non può che andarsene verso la sua vera Heimat, ricostruirla dentro di sé cercando le tracce di quella storia d’amore negata.
L’approdo è Monaco, il mondo di Hermann, Clarissa, Juan e di tanti altri ragazzi degli anni ’60, “gli arrabbiati”, la “generazione senza padri” (A. Mitscherlich, Verso una società senza padre- Idee per una psicologia sociale, Feltrinelli,1970), ragazzi in cerca di una vera Heimat.
La sua voce bellissima la farà accettare dal gruppo.
La grande casa fine ‘800 del nonno, alla periferia di Schwabing, è ora la base di questi giovani, la Fuchsbau, la “tana della volpe”.
Zia Elisabeth, signorina matura, svagata e un po’ snob, l’ha messa a disposizione di artisti che cominciano a vivere alle cinque del pomeriggio, sotto gli occhi solo apparentemente burberi della signora Ries, la governante.
Sarà lei, memoria storica della casa, a dare ad Evelyne le coordinate per la ricerca di Lieselotte, la giovane povera che il padre amava, ma che la grande famiglia di importanti editori, frequentata anche da rappresentanti del Terzo Reich, non poteva accettare, non era nei piani un matrimonio che non fosse prestigioso.
E’ sera, mentre va in onda un “anti-film” sperimentale girato dal gruppetto dei cineasti, Reinhard, Rob e Stefan, in realtà un corto di Reitz del ’57, Schiksal einer Oper (Destino di un’opera) Evelyne e la signora Reis sono riprese con montaggio alternato nella biblioteca accanto: “Voglio sapere chi era mia madre, capisce?” “Sì, la capisco, è necessario, specialmente quando si è giovani”.
L’anziana governante ha seguito dal vivo le dinamiche che hanno fatto la storia di quegli anni, sa di quel giovane Arno di 22 anni, futuro erede della dinastia, partito per il fronte e stranamente lì trattenuto, nonostante potesse facilmente tornare indietro, non sarebbero mancati lasciapassare. E invece accadde che proprio le amicizie influenti del padre lo trattenessero in Russia, se fosse tornato in congedo c’era il rischio che sposasse Lieselotte, sorella della modesta lattaia di Monaco che Evelyne ora sta cercando.
Ha un po’ di paura, Evelyne, è normale, non sa chi troverà, come sarà accolta, ma scoprirà presto quanta verità può esserci ancora al mondo.
Le foto della madre che la lattaia le mostra le somigliano come gocce d’acqua, lei ora “si sente” sua madre, ha trovato la sua Heimat .
L’amore è il secondo tema di questo capitolo, ed è quello che nasce, rapidissimo, fra Evelyne e Ansgar, figura a cui Reitz dedicherà il capitolo successivo, ma già in questo prepotentemente sulla scena nell’assalto verbale al signor Gattingen, amministratore della zia Elisabeth, “un abbronzato signore in loden in odore di nazismo”, strano pezzo di arredamento della casa, come lui stesso si definisce.
Ansgar è una di quelle figure segnate da un presagio tragico che si avverte immediatamente e quasi le rende disturbanti, costringono a girare lo sguardo.
Anche nel suo rapporto con Olga è sprezzante, spietato, Evelyne sarà l’unico e ultimo legame col mondo.
Fin dal primo apparire sulla scena Ansgar suscita attenzione e crea suspense, preparazione all’evento tragico che l’autore elabora disseminando indizi sottili che, mentre non precludono la sorpresa, generano però un crescendo di attesa e tensione.
Poi, a dissipare ogni dubbio, intitolerà “La morte di Ansgar” il capitolo successivo.
L’universo amoroso di HEIMAT è irto di fallimenti, delusioni, tentativi mal riusciti.
La storia di Evelyne e Ansgar è l’unica che riesca a sottrarsi a questa logica, ma la fine tragica sembra volutamente richiamarsi alla favola Orfica di civiltà che non cantarono l’amore se non nei suoi esiti catastrofici.
“L’amore è una cosa molto pericolosa – afferma Reitz – penso che ci siano poche persone che sono nate veramente per l’amore; per questo sentimento bisogna investire l’assoluto. L’amore è una finzione. Nella natura non c’è l’amore. E’ un grande compito dell’arte, della poesia: l’amore ha un ruolo molto più importante che nella vita” (E. Reitz, Il tempo della vita e il tempo della storia” in Temi di Cinema/3, p.234)
Ancora un legame amoroso, ma irto di cesure, attrazione e rifiuto, attesa e fuga, è quello di Hermann e Clarissa, giovane donna che continua qui a cercare la sua strada e a non trovarla.
Intorno alle due coppie ruota un piccolo caleidoscopio di mondi in divenire, giovani di un tempo pieno di rivolta e amore, bisogno di capire, entusiasmo nel fare.
Per quaranta minuti segue una serata-tipo nella villa di Elizabeth, ogni personaggio è un protagonista e quello che ne risulta è il profilo di un mondo scavato in tutte le sue pieghe.
Alle 8. 00 la radio bavarese ha dato la notizia:
“La notte scorsa, con l’accordo e l’appoggio espresso degli altri Stati del Patto di Varsavia, le autorità della zona sovietica hanno chiuso i confini tra Berlino ovest e la zona sovietica……”
E’ la notte del 13 agosto 1961, alla Fuchsbau si passa il tempo in giardino, ma c’è un’aria strana.
Elizabeth, ormai un po’ alticcia, proclama: “in notti come questa bisogna lottare per la propria felicità”, al piano qualcuno sta suonando un notturno di Chopin e, sì, è proprio così. Hermann, Clarissa e Juan dovranno lottare.
Orgoglio, gelosia, ma forse e soprattutto Sehnsucht, rendono ogni cosa così sfuggente, difficile da interpretare, come un sogno, al mattino restano brandelli.