1961 Ansgar
“Quando penso ad Ansgar penso ad un amico che doveva morire. Quasi glielo si leggeva in faccia, le sue allusioni sulla morte, il suo cinismo forzato, la sua eterna risata. Se conosci la fine ti pare quasi che tutta la vita vi si fosse preparata”.
La voce fuori campo di Hermann segue in controcampo Ansgar ed Evelyne che camminano felici sul ponte, nei viali alberati, fra le fòlaghe e i cespugli fioriti.
E’ uno degli infiniti momenti trascorsi insieme, nei sette mesi e quattro giorni della loro storia, senza lasciarsi un attimo, lui alle lezioni di Evelyne al Conservatorio, lei all’Università con Ansgar, e poi, quando ha deciso di non frequentare più, seduta accanto a lui sul tram dove fa il bigliettaio.
“Per noi amici il loro amore aveva il sapore dell’eternità, era nato qualcosa di solido nel nostro mondo di genialità segrete, di amore e di paura.”
Ansgar è una figura tragica, c’è in lui il senso della sconfitta, dello scacco esistenziale.
Nel microcosmo della “tana della volpe”, la villa a Schwabing dove si vive in un’attesa continuamente oscillante fra entusiasmo e sconforto, Ansgar è l’”eroe” negativo, il fuori registro, dissonante fin dalle prime battute, così gratuitamente provocatorie contro chiunque capiti a tiro. Si avverte subito in lui il senso di un disagio troppo radicato per trovare rimozioni mediamente efficaci, la sua è incapacità a vivere, è qualcosa che viene da lontano e nel quotidiano può tradursi, a volte, addirittura in beffa, come la sua fine.
La sua morte è accidentale, sciocca e terribile, sulle rotaie del tram mentre sale per lavorare, una visione insopportabile quel viso inquadrato fino all’ultimo fotogramma, incredulo, con gli occhi sbarrati.
Il suo rifiuto della famiglia, già esplicito in tante parole dette, quasi urlate, alla Fuchsbau, era diventato immagine reale nella sequenza, durissima, dell’incontro con i genitori, mentre Evelyne, muta e come paralizzata, assisteva alla scena.
Forse del ritratto di Ansgar questa non è la pennellata migliore, sfiora l’enfasi e suona un po’ didascalica, meglio tanti altri momenti fatti di sottili presagi, segnali sparsi, parole in libertà dette ridendo, “…attenta Evelyne, io sono una barca che affonda”.
Ansgar è il negativo di Juan, dentro di lui non c’è la musica che salva Juan, ed Evelyne non può curare ferite insanabili. Nella sua stanza c’è una siringa, poco altro, la madre è lontana anni luce dal capire chi aveva per figlio, Evelyne è un amore troppo intenso e troppo breve, non poteva essere la salvezza.
Il cimitero ripreso dall’alto della croce, Hermann e Juan che camminano fra le tombe come lungo le strade di una città dove ci sono amici e ricordi, “Adesso abbiamo i primi morti a Monaco”, e l’episodio si chiude, ad anello, con i colori freddi del mattino invernale.
E’ l’ultimo giorno di Carnevale.
Il rito della festa, come sempre, ha riunito tutti, quel ballo in maschera evoca atmosfere a metà strada fra Kubrick e Fellini.
Dalla soffitta sono spuntate maschere e dipinti di celebri artisti che un tempo frequentavano la Fuchsbau, nomi noti, Brecht, Mann, Feuchtwanger.
Il primo piano, improvviso, sul viso cereo di Evelyne che porta la notizia della morte di Ansgar ferma all’ingresso della sala, e l’altro, su quello, ottuso, di Elizabeth che continua a parlare, ignara della tragedia, sono all’altezza dei capolavori dell’espressionismo tedesco.
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Altre storie intanto continuano.
Clarissa ed Hermann, la loro musica e un amore che non riesce ad aver corso, promesse di futuro e brusche frenate, vita che scorre quotidiana e anonima o si esalta in qualche momento arioso, come lo spettacolo messo in scena da Hermann in Conservatorio, un pezzo composto per Clarissa ma Clarissa gli ha mandato una lettera d’addio.
Sparirà per trascorrere un lungo periodo di studio sul prezioso violoncello italiano del ‘700, regalo di Georg, anziano medico di famiglia da sempre innamorato di lei, figura discreta e nobile che la seguirà devoto nella carriera iniziale.
Il concerto che Hermann tiene in Conservatorio di fronte a critici e professori ha grande successo, ma negli articoli apparsi sui giornali nessun cenno all’autore.
C’è un nuovo incontro fra i due, ma ormai è sempre più difficile, è uno strano legame che mentre li unisce in profondità come qualcosa di ineluttabile, li respinge continuamente e li allontana.
Ora Clarissa frequenta, quasi a stordirsi, Volker e Jean Marie, musicisti e colleghi di Conservatorio, Hermann si aggrappa ancora alla sua illusione di trovare a Monaco la nuova patria dell’arte, ma l’addio alla stagione post-dodecafonica si sta lentamente preparando.
Tempi nuovi si profilano anche nel quotidiano.
Da Josef, il carbonaio che lo tiene in affitto, Hermann viene a sapere che tutto il quartiere dove vive sarà demolito per far posto a case di lusso, c’è in giro apatia e smarrimento, è come esser fermi sulla rampa di lancio, in un mondo che esplode dentro mentre diventa una candela bagnata fuori, e intanto “….gli Americani fanno una figuraccia a Cuba, Gagarin è il primo uomo nello spazio, a Berlino costruivano il muro, Hemingway si suicidava” come, in fondo, vorrebbe fare il vigoroso Reinhard, sempre in giro col suo fucile alla Johnn Wayne.
“In fondo stavamo per realizzare i nostri desideri, ma c’era quella tristezza nelle nostre anime. Non sapevamo spiegarcelo”.
L’ultima lettera Ansgar l’aveva scritta ad Hermann, gli regalava le sue poesie, poteva musicarle, erano testi adatti alla sua musica.