1960 Juan
Gli occhi da straniero sono gli quelli di Juan, il primo amico di Hermann a Monaco, cileno, artista eclettico, figura-simbolo di una condizione di straniamento che pesa su giovani ricchi di potenzialità ma relegati ai margini di un sistema che li mortifica, li rigetta come corpi estranei.
“Il suo dramma” pensa Hermann “era il suo talento. Dieci lingue! E poi matematica, karate, acrobazia, piano, batteria. Era mago, giocoliere, ballerino. Anche in Cile era fuori dalla norma.”
Il suono della marimba e del flauto lo seguono sulla scena che occupa con leggerezza sorridente e malinconica, mentre il bisogno stringe e allora si offre anche come insegnante di ginnastica o procura una serata al suo piccolo ensemble per allietare con la musica lo sfarzoso compleanno in casa di ricchi borghesi.
Una bottiglia di vino pregiato sarà tutto il compenso ricevuto per aver suonato ore, e allora non resterà che finire la serata con gli altri sulla riva del fiume e farle fare un bel volo acrobatico per vedere se si riesce a farla cadere senza romperla.
Juan è un angelo dalle ali spuntate, un campo lungo lo inquadra mentre cammina con Hermann ai bordi dell’ Isar, c’è tanta neve che lui vede per la prima volta, “sa di camicette lavate di fresco, ha il sapore della mamma” dice, e fa piroette, si rotola come un bambino.
Poi, rivolto all’amico, “Clarissa è come te”.
Juan è innamorato di Clarissa e non ha paura dell’amore, come Hermann, “… ma Clarissa aveva sempre qualcos’altro da fare. Dalle donne capivo che ero in un paese straniero”.
Juan ha paura del vuoto che sente intorno a sé, delle lettere che non arrivano dalla mamma in Cile, il suo sorriso è giovane e indifeso, Juan è Sehnsucht, nostalgia e desiderio.
Girate in gran parte in bianco e nero, le immagini trasmettono attesa sfiduciata, si avvicina il Natale, il freddo porta disagio, malattia, ora Hermann scopre cosa vuol dire essere malati in una grande città.
Perfino incubi di tempi passati (la guerra è lontana da vent’anni) si riaffacciano al passaggio del convoglio che trasporta bombe inesplose, e si pensa a quell’inverno del ’44, quando l’ingegner Otto Wollheben disinnescò l’ultimo ordigno.
“Clarissa è come te”, Juan ha occhi che vedono quello che altri non vedono e Clarissa ha gli stessi aculei di Hermann.
Il loro incontro è inevitabile, anche se le due strade si sfiorano di continuo e sempre si divaricano, altri incontri, occasioni mancate, brevi discorsi subito interrotti.
C’è un magnetismo che li fa riavvicinare ogni volta, fino al primo bacio, e subito la fuga di entrambi, perché Hermann l’ha detto, “i nostri aculei sono solo dentro”, e dunque sono i più duri da sradicare.
“Ero fuggito, mai dire a una donna ti amo. Rispettare il giuramento. Lei era come me, si sarà accorta che volevo scappare? Invidiavo Juan, aveva girato mezzo mondo, ci paragonava con mezzo mondo. Ci vedeva chiaro e credeva nell’amore. Eppure stava solo….” pensieri di Hermann mentre fa esercizi al piano.
Oltre la finestra, il cielo e i tetti di Monaco sotto la neve, le cupole delle chiese e i campanili.
Nel finale torna il colore caldo della sera invernale, manca poco a Natale, c’è voglia di essere allegri, in giro, nonostante tutto,gli amici escono dal cinema, Hermann li raggiunge e chiede: “Quanto è durato?” “18 minuti e 10 secondi” “Com’era?” “Moderno” “Molto tedesco”.
Alle loro spalle le locandine di Das Cabinet des Dr. Caligari e Singing in the rain,
Clarissa e Juan escono anche loro, ora camminano allegri, in tre con Hermann, sulla strada ghiacciata, e Juan fa progetti: “Farò l’attore, o lavorerò in un circo oppure fonderò un’orchestra di marimba”… ma un fermo immagine, improvviso e il colore diventa gelido.
Per terra, assiderato, il vecchio Edel se n’è andato con la sua stralunata allegria di “alcoolizzato moderato”.
Qualche sera prima, al pub, mentre Juan suonava la batteria e Clarissa ancora dava del lei ad Hermann, il vecchio beone girava col suo bicchiere, e parlava al vento della teoria filosofica di Adorno sulla musica moderna e poi delle dissonanze nella dodecafonia e del nesso tra teoria e scala musicale.
Infine, su Orff, il positivista che narra di favole e miti, ma solo apparentemente, sia chiaro, si era fermato, nessuno che lo ascoltasse, e così aveva chiuso recitando il suo Pater noster: “Padre nostro dei beoni, lasciaci in tentazione e liberaci dal male”.
Ora è lì, a terra, la schiena appoggiato alla ringhiera, la mano sull’ultima bottiglia e la brina sulle sopracciglia.
Hermann, Juan e Clarissa si abbracciano, sullo sfondo buio della notte.
Monaco non è tutti i giorni “la città dai mille colori”
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3 Gelosia e orgoglio (Eifersucht und Stoltz)