1963 Alex
22 novembre 1963
“Per un texano quel tragico giorno fu una giornata di sole, ma per noi fu una di quelle grigie giornate di novembre descritte dai poeti tedeschi”.
Questo pensa Alex, il più vecchio del gruppo ma ancora studente di filosofia, quello che ha letto più libri di un professore. Lui vede tutto in chiave storica e ricorda quel giorno nei minimi particolari.
L’episodio è lungo un giorno e la pioggia dell’autunno tedesco non cesserà fino a sera, così lontana dal sole di Dallas, in Texas, mentre scorre il fatidico corteo di macchine di JFK[1]
Un altro anno di attese e speranze è trascorso, per alcuni di delusioni e sviamenti. I ragazzi della Fuchsbau crescono, Elisabeth pensa di vendere la grande casa, ha ricevuto una buona offerta e il clima non è più lo stesso di qualche anno prima, ma intanto sta facendo tagliare in giardino l’“albero di Damocle” che rischia di cadere sulla testa dei suoi giovani amici.
Un gran volo di cornacchie apre la scena,
Alex non è mattiniero, perché “la mattina presto succedono le peggior cose, guerre, arresti, disastri ferroviari, condanne a morte, lo sfruttamento della classe operaia. Alex non voleva far parte del mondo dei cattivi, per questo dormiva finchè il pericolo era passato, cioè fin verso mezzogiorno.”
Poiché una delle sue massime preferite è: “A che serve tanto studiare se non hai da mangiare?”, insieme all’altra, ereditata dal padre impiccatosi per il fallimento della sua tavola calda: “Chi è un amico? uno che ti presta soldi ”, Alex esce nella pioggia come ogni giorno alla ricerca di un piatto di minestra in cambio di pensieri filosofici.
La giornata passerà da un amico all’altro e da un capo all’altro della città in cerca di un prestito, ricerca che si rivelerà del tutto infruttuosa, sono tutti malconci, sembra proprio che di questi “figli di Kennedy”, come li definisce Alex, non si riesca a capire la grandezza.
“Intelligenti, liberi e giovani”, pensa sconcertato, sfogliando libri nella biblioteca di Elizabeth, mentre riflette su alcune fondamentali proposizioni di Wittgenstein, e, partendo dalla prima , “Tutto ciò che si sa, oltre al brusio e al fruscio, si può dire in tre parole: il mondo è tutto ciò che accade, il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose”, si mette in moto per verificare la corrispondenza del Tractatus logico-philosophicus con la realtà e far partecipi gli amici della bellezza di questi assunti filosofici, a cominciare da Clarissa, la prima che incontra attraversando il cimitero.
“Il mondo è determinato dai fatti e dall’essere tutti i fatti! Perché la totalità dei fatti determina ciò che accade e anche tutto ciò che non accade. Una cosa può accadere o non accadere e tutto l’altro restare uguale. I fatti nello spazio logico sono il mondo”.
E i fatti sono poco rassicuranti, visto quello che accade o sta per accadere: Clarissa va ad abortire rischiando la pelle e la libertà, Jean Marie e Volker, padri a metà per una sera di sballo in cui Clarissa aveva voluto dimenticarsi di sè, si dividono la spesa e restano amici (sul loro gemellaggio Reitz si diverte con garbo), Hermann si sveglia quasi sepolto dall’albero di Elizabeth, che alla fine precipita entrandogli in camera dalla finestra, poi corre ad attaccare sotto la pioggia i manifesti del concerto di musica aleatoria, (“dadi, alea, destino in un mondo senza Dio”) con i “Lieder für Ansgar” in memoria dell’amico morto che si terrà il 14 dicembre all’ Amerikahaus.
Helga l’aiuta, lo segue ancora un po’ con il suo amore inutile, poi in stato depressivo semi confusionale tenterà il suicidio; Olga si fa foto da sola in casa tra uno starnuto e l’altro, nel caos esistenziale più totale, per improbabili casting a Roma, e la bruttina senza speranza, Renate (“non guardarmi così, non divento più bella”) canta per Juan che suona al piano, sempre sorridente.
Ha comunque una voce discreta e si consolerà più tardi con le salsicce e la zuppa di un set di cinema sperimentale abbandonato dalla troupe perché regista e sceneggiatore hanno litigato.
Intanto nessuno dà un soldo ad Alex, la fame aumenta, davanti alla ghiotta vetrina del salumiere Wittgenstein torna in soccorso: “Bisogna arrendersi ai fatti”.
La pioggia è incessante, Alex ormai zuppo arriva anche lui sul set, lì almeno ci sono panini e qualcuno lo fa asciugare.
Stefan Aufhauser, uno del gruppo della Fuchsbau, gira un film.
Dai tempi della cinepresa presa in prestito e delle riprese per strada con Rob e Rehinard è andato avanti, sul set c’è tanta gente e perfino Alex resta a fare la comparsa, truccato che sembra un clown.
Alcune coppie su divanetti qua e là bevono e simulano dialoghi, prosegue incessante lo stream of consciousness di Alex, e intanto la faccia e l’assoluta leggerezza del suo essere ci ricordano Edel, quello che era morto assiderato sotto Natale qualche anno prima, con la bottiglia di birra in mano e tanti discorsi che nessuno ascoltava.
“Sono immerso fino al collo in questo giorno di pioggia, mi vedo mutare di situazione in situazione”
L’acqua è penetrata fino agli strati più intimi di Alex, raggiungendo infine “il piano etico”.
A questo punto subentra un’integrazione a Wittgenstein: “Quel che W. ha omesso era di osservare le condizioni, ovvero i fatti. Così bagnato e affamato com’ero, la scena diventava un sogno. Gli amici recitavano in un film sul film del film. Rapiti, erano divinità sopra una massa di gente strana di attori, che recitavano attori, costumi, tecnica, un ingranaggio che sostituiva la realtà”.
Stop, pausa, Alex finisce di masticare il suo panino, mentre guarda la scena che stanno girando:
“Ero come un pesce fuor d’acqua, un mendicante bagnato nell’anticamera del paradiso”.
Nella lite tra regista e sceneggiatore volano nomi grossi, Buñuel e Malle, Fellini e Visconti, si lascerebbero questi grandi influenzare dai loro sceneggiatori? La lite finisce sotto la pioggia, col produttore che dà lo stop a tutti.
E’ una lunga sequenza sul “fare cinema”, si esce dalla realtà, ma poi tornano i “fatti”, con l’umido ambulatorio nel sottoscala, dove un medico che continua a tossire fa abortire Clarissa.
Più avanti, l’altro “fatto” sono i cassonetti da cui Alex ricava dei vuoti a rendere e qualche soldo per telefonare agli amici in un ultimo tentativo. La fortuna, però, o almeno quello che lui crede un segno del destino, lo aspetta lì, in quella cabina telefonica, non è molto, ma basta per qualche giorno.
Di Alex, dice Reitz, “… è una figura tragica perché capisce molto meglio dei suoi amici cosa sta succedendo grazie alla sua cultura: ha letto molti libri ed è uno spirito filosofico, analitico. Nello stesso tempo però soffre di solitudine. Quanto più studia, analizza e acquisisce conoscenze, tanto più cresce la sua solitudine e diventa incapace di vivere un contatto fisico, un affetto, un amore. Per questa discrepanza tra sapere cosa succede e l’impossibilità di abbracciare qualcuno, si ammala. In fondo è una persona sofferente, psichicamente rovinata, e per la sua paura, per il suo continuo rifuggire la solitudine, diventa il buffone, l’arlecchino del gruppo di amici”(E.Reitz, A colloquio con Edgar Reitz )
Si è fatta sera, ha smesso di piovere, si va al cinema, Cleopatra di Mankiewicz è imperdibile, appena uscito dopo anni di riprese, la 20th Century Fox quasi fallisce per produrre un kolossal che tra sfarzo e kitch promette di fare della regina del Nilo meglio di quanto riuscì a combinare quel piccolo aspide nel 31 a.C.
Hermann, Juan e Schnüssen (la semplice e graziosa guida turistica venuta dell’Hunsrück, ragazza che “né canta né suona il violoncello”, dice Juan, quella che aveva insegnato a Hermann a baciare, anni prima) sono in platea, incombe sullo schermo l’immensa Sfinge che trasporta la regina d’Egitto fra masse osannanti di comparse felici, sfila grandioso il potere amerikano in cinemascope, ma all’improvviso tutto si blocca …
Mr. Hilton della Centfox, immobile davanti al grande schermo, rivolto al pubblico: “Abbiamo una brutta notizia da comunicarvi: il presidente americano John F.Kennedy è stato assassinato un’ora fa a Dallas, in Texas”.
Ecco i fatti nello spazio logico del mondo.
La morte di Kennedy salva Helga, soccorsa appena in tempo dall’ingestione di barbiturici da Alex e Stefan che le portavano la notizia dell’attentato, Jean Marie e Volker parlano del loro problema con Clarissa, quello è un fatto, Clarissa è sopravvissuta all’aborto nel sottoscala, la pioggia è finita e Alex ha mangiato gratis.
Helga ora può dire ridendo agli amici “Ancora un po’ e raggiungevo il vostro bel presidente americano”, ma non è allegra.
Nella grande casa di Elizabeth ci si ritrova a sera con tutti i problemi, e ora uno in più, ma in cucina stanno preparando il gulasch con la paprica dolce, la porta che si chiude fa vedere la locandina di Jules und Jim, ed è poprio quel che ci vuole.
La foto di Kennedy, sul muro, di profilo, “sembra che abbia un attacco d’ernia, sorride per nascondere il dolore”, dice Alex mentre Juan aggiunge legna alla stufa.
“Guarda la foto di Kruscev con Kennedy, ha un’espressione interrogativa.”
“Sarà innamorato”
“Il ciccione si è preso una cotta per il bel presidente”.
“Strano, nonostante Cuba. Non ci avevo mai pensato”, conclude Alex che vede tutto in prospettiva storica.
Come diceva Wittgenstein? Il mondo è la totalità dei fatti.
________________
[1] Nel film la data è il 23 Novembre, evidente nella scena in cui Hermann attacca con Helga i manifesti del suo concerto, ma il capitolo scorre in parallelo con il giorno della morte di Kennedy, avvenuta il 22 novembre 1963