L’eterna figlia (Die Ewige Tochter)

1965 Elisabeth

Elisabeth Cerphal è una di quelle persone che nascono con un destino segnato.

Il suo è stato quello di essere “l’eterna figlia”, e rendersene conto ora, nella mezza età, non serve, sono stati persi almeno vent’anni e aver studiato di tutto senza acquisire niente né aver trovato una strada propria può diventare un bel problema.

La dinastia di grandi editori da cui discende sta finendo, il vecchio padre di 84 anni  è vicino alla morte, i fratelli non ci sono più, resta lei con un’eredità che le darà sicurezza economica, ma della sua vita di figlia sempre protetta, sempre tenuta fuori dai problemi, non resta nulla.

Nei capitoli precedenti la Fuchsbau è stata il centro del suo mondo. Forse, inconsapevolmente, Elisabeth compensava così il vuoto, le vite di quei giovani che crescevano sui propri talenti erano proiezioni di quello che lei non era mai stata in modo autonomo.

Averli visti nello scontro con la realtà le ha creato rifiuto e li ha scacciati:

“Sono sempre più sicura che ho fatto bene a buttar fuori quegli studenti e giovani artisti. Per tutti questi anni ho inseguito un’idea fissa. L’idea che fosse possibile far rivivere il vecchio Schwabing. Erano altri tempi. Avrei dovuto nascere nel Settecento, allora mi sarei sentita a mio agio, avrei fondato un salotto letterario, avrei ricevuto le menti più illustri. Allora non si esaltava tanto la gioventù, contava la persona, il genio, a quindici anni come a cinquanta. Anche gli artisti non sono più quelli di una volta”.

E’ rimasto solo Juan, l’eterno ragazzo con gli occhi da straniero, anche lui destinato ad una continua peregrinazione intorno a sé stesso, quasi un’incapacità di essere in qualche modo, di andare verso una direzione. Elisabeth sente, oscuramente, che loro due si somigliano.

Elisabeth ricorda a Reitz i trascorsi giovanili a Monaco:

“Una volta a Monaco, quando ero studente, conoscevo una famiglia di questo tipo. Ciò che mi ha sempre affascinato, non solo della figlia di questa famiglia  ma in generale delle figlie delle famiglie molto ricche di questa generazione è il fatto che dispongono di una miriade di possibilità sociali. Esse stesse si rendono conto che possono realizzare queste attitudini tanto meglio quanto più restano infantili, e quanto meno adulte sono tanto meglio è per le loro occasioni” (E.Reitz, A colloquio con E.Reitz su Die Zweite Heimat)

Gli altri personaggi  del capitolo si muovono sulla cornice di sfondo: Hermann e Schnüsschen alle prese con la piccola Simona/Lulu e i pochi metri quadri dell’appartamento in cui vivono, il diploma di Hermann che chiude la sua vita da studente e una carriera che ristagna, mentre gli amici di un tempo non si vedono più; Alex e Stefan, Helga, Olga e Renate riuniti nel locale alternativo di quest’ultima, “Renates U-Boot”, piccolo assaggio di quel mondo underground che allora prosperava e dove Alex, tra un bicchiere e l’altro, dà libero sfogo al suo pensiero critico; Clarissa torna dagli States e sembra  aver lasciato lì parecchio entusiasmo (“la prima cosa che impari in America è non farti illusioni” dice al suo méntore, l’anziano e devoto Georg che crede sempre in lei).

Tra Volker e Clarissa nascerà tra poco una collaborazione professionale che la madre di lei, donna grassa e incombente, spera anche sentimentale.

Ognuno si arrabattava nel suo mondo, isolato da tutti i vecchi amici, covava i propri progetti, dubitava del proprio talento e si teneva coperto”, ha detto in apertura la voce di Hermann, questo è un momento di transizione e per qualcuno, come Elisabeth, di bilanci.

La morte ormai prossima del padre la costringe ad uscire da quella nuvola di trasognata indifferenza in cui vive.

La miglior definizione di lei la dà Juan, mentre allinea le carte da gioco sul tavolo della vecchia casa::

Lei è l’eterna figlia, dama di quadri, suo padre decide, denaro, amore, professione, viaggi, salute, casa”.

Dalle carte riemerge il grosso punto nero della famiglia, la casa avuta dall’ebreo Goldbaum, socio in affari di Herr Cerphal prima della guerra.

Non è mai stata restituita, insieme a tutto il suo patrimonio, e il vecchio, dal letto della clinica, ha già ordinato alla figlia di strappare documenti compromettenti e scritto le sue ultime volontà con la mano sinistra, la destra è ormai paralizzata.

Anche il mazzo di carte sul tavolo è stato aperto con la sinistra, e Juan sa leggerle, sa “ricostruire”, ha fatto solo alcune domande a lei e al signor Gattinger, li ha osservati.

Elisabeth ora vuol leggere il mondo in cui è vissuta da estranea, “nota atona” la chiamò una volta il padre.

Vuol sapere dalle carte cosa c’è nel suo futuro e le due parole che contano sono “viaggi” e “amore”.

Juan può solo dirle che lei vive nella generazione sbagliata, “il suo tempo si è fermato 20 anni fa”.

Era quello il tempo per decidere di vivere.

La sua amica, Edith Goldbaum, fu internata in un campo di concentramento, e il signor Gattinger l’avrebbe tradita. 

Lei lo sapeva, e c’era anche una bambina, Esther, lei sapeva tutto, Dachau è solo a venti chilometri da Monaco, ma lei amava il signor Gatting“… e penso che lei forse ami anche me” sono le ultime parole di Juan mentre chiude il mazzo di carte

A Elisabeth non resta che piangere distesa sul letto, come una vecchia bambina.

Nello studio della grande azienda di famiglia, mentre raccoglie carte e memorie del vecchio Herr Cerphal, da una vecchia pistola trovata in un cassetto fa partire un colpo.

Il proiettile si conficca nella poltrona di cuoio di fronte, quella su cui sedeva sempre il padre.

E’sera, la Fuchsbau è tutta iluminata, Elisabeth torna dallo studio e la trova invasa da giovani, facce vecchie e nuove, comincia il tempo delle grandi contestazioni, qualcuno dalla scalinata predica contro la società opulenta, bisogna passare dal capitalismo al socialimo, Elisabeth è dichiarata sul campo “nemica di classe”.

“Quello che mi disturba è che non mi abbiate chiesto il permesso prima di convocare questa assemblea. Non è questione di politica ma di educazione” ribatte, serafica come sempre.

Alla fine, però, Elisabeth capisce, ci sono leggi speciali in preparazione, i giovani hanno bisogno di un posto sicuro da intercettazioni, quella casa è sempre stata un loro punto di riferimento e questo, almeno, nella sua vita l’ha realizzato.

La signora Ries arriva in mezzo alla confusione del salotto con la notizia della morte del padre.

I giovani vanno via una volta per tutte.

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E’ora di chiudere col passato, il notaio arriva con le carte, la Fuchsbau è finita, al suo posto sorgeranno 150 alloggi voluti dal Comune.

Mio padre si rivolterà nella tomba!” esclama Elisabeth, ora tornata studentessa. Infatti, per ereditare il patrimonio dovrà laurearsi, anche da morto il padre ha deciso della sua vita.

E allora, perché non lasciare che Juan porti a termine quel mosaico completamente inutile che sta costruendo da giorni sul selciato del giardino, un enorme clown con la faccia rivolta verso la Fuchsbau?

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