La fine del futuro (Das Ende der Zukunft)

1966 Reinhard

“Da parte mia non ci fu neanche la minima condotta di vita che in qualche modo si facesse valere. Sembrava che a me come a tutti gli altri fosse dato il centro del cerchio e come tutti gli altri io dovessi percorrere il raggio decisivo e poi tracciare il bel cerchio. Invece ho preso sempre la rincorsa verso il raggio, ma sempre ho dovuto interromperlo.”

Sono parole di Kafka, nel Diario, ma sembrano adattarsi a questi destini che dalla corsa verso la vera Heimat, all’epoca delle prime canzoni, ora stanno marcando la distanza in modo inesorabile, chiudendosi su sé stessi in una sorta di fuga, di paura del futuro.

Alex spiega tutto con Leibnitz e le monadi, quando non basta aggiunge Spinoza, ma Reihnard non ci sta.

Nei primi capitoli era stata una presenza marginale, con il suo fucile alla John Wayne e i suoi discorsi sulla morte di Hemingway.

Ora Reitz gli dedica la puntata più lunga di tutta la saga. con un epilogo fulmineo e tragico che lo accomuna ad Ansgar, meteore che brillano lungo la corsa e si spengono, opache, a terra, in caduta velocissima.

E’appena tornato da un anno passato in Sud America con Rob, il cineoperatore, a girare documentari di viaggio su “storia, tecnica, clima, economia e cultura nei paesi dove cresce il cotone”, ha la testa che trabocca energia e Monaco gli va stretta.

Gira come inebetito nel cantiere dove prima c’era la Fuchsbau, rasa al suolo in pochi giorni. Quello che credeva il presente è diventato all’improvviso il passato e intorno, negli amici della “tana della volpe”, sente incertezza e smarrimento.

Dopo la musica Reitz comincia a parlare di cinema, e con Reinhard, Rob e Stefan crea i personaggi tipici del Nuovo Cinema Tedesco di quegli anni.

Reinhard mi apparve in sogno con il viso di Orson Welles e io seppi che aveva le qualità per vivere una magica storia da cineasta”(E.Reitz, Il mistero delle immagini cinematografiche)

Reinhard vuol fare riprese di quel disastro, inizia a girare ma poi si ferma: “Ma perché questo maledetto occhio di vetro sa solo fissare le cose, così, senza speranza, senza compassione! Non c’è niente di più idiota che una cinepresa ….”, la realtà è altra cosa, e non è neppure quella fisica, misurabile.

Rob segna coi passi lo spazio dov’era la villa: “La villa era più grande di questo buco qui … Aveva solo 130 metri quadri? Ma allora era una casupola! La nostra villa era una casupola! Non è possibile ….”

Lo spazio reale è quello della mente, ora a tutti sembra piccolo, eppure una volta era il loro mondo.

L’arte cinemtografica vive del tragico rapporto tra la sua tecnologia e i suoi scopi: noi utilizziamo la cinepresa, che è condannata a raffigurare sempre e soltanto la superficie delle cose e degli uomini, per scrutare oltre le superfici e nei cuori degli uomini […] ma quello che si cela sotto la superficie delle cose per la cinepresa rimane tuttavia un mistero. Per quanto ci sforziamo di guardare in profondità con l’occhio della cinepresa, tutte le volte non ci rimane che constatare rassegnati come le nostre immagini filmiche non esprimano che un grande silenzio” (E.Reitz, ibid.).

Celebrazione funebre per la fine della Fuchsbau, Hermann compone un Requiem, Juan suona un flauto triste. forse tornerà in Sud America, “il vostro paese non mi ha portato fortuna”.

 “Sei l’unico di noi ad essere rimasto solo” gli dice Clarissa “Ti si potrebbe invidiare”.

Lei aspetta da un figlio da Volker, l’ultimo incontro con Hermann sulle rovine della casa è stato il più doloroso, c’era la piccola Simona, la figlioletta che Hermann chiama Lulu, “un nome preso da Berg”, nota Clarissa.

La musica?” le chiede Hermann

La musica riposa”, risponde lei.

Nella buca della Fuchsbau getta un girasole, un gran fiore giallo che un giorno tornerà, in HEIMAT 3, ma allora sarà diverso, la giovinezza ormai lontana con tutti i suoi miti.

C’è nervosismo, al funerale, voglia di andarsene, andare a bere da Renate.

 “Mi è piaciuto il tuo Requiem. Ho riconosciuto la Canzone dei lupi. Grazie” è il saluto di Clarissa a Hermann.

Nel locale di Renate si tira tardi, si guarda lo spettacolino, si beve,

Mc Cartney canta “Yesterday, all my troubles seemed so far away.
Now it looks as though they’re here to stay.
Oh, I believe in yesterday
….”, uscita appena l’estate prima, ma Reinhard non ci sta “a questo gioco di solitudine”, mentre Alex continua a mandar giù un bicchiere dopo l’altro.

Venezia è l’ultima carta di Reinhard, una lunga sequenza che Reitz gira  in bianco e nero, qualche sprazzo di colore notturno, fra callette solitarie e sotoportheghi dove scappa un topo, canali maleodoranti  e interni  di decadente splendore patrizio.

Si prepara un film sulla storia di Edith, la vecchia storia rimossa di casa Cerphal, l’idea è della piccola Trixi che vuol fare l’attrice e che Reinhard tratta da ragazzina.

Lei però non si arrende, insiste, e Reinhard non ha la coerenza delle anime belle e forti, dubita di sé ma ogni volta riesce a credere che la vita non sia quello squallore che è, forse la sceneggiatura si può scrivere, a Venezia, dove c’è Esther,viso di ebrea, figlia di Edith morta a Dachau.

Fa la fotografa, sarà perché ha conosciuto solo una madre di carta nell’unica foto che ha di lei.

Tra le penombre delle sale ampie e silenziose sul Canal Grande Esther cattura con il suo obiettivo le immagini di Reinhard.

Dalla sua storia dovrebbe nascere il film, ma certe storie non si fanno raccontare.

Il loro incontro è strano, sembra che più che amarsi vogliano annullarsi a vicenda, non hanno futuro, lei gli regala la sua vita per quella sceneggiatura  che non diventerà mai un film

Reinhard legge per lei:

Alexander si volta sulla schiena, guarda ancora verso un raggio di luna e dice: la mezzaluna brilla in cielo, c’è la nebbia e fa freddo.

Salve, mezzaluna che sei lassù. Anch’io come te, sono mezzo.

Nato mezzo bene e mezzo male, misero in entrambe le forme.

Il mio bene è senza dignità, il male è senza violenza”.

I versi di Grillparzer sono il saluto di Reinhard a Esther, poi lui passerà per piazza San Marco coperta dall’acqua alta e tornerà in Germania.

A Monaco la sua mezza luna buona sembra funzionare, la sceneggiatura è pronta, Olga sarà la protagonista ma Trixi, la quindicenne che vorrebbe fare cinema e gli aveva dato l’idea di quella storia di casa Cerphal da far diventare un film, non perdona che lui l’abbia dimenticata.

Con l’intransigenza tipica dei suoi anni lo giudica e lo condanna, le parole sono durissime e colpiscono nel segno, scavano in quella sfiducia in sé stesso che Reinhard aveva rimosso:

Sei un pappamolla, sei ridicolo, non farai mai dei buoni film. Bianco, nero, Monaco, Messico….e tanti saluti da Venezia…Sai una cosa? Sei una banderuola! Svolazzante, ondeggiante, vacillante e barcollante. Pappamolla, scavati la fossa!”.

Sull’Ammersee, lago grigio nella foschia autunnale, galleggia in lontananza una piccola barca, vuota.

Una copia di “Esther”, la sceneggiatura, è abbandonata sul fondo.

In piazza San Marco con l’acqua alta ora non passa più nessuno, mentre Esther legge la cartolina di Reinhard spedita qualche giorno prima di morire da Monaco.

Gli amici guardano la barchetta lontana, increduli.

Dei personaggi di HEIMAT Reihnard è l’unico, con Ernst e Matko, a cui Reitz abbia regalato la coerenza del suicidio.

Gli amici guardano la barchetta lontana, increduli.

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Indice HEIMAT 2