1989
Berlino, 9 Novembre 1989.
Hermann ha diretto un concerto alla Filarmonica, è un compositore e direttore di fama mondiale.
All’uscita degli artisti avverte …“una strana vibrazione che avvolgeva la notte berlinese. Era come se si stesse avvicinando un incredibile giubilo che ancora non puoi sentire ma che si preannuncia come eccitazione del sistema nervoso. Poco a poco capii che in questa città stava avvenendo un cambiamento”.
Günter Schabowski, funzionario della SED (Partito Socialista della Germania Est) sta rilasciando in una conferenza stampa disposizioni su dogane e mobilità dei cittadini.
Dallo schermo di un televisore nell’atrio dell’Hotel, Hermann ascolta in mezzo ad una piccola folla:
”I privati possono recarsi all’estero senza fornire motivazioni. I permessi saranno rilasciati in tempi brevi. Gli uffici competenti sono le anagrafi generali, tenute a rilasciare senza indugio i visti per l’espatrio permanente…”
Un mazzo di rose urta la spalla di Hermann, un violino dolcissimo apre, è Clarissa, dopo anni e anni.
“Ho appena diretto Schubert…” si abbracciano “ E io ho cantato Schubert…”.
Quanti anni dal loro primo incontro!
“… avevamo costruito famiglie per poi distruggerle, avevamo trovato amici per poi perderli, non ci vedevamo da diciassette anni, ma non ci eravamo mai dimenticati l’uno dell’altra”.
Scorrono in sovraimpressione le immagini di quella notte berlinese, gente che canta, piange, ride, si abbraccia sulla Ku’damm, nelle piazze, sotto la Porta di Brandeburgo, Vopos che sloggiano dai posti di guardia, guardano allibiti file di Trabant e biciclette dirette all’Ovest che superano cancelli dove prima sparavano se solo si avvicinavano.
E’ il popolo più felice della terra, das glücklichte Volk der Welt, dopo 28 anni in marcia verso la libertà, la Friedliche Revolution, la rivoluzione pacifica è iniziata.
Hermann e Clarissa sono riuniti anche loro, le barriere cadute e il bisogno di casa, di rifugio solido è finalmente arrivato.
La casa di Hermann e Clarissa
Le due carriere sono state folgoranti, eppure adesso tutto quello che vogliono è quella vecchia, grande casa a graticcio “nel posto più bello della terra”, dice Clarissa, che l’ha scoperta nell’Hunsrück, su un’altura che domina dall’alto il corso del Reno e la vallata, uno scorcio che si è aperto già altre volte lungo le storie di HEIMAT.
E’ la casa in cui aleggia lo spirito di Karoline von Günderrode, poetessa romantica (1780-1806), suicida per amore a 26 anni, “la casa dei sogni, circondata da vitigni e alberi secolari”.
Intorno a questa casa ruota gran parte dell’ultima sezione della saga, che si apre e chiude lì, assegnandole pertanto un forte valore simbolico.
Significativa la scelta di Reitz di collocarla in un luogo di memorie così intense, tanto più nel particolare momento storico in cui ciò avviene e con le problematiche che metterà a fuoco nel corso della narrazione (un testo della poetessa verrà anche musicato da Hermann e cantato da Clarissa nell’ultimo capitolo).
Sulla von Günderrode Christa Wolf, scrittrice tedesca della DDR, discussa e controversa voce femminile della letteratura tedesca, aveva pubblicato nel ’79 Nessun luogo. Da nessuna parte, una storia immaginaria con protagonisti Heinrich von Kleist e Karoline von Günderrode.
Nell’elegante salotto della casa in cui nel libro si svolge l’incontro fra i due si trovano anche Clemens Brentano, le sue sorelle Bettina e Gunda con il marito, il giurista Savigny e il naturalista Esenbeck con la moglie.
Karoline e Heinrich si suicideranno a distanza di pochi anni l’una dall’altro, nel 1806 lei, nel 1811 lui, incapaci di inserirsi nel mondo dei contemporanei.
“Se per Kleist, soffocato dal suo tempo, non c’è spazio in nessun luogo, da nessuna parte, per Günderrode lo stesso disagio è centuplicato dall’essere donna in una società a misura maschile….
Questo testo ha “tratto linfa” – scrive Anita Raja nella postfazione – da un conflitto con uno Stato che non esiste più (la Repubblica Democratica Tedesca) e da una rivendicazione che invece è sempre viva e attuale: il diritto al dissenso, il rifiuto di assoggettarsi a una norma che non ci contiene“.
Dunque la suggestione del luogo ben si concilia ora con il ritorno su storie che riprendono il loro corso, tensione di sentimenti che cercano un alveo in cui trovare pace, illusioni e delusioni che tessono le loro trame.
Sullo sfondo, sempre la grande Storia e il problema del momento, la riunificazione delle due Germanie.
Reitz si sofferma a lungo su questo passaggio storico nei primi capitoli di HEIMAT 3, ne coglie il riflesso nelle vite individuali, inevitabilmente chiamate a confrontarsi in prima persona con una svolta epocale di portata enorme per un paese già profondamente segnato dalle vicende del secolo.
“E’ la storia di una delusione – ha detto il regista in un incontro col pubblico a Como nel 2006 – o meglio, di una illusione. Nel 1989 milioni di tedeschi hanno creduto che fosse finalmente iniziata un’epoca davvero felice nella loro storia, […] ma nel corso dei successivi cinque film si vede come questa illusione e questa speranza non vadano a buon fine “
Dopo la prima esplosione di gioia e di fronte alle enormi difficoltà, era nato in Germania un movimento, “Ostalgie”, “nostalgia dell’Est”, che vide tra i fondatori Thomas Brussig, co-sceneggiatore di HEIMAT 3.
La posizione di Reitz è critica al riguardo.
“Personalmente ritengo la nostalgia dell’Est priva di senso, perché la storia ha dimostrato che i problemi della società non sono più legati ai confini politici fra le varie nazioni. […] I problemi sociali sono senza frontiere”.
E’ piuttosto la perdita di un’identità culturale quello che Reitz ha sempre ribadito come il vero problema della società contemporanea, e il lungo percorso che ha affrontato è servito a dimostrarlo.
L’incontro fra Hermann e Clarissa forse è l’approdo che concilia tutte le patrie da cui nella vita si continua a fuggire, il sogno che forse può esistere.
“La famiglia è ciò che conta più di ogni cosa”, dirà Hermann nell’ultimo capitolo, e in quel momento riesce anche a crederlo.
Il ritorno a Schabbach dopo trent’anni ha questo significato, certo, ma Lulu, la figlia ormai quasi trentenne cresciuta senza di lui, festeggerà il Capodanno del millennio con un amico malato di Aids in un esterno notte virato al seppia, con palazzoni di periferia che allungano ombre spettrali sul selciato della piazza cosparsa dei rifiuti della festa.
Il suo sguardo sul mondo è molto diverso da quello di Hermann, trent’anni prima.
Mancano però ancora dieci anni alla fine del millennio, ora siamo nell’anno più felice del mondo, si festeggia l’alba della nuova era senza muri e, apparentemente, senza problemi.
Tutto il film ruota intorno al restauro di questa casa sull’ansa del Reno, restauro complesso, difficile.
L’architetto, docente di Storia delle costruzioni a Karlsruhe, non si pronuncia sul costo e la difficoltà dell’operazione.
La casa è monumento nazionale, dev’essere smontata, numerati i pezzi, rinforzata e ricostruita identica.
Entrano in scena nuovi personaggi, Gunnar, Udo, Rudi,Tobi. operai dell’Est, le loro mogli e i figli, che scoprono un mondo mai visto, dove lavorare vuol dire guadagnare e la vita sembra una favola senza miseria, senza facce dure di militari ovunque, burocrazia invadente e persecutoria, file per mangiare, coabitazione in squallidi interni dai muri scrostati e rubinetti che perdono.
Essi portano in cambio preziose competenze di lavoro artigianale, abilità che sembravano perse nel mondo occidentale dell’usa e getta, voglia di lavorare da stakanovisti, anche in mezzo a tempeste di neve, solo per il gusto di vedere una cosa fatta bene.
La casa torna pian piano al suo splendore, in un clima di fervore e di gioia in cui sembra davvero che tutto possa essere e che la vita che si era fermata stia riprendendo il suo corso.
Natale arriva così, nell’anno più felice della storia per il popolo più felice del mondo.
I titoli di coda scorrono sulle immagini della Porta di Brandeburgo illuminata dai fuochi della notte di Capodanno.
Wir sind ein Volk, ora noi siamo un popolo.
________________