1992
8 giugno 1990, venerdì, quasi un anno dal crollo del Muro, inizio dei mondiali di calcio a Roma.
8 luglio, la Germania è campione del mondo e il calcio della vittoria è di Andreas Brehme.
E’ l’anno più felice per il popolo più felice della terra, il 1990, quello della riunificazione della Germania, della moneta unica, degli arsenali militari dell’Est smontati e venduti un pezzo alla volta, di ex militari della DDR che si ritrovano con depositi pieni di motori mai usati e ogni genere di attrezzi da svendere.
Perfino un’enorme statua di Lenin col braccio sollevato al cielo andrà avanti e indietro su un camion con gru, al seguito di Tobi ed Ernst Simon, paradossale e patetico feticcio di un tempo tramontato.
Uno spettro che una volta si aggirava per l’Europa ora si aggira per Schabbach
La “casa dell’amore” di Hermann e Clarissa nell’Hunsrück accoglie parenti e amici per la festa dell’inaugurazione, solo sette mesi ed è tornata al suo antico splendore. Gunnar, Udo e Tobi, gli operai dell’Est ingaggiati da Clarissa, hanno lavorato con grande mestiere, le loro famiglie li hanno raggiunti durante i mesi di lavoro, sono nate amicizie e anche nuovi amori.
Una passione fulminea, incontrollabile, scoppiata nel capitolo precedente tra Petra, moglie di Gunnar, e Reinhold, l’assistente di Hermann, ha separato la famiglia e le due bambine sono rimaste con la madre.
Gunnar vive male la situazione, la nuova famigliola non ha la discrezione di girare alla larga dal suo luogo di lavoro, la festa collettiva vive qualche momento di autentica tensione.
Ma ormai l’impresa è terminata e Gunnar se ne torna a Berlino in cerca di lavoro, nella zona est piena di appartamenti fatiscenti, abitati da gente poco comunicativa, la paura in cui si viveva prima ha alimentato comportamenti diffidenti e asociali duri a morire.
Anche a Udo, l’amico operaio è tornato a Lipsia, c’è da rimboccarsi le maniche, palazzi da restaurare dal degrado a cui sono stati abbandonati durante il regime, un mondo da ricostruire dalle macerie e dal grigiore accumulato per tanti anni.
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A Berlino la riunificazione che Reitz vuol mostrarci è quella che passa attraverso tanti piccoli segnali del quotidiano, bancarelle sulla Kurfürsterdamm dove si vendono pezzi di muro smantellato un po’ alla volta dai Mauerspecht, picconatori a tempo pieno che, giorno dopo giorno, hanno lasciato in piedi solo qualche frammento di pochi metri ad uso dei turisti, giocatori delle “tre carte” che scappano se si profila un poliziotto, il Check point Charlie pieno di gadget d’oltre cortina in vendita a prezzi stracciati come souvenir, americani in vacanza che comprano quantità incredibili di pezzi di muro da regalare a Natale.
Gli yankees arrivano ancora una volta con i loro capitali, ogni sezione di HEIMAT ne ha visti all’opera, prima a finanziare il progetto musicale di Hermann a Baden Baden con Paul l’Americano in camicia hawayana, poi a comprare i diritti del film di Stefan a Monaco, quando la produzione stava per fallire, ma stavolta Reitz si diverte davvero molto a prenderli in giro, e i tre della Warner Bros in vacanza a Berlino diventano, per un attimo, comiche macchiette mentre salutano Gunnar a cui hanno appena ordinato un milione di pezzi del muro.
La T-shirt di Gunnar con la storica scritta Brehme, in onore del giocatore, ora si presta bene per il suo business dei souvenirs, la singolare coincidenza con il suo cognome è di buon auspicio e lo scalpello da 29 marchi andrà giù pesante a costruire la sua piccola fortuna, mentre il resto della sua vita va alla deriva.
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I fuochi d’artificio dell’entusiasmo collettivo stanno però cominciando a spegnersi e i passaggi cromatici dal colore al bianco e nero, in HEIMAT 3 molto radi e quest’ultimo usato nelle riprese dell’ex DDR, si caricano di valori espressivi più intensi rispetto alle prime due sezioni:
“… la fotografia in bianco e nero, per esempio, dà molta importanza al volto umano, acutizza il realismo e permette di uscire dalla realtà, di citare il cinema classico, funzionando come collegamento con la storia. In Heimat 3 ha a che fare con la qualità del ricordo, cioè col modo in cui ricordiamo.” (da un’intervista a E.Reitz).
Alle garanzie assistenziali che lo Stato autoritario offriva in cambio della libertà è subentrata la necessità di far da sé, e se si sbaglia la colpa non è più del regime e della collettivizzazione, “è solo nostra”, come dice un’amica a Gunnar.
Si respira aria di smarrimento e difficoltà in questo secondo capitolo di HEIMAT 3, malgrado la sequenza iniziale di pace idilliaca nell’ Hunsrück (perfino una capretta salvata da Clarissa è entrata a far parte del cast) e nonostsnte i traguardi professionali eccellenti (Hermann dovrà comporre la Sinfonia della Riunificazione).
Bisogna fare i conti con i problemi di un mondo che fatica parecchio ad integrarsi, ventotto anni di storie tanto diverse hanno creato fratture che bisogna ricomporre, la manodopera a basso costo dell’est è allettante per i tedeschi dell’ovest, ma ben presto anche l’est scopre le leggi di mercato e si formano nuovi equilibri.
Sulla cosiddetta “nostalgia dell’Est” che ha segnato per molti anni il dopo riunificazione, Reitz afferma in un’intervista (da Cinema del silenzio.it)
“Credo che dipenda molto dal fatto che la gente dell’Est pensava che dopo la caduta del muro tutti i suoi problemi si sarebbero magicamente risolti, mentre così evidentemente non è stato perché si è trovata a confrontarsi con tutte quelle illusioni che aveva sulla vita della Germania dell’Ovest ed essere poi costretta a rivederle. Questo ha portato anche ad un rimpianto verso alcune cose che aveva prima e che adesso non ha più.”
Tobi, il carpentiere capellone un po’ freak dell’est, che ha lavorato da Hermann con le sue soluzioni miracolose di statica e restauro, ha legato con Ernst Simon, stesso spirito libero e controcorrente, sempre appassionato di volo.
Memorabile la sequenza dei due nell’aeroporto militare, dove Tobi ritrova il suo vecchio aguzzino, il “compagno” maggiore che gli ruppe la tibia a calci insieme ai suoi uomini nell’’81. Ma tutto passa e si va oltre.
Ernst ha accumulato nel suo capannone tesori di “arte degenerata”, frutto di anni passati a raccogliere tutto, anche i vecchi infissi nelle case che rimodernava.
Ha ormai un’incredibile collezione di pezzi dell’espressionismo tedesco (lo chiama affettuosamente il tesoro dei Nibelunghi) e vorrebbe approfittare di corridoi aerei aperti verso le repubbliche baltiche per svuotare a suon di marchi anche qualche museo del posto, il dopo-muro ha prodotto anche questo, tutto è in vendita, purchè si tratti di valuta pregiata.
Tobi conosce il russo, l’idea è volare insieme e approfittare dei mondiali di calcio che distrarranno per un po’ i controllori di volo in Russia.
Ma Ernst partirà solo, c’è qualcosa che trattiene Tobi, forse una figliastra down lasciata in Sassonia o forse un presagio letto su quella maledetta statua di Lenin parcheggiata davanti alla finestra.
Mentre da Roma a Berlino le strade si riempiono di folla impazzita e festante per la chiusura del mondiale, Hermann dirige la sua orchestra.
A Schabbach il pub è pieno di gente davanti alla tv per la partita, Tobi arriva col suo immenso Lenin e il camion con la gru, sembra l’unico a cui non interessi il calcio.
Pensa a Ernst, volato in Unione Sovietica, di cui non si hanno notizie da troppi giorni.