Stanno tutti bene (Allen geht’s gut)

1995

…. nel mio cuore dove è sbocciato l’amore

nel meraviglioso mese di maggio,

quando tutti gli uccellini cantavano….

canticchia spensierato Hermann in macchina con un gran fascio di girasoli per Clarissa, che va a prendere in stazione di ritorno da un giro di concerti.

Hermann è un uomo sensibile e lineare, ha costruito la sua vita di musicista con professionalità e senza troppe lacerazioni per l’abbandono delle chimeriche idealità giovanili, tante esperienze sono ormai fatte e archiviate e un sereno equilibrio è adesso il segno della sua vita.

Non è così per Clarissa, e in fondo non era così neppure una volta, la fuga da uno stabile rapporto di coppia è sempre stata più sua che di Hermann, fin dai lontani anni sessanta.

La sua Heimat è forse solo un paese da sognare e per un attimo l’ha visto nella Günderrode-House e con Hermann, ma ora il sogno comincia ad incrinarsi, la sua inquietudine è l’insofferenza di sentirsi costretta da qualcosa, trattenuta nel bisogno di totale autodeterminazione, e la sua vita di artista è al primo posto.

Deve ripartire al più presto, fra qualche ora, per la tournée che la porterà in America.

I girasoli abbassano e chiudono la corolla luminosa mentre lei dice sognante ad Hermann che guida: “Il gruppo mi adora, è pieno di ammirazione…. E’ quello che ho sempre sognato… faremo spettacoli negli Stati Uniti”.

Hermann continua a guidare, Reitz lo riprende in primo piano, il profilo incorniciato dai girasoli che Clarissa non ha quasi guardato (e un giorno lontano ne aveva lanciato uno nella fossa della Fuchsbau!) ascolta perplesso lo squittìo felice della donna che ama da trent’anni e che ora crede di poter fare a meno di lui.

Hermann è un uomo solido, vive le sue emozioni con riserbo e dignità, forse proprio questo può farlo sembrare distante, a volte, e freddo, ma Reitz sa guidare i suoi attori con perfezione millimetrica, i tagli e i piani delle riprese sono il suo vocabolario sterminato, alla fine si ha la certezza di averli esplorati fino in fondo.

Arrivati sul piazzale di casa con meravigliosa vista sul Reno, i girasoli saranno dimenticati in macchina, e questa, lasciata senza freno da Hermann, sta per precipitare di sotto lungo la scarpata. La ferma uno scalino.

Ora Clarissa parla al telefono con voce squillante al collega David che la chiama da Berlino, c’è un’incontenibile voglia di libertà in lei, ma c’è anche tanto altro, il legame con Hermann è forte, comunque, e ci sono cose che non riescono a convivere serenamente tutte insieme in un animo inquieto come il suo.

Devo percorrere questa nuova strada

Una nuova strada, alla tua età, almeno sei consapevole di quello che fai?”

Meglio che andare in pensione anticipata in questa casa, o forse tu preferisci che mi addormenti artisticamente come te? La verità è che tu non sopporti che io sia soddisfatta del mio lavoro”.

Scene da un matrimonio.

Clarissa parte ed Hermann si ferisce scioccamente ma abbastanza gravemente con una tagliola in giardino, mentre cerca le chiavi di casa (una tagliola che ci ricorda tanto quella della martora, nel cortile dei Simon, quando Paul se ne andò in America dopo averla costruita nella bottega di nonno Mathias).

Mentre lo soccorrono legge la lettera lasciata sul telefono da Clarissa:

A volte penso che abbiamo commesso un errore, una bella casa, nostra patria per l’eternità, non lasciarsi mai più, fare l’uno dell’altro il centro della propria vita, tutto ciò non è estraneo alla realtà? Io lo capirei benissimo se anche tu riprendessi la tua vita da nomade. E’ un’iniezione di energia …”

Un giorno, tanti anni prima, in una stanzetta d’albergo ad Amsterdam le parole erano state altre:

La quotidianità divora l’amore…

Credo l’opposto: l’amore divora la quotidianità… Lo sanno le stelle e quelle si sono fermate per noi stanotte“, aveva risposto Clarissa.

Ma erano molto giovani.

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Nell’altro cuore delle storie dell’ Hunsrück, la casa di Anton, e la Simon Optik, azienda di famiglia, continuano a prevalere gli interessi sugli affetti, figli che confabulano tra loro contro il padre o tramano l’uno contro l’altro, mogli contro mariti e mariti contro mogli.

Si chiamano legami di famiglia” dice Hartmut, entrando in casa per la foto.

Infatti Anton, che sempre più a fatica continua ad imporre il suo modello patriarcale, vuole una gran foto di famiglia, il traffico per farla occuperà una sequenza di ben otto minuti e dovranno sorridere tutti: “Un’immagine dice più delle parole” proclama il capo seduto al centro, con fascia di gala al petto e trofeo in mano.

Anche la squadra di calcio locale di cui è patron deve vincere a tutti i costi. Con i colori della squadra al collo Anton si agita molto in panchina, ma sta arrivando il tempo di fermarsi, sempre inaspettato ma prevedibile, e interromperà il flusso delle cose.

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Il sogno di Hermann

Irrompe improvviso il bianco e nero, sembra un sogno, Hermann percorre un ponte.

Appoggiato alla spalletta un vecchio comincia a parlare senza guardarlo.

Hermann si ferma, la macchina li riprende di profilo sullo scorcio dell’acqua:

Da questo momento mancano esattamente 40.000 ore al prossimo millennio, lo sapeva lei questo? Per ogni chilometro della circonferenza terrestre un’ora. Questo è un momento cosmico, la dominanza del numero 4, il quadrato, significa calma e anche forza.

Si avvicina un cambio di millennio, qualcosa di immenso. Avevo appena quattro anni, vivevo sul Volga e già facevo i calcoli per capire se sarei riuscito a vivere fino a questa data tanto importante per il mondo cristiano.

Stamattina alle 4 ho compiuto 94 anni.

Mi guardi: riuscirò a vivere ancora 40.000 ore?

Lei cosa ne dice? In quattro anni può succedere di tutto, forse il mondo brucerà, è quello che temiamo fin dal 1945. Per il momento è tutto tranquillo, prego che resti così.

Io amo queste possenti acque, scorrono, scorrono, e portano via tutto, tutto il nostro sudiciume.

E lei come vede quella data?

Anche lei è convinto che il Reno scorrerà nella direzione opposta?”

“Il fiume se ne infischia” Hermann risponde scettico.

“Ha sentito il terremoto? E’ stato debole, molti non se ne sono nemmeno accorti. La terra è immensamente bella, ma non è mai sicura, .si preannunciano così…”

Il vecchio ora si allontana….

“Cosa? Cosa si preannuncia così?”

Il vecchio è ormai alla fine del ponte e non si volta.

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Anton è morto alle 4.00 quella notte, il cuore ha ceduto.

Vicino a lui c’è la nuora, moglie di Hartmut, figura tra le meno appariscenti di HEIMAT, ma capace di intensa espressività nel bel viso pacato, l’unica che rispetti il suocero e provi un affetto disinteressato per lui.

Saprà anche aspettare, con la fermezza che ricorda la sofferenza muta di Maria, il ritorno di Hartmut dal suo sgangherato e inconcludente agitarsi tra nuove auto, nuovi ménage familiari e fallimentari progetti di affermazione come imprenditore.

Ora che il padre, ostacolo alla sua carriera, non c’è più, si vedrà di cosa è capace lui, che ne eredita l’attività, e non sarà molto.

Intanto Hermann si muove come catatonico, senza Clarissa e senza ispirazione vede colare a picco il suo mondo, si aggira come incredulo, mentre uno alla volta crollano i pezzi del suo castello di carte.

Completano lo scenario i rapporti tesi con Lulu, rimasta sola ad allevare un figlio con i soldi che ogni mese le danno Hartmut e Anton, “solo per tranquillizzare la loro coscienza di merda, come se con i soldi si potessero risuscitare i morti”, dice amaramente al padre, lei a sua volta vissuta senza una vera famiglia.

Forse è rimasto solo lui a credere che una Heimat possa davvero esistere per qualcuno, e non vede quello che c’è intorno.

Lulu glielo dice senza mezzi termini: “Non hai idea di quello che sta succedendo, Hermann, tu vivi veramente in un altro mondo”.

Hermann toccherà il fondo dopo una breve comparsa a Berlino, inaspettato, allo spettacolo di Clarissa che gli lascia molto amaro in bocca, e finirà di abbrutirsi in uno squallido locale a luci rosse, dimenticando perfino il concerto in programma a Landau.

Il suo agente Reinhold lo aspetta da ore e, facendo una gran corsa, il concerto riesce ad andare in scena.

E’ il momento giusto per il concerto di Landau, una Sinfonia concertante per violino viola e orchestra di Mozart, che sfuma l’andante nella sequenza della sepoltura di Anton, quando si ritrovano tutti, compresa Schnüssen col nuovo “cdv”, acronimo di “compagno di vita”, come dice lei, sempre pronta a stupirci con la sua bella grinta da massaia soddisfatta.

In realtà pare che adesso si occupi di psicoterapia.

C’è del grottesco nell’attesa dell’urna che Hartmut porterà da Magonza, dove Anton è stato cremato.

Sul problema della cremazione era nato un gran tormentone fin dalle prime ore dopo la sua morte, in famiglia non ci si metteva d’accordo, in paese è stato l’argomento del giorno, qualcuno ha citato perfino i lager a proposito del bruciar cadaveri e ora finalmente si riesce a concludere la lunga vicenda con l’urna che sarà sotterrata, così tutti saranno accontentati, i sostenitori dell’uno e dell’altro rito.

Naturalmente, nell’attesa, qualcuno dell’intraprendente famiglia riesce perfino a parlare delle ottime performances di certe azioni lanciate in quel momento sul mercato di borsa.

Al ritorno dalle esequie ci sono le valigie di Clarissa sparse dovunque all’ingresso: lei è rannicchiata sul letto, piange disperata, ha interrotto la tournée, ha una grave malattia.

Dalla finestra una lunga panoramica segue lo sguardo di Hermann e Clarissa giù, verso la valle, dove il Reno scorre placido.

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