Raccontare Napoli

L’ultima, e unica volta, che mi sono occupata di Sorrentino (pur avendo visto i suoi film, non tutti ma quasi) fu per Loro.
Scrivevo “Maschere di un corteo carnascialesco formicolano in ordine sparso sullo schermo, il montaggio è febbrile, disarticolato, spesso al limite dell’oscurità, come la vita di questi uomini e donne dediti al piccolo cabotaggio intorno a uomini di potere, mosche e insetti vari sulla groppa di rinoceronti coriacei”.
Non è Fellini, sia chiaro, Sorrentino ci prova ogni volta e ogni volta fallisce, dai tempi de La grande bellezza.
E vogliamo parlare di Fellini?
Riguardiamo Roma, e poi entriamo in sala a sentir parlare di Napoli, anzi di Parthenope, fa più colto.
… tenet nunc Parthenope… cantava Virgilio e la bella sirena diventa dopo duemila anni Parthé, la solita tmesi meridionale dei nomi colpisce anche qui.
Parthé è stata partorita nell’acqua al cospetto di tutto il vicinato festante, il nome viene di conseguenza.
Sorrentino ne fa un simbolo, quello della sua città bella e impossibile, seduttiva e respingente, pronta a donarsi e a negarsi, infelice per mancanza di obiettivi sicuri, un giorno innamorata della sua bellezza e del desiderio che le fiorisce intorno, fra danze e toilettes Saint Laurent (casa di moda tra i produttori del film)l’altro giorno severa studentessa universitaria in monacale tailleurino che colleziona trenta e lode come se piovesse.
Antropologia culturale, accipicchia, e chi l’avrebbe mai detto?
Parthè va avanti così, sguardo sognante che sembra non voler dire nulla, nel nulla consuma la sua giovinezza e finalmente approda a Trento per una prestigiosa cattedra universitaria di Antropologia culturale vinta al concorso (un ricordo di Curcio e Cagol? Ma non era sociologia? Non importa). Come ce l’abbia fatta è cosa che possiamo solo immaginare sapendo come vanno le cose nel settore, certo l’aria della studiosa non l’ha mai avuta per tre quarti del film.
Passano quaranta anni di cui non sappiamo assolutamente niente, solo che se si è nati nel ’50 dopo 40 anni sei abbastanza irriconoscibile e vai pure in pensione.
Ed ecco che spunta Stefania Sandrelli che con Parthè non condivide neanche il mignolo del piede sinistro.
E i truccatori che avranno detto? Non sappiamo più invecchiare gli attori, chiudiamo bottega.
Napoli è comunque sempre sulla scena, è il 2023 e lo scudetto non poteva mancare.
Passa il barcone urlante e pieno di luci dei tifosi (Fellini fa capolino e si ritrae inorridito), l’anziana Parthenope che ha messo su chili a forza di speck e strudel guarda contenta, sorride, è la sua Napoli. Contenta lei! E sparisce nella sera.
Maschere di un corteo carnascialesco formicolano in ordine sparso sullo schermo… come detto all’inizio
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Questo è raccontare Napoli? Se fossi napoletana farei causa al regista.
Ma per consolarmi rivedo un caro film di quindici anni fa, Passione, regista Turturro, attori i meravigliosi cantanti che, loro sì, a cominciare da Caruso, hanno raccontato Napoli.
Perché Napoli la raccontano la sua musica, il suo teatro, il suo dialetto. E la raccontano tutta, senza ellissi, anamorfosi, cartoline, aforismi, simbolismi, quisquilie e pinzillacchere.
E la Parthenope che preferiamo è quella che s’innamora di Odisseo e muore per questo amore.
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Ma a questo punto arriva un pensiero malinconico.
Eliminato Sorrentino e le sue deliranti visioni, dopo esserci cullati su quelle musiche e parole di straordinaria poesia e impressionante realismo, il pensiero corre alla città che è, oggi, metafora di un’Italia irriconoscibile, che ha svenduto la sua bellezza, non ha più memoria, ha fatto strame del suo primato nel mondo.
Era bella, colta, unica.
E oggi… oggi tante parole, se ne dicono troppe, si girano film a perdere, il Vulcano ha perso il suo primato, oggi fa paura perfino un fiumiciattolo…
Basta ca ce sta ‘o sole
Ca c’è rimasto ‘o mare
Na nénna a core a core, na canzone pe’ cantà
Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto
Chi ha dato, ha dato, ha dato
Scurdàmmoce ‘o ppassato
Simmo ‘e Napule paisà
(Nicola Valente, Peppino Fiorelli – 1944)
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