Sirat di Olivier Taxe

Poster Sirat n. 0

Notizia dal web e dalla didascalia iniziale:

“Nella religione islamica Al-Sirāt indica il ponte sopra l’Inferno che ogni musulmano deve attraversare dopo la morte, nel Giorno del Giudizio – larga per i meritevoli e strettissima per i peccatori – e che lo condurrà alla vita eterna o alla dannazione”

L’area geografica, Marocco, montagne dell’Atlante, deserto, giustifica l’immagine islamica, tutto si svolge fra quegli aspri dirupi dove, per chissà  quali incomprensibili scelte, giovani di ogni nazionalità decidono di svolgere un rave party.

Le forze dell’ordine li disperdono, siamo in area a rischio guerra, guerriglia e quant’altro, due camion riescono a scappare per vie alternative, li segue un piccolo furgone con padre, Luis, e figlio, Esteban, di 12 o 13 anni con cagnolino.

I sette/otto ravers super tatuati e certo malmessi nella loro alternatività (a uno manca una gamba, a un altro mezzo braccio) cercano di dissuadere Luis dal seguirli con quel furgoncino, ma l’uomo è irriducibile, sta cercando la figlia sparita da mesi ed è certo di trovarla in quel raduno.

Sì, perché i nostri eroi hanno deciso di andare verso il sud del Marocco, dove sanno che c’è un altro rave.

Per far questo prendono strade fra monti e deserto che sembrano non aver mai fine, ma non li vediamo consultare mappe, non si capisce se con acqua e viveri ce la faranno, visto che sulla strada non incontrano paesi, rifugi, niente di niente. Eppure proseguono con bella incoscienza fin quando la realtà comincia a presentare il conto.

Per non spoilerare basta dire che non manca nulla, neppure la domanda che lo spettatore perplesso si fa su ogni fotogramma: ma sono matti o cosa?

L’apoteosi finale è il deserto disseminato di mine. Perché si siano addentrati fin là non è chiaro, certo ci resteranno a lungo o per sempre.

E poi il finale, con qualche sopravvissuto che, ci auguriamo, smetta di inseguire rave party. La figlia di Luis? Chissà dov’è, e crediamo che al padre non importi più.

Cosa dire, dunque, di questo film? Prodotto anche da Pedro Almodóvar e vincitore del Premio della Giuria al 78° Festival di Cannes, pone qualche problema.

Dall’estremo realismo della prima parte si va verso uno sviluppo quasi metafisico, pur restando saldamente aggrappati alla terra, o meglio, alle rocce di sentieri scoscesi da cui precipitare è molto facile (e succede). Quando poi finiscono nel deserto è tutto chiaro. Suicidio collettivo? Cupio dissolvi? L’allegoria è evidente, «È così che ci si sente alla fine del mondo?», chiede uno quasi all’inizio, e l’altro risponde:. «Non lo so, è da molto tempo che è la fine del mondo».

Un film che colpisce e stordisce, letteralmente, elettronica e LSD, a suo modo affascina,  e il merito va soprattutto al paesaggio, selvaggio, duro, intrattabile. Ci si chiede come Oliver Laxe, il regista islamizzato, abbia convinto la troupe a recitare lì. Molta tensione, certo, è inevitabile che lo spettatore s’immedesimi sentendosi trascinato in quei posti e, soprattutto, si chieda cosa spinga il convoglio a non far marcia indietro.

Bisogna, però, fermarsi a questo, non filosofeggiare, perché non si avvertono dietro quel cammino significati, valori o disvalori, il gruppo si lascia vivere, e poi morire, senza un perché. Manca uno scavo dei personaggi, maschere nude.

Forse basta quello che uno dice all’inizio, “la fine del mondo è iniziata da un pezzo”, quindi che altro resta da dire o fare? Aspettare l’esplosione finale, che non manca.

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Sirat

Spagna 2025 durata 120′

Regia: Oliver Laxe

Cast: Sergi López, Bruno Núñez, Stefania Gadda, Joshua Liam Herderson, Tonin Javier

 

 

 

 

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