Minotaur _ Nel labirinto del potere di Andrej Zvyagintsev

Cominciamo dalla fine.

La bella famigliola russa, marito, moglie e figlioletto, è in volo verso Creta per una meritata vacanza.

Il figlio fotografa gli ammassi di nuvole dal finestrino e con tono entusiasta fa vedere al padre il suo capolavoro.

Perché vanno a Creta dalla lontana Russia che, da buoni appartenenti alla genìa degli oligarchi, si sono lasciata alle spalle con tutti i suoi problemi e fanfare di guerra?

Perché Creta è la patria del Minotauro, pensiamo noi spettatori, finalmente appagati  da un riferimento concreto che spieghi il titolo fuor di metafora.

Sì, la metafora.

Significa “trasferimento”, “portare oltre”. Ma prima dell’oltre c’è una realtà da cui la metafora non si può discostare e soprattutto non può infarcire di sé tutto al punto da far sparire il reale.

Ma, e soprattutto, la dignità della metafora nasce dall’essere il trasferimento di un reale che contribuisce in modo sostanziale a definire, regalandogli profondità e scoprendone i lati nascosti,  (non a caso è la figura retorica preferita dai poeti).

Accade tutto questo in Minotaur di Andrey Zvyagintsev?

Non ne siamo sicuri.

Senza farci sedurre dall’elegante formato che per più di due ore tiene stretto alla poltrona l’ignaro spettatore, proviamo a capire.

La storia: da Chabrol, Stéphane una moglie infedele (1969), passando per L’amore infedele (2002) di Adrian Lyne, Minotaur  gira intorno ad una coppia stanca e ormai senza amore.

Lei, bella casalinga insoddisfatta, lui dirigente di azienda ben ammanicato con la politica.

Nulla di più consueto, lei si fa un amante, un giovane e aitante fotografo, lui, da buon marito sospettoso di una moglie fredda, incarica un amico di fare da detective.

Arrivano le foto e la certezza del tradimento.

A questo punto nulla di nuovo, il copione ricalca pedissequamente gli originali e ci scappa il morto.

Il labirinto del potere, il sottotitolo, entra in scena dopo circa due terzi del film.

Ecco che finalmente spunta il Minotauro, metafora di violenza selvaggia e irrazionale, e il labirinto è servito.

Troppo poco, di labirinti del potere hanno scritto fiumi di parole e girato mucchi di film, ma quello che spaventerebbe chiunque parli di Minotauri è Borges. Dopo è difficile, anzi impossibile, fare discorsi che abbiano originalità e senso.

Chabrol e Lyne avevano mantenuto il giusto equilibrio, era una vicenda privata, la crisi di coppia era stata ben rappresentata con intensità, il gioco di lussuria, il romanticismo e il degrado della  colpa erano la vera storia del film.

Altri tempi. Ora ci sono le guerre, Russia, Ucraina, oligarchi e povera gente mandata al fronte,poteri corrotti e ricchi politici che dettano legge. Bisognava tenerne conto e allora la grande metafora prende il largo.

Bisognava attualizzare la piccola vicenda borghese della solita coppia in crisi, cosa meglio che proiettarla in un contesto dove in crisi ci sono nazioni intere, città prive di vita, uomini senza scrupoli ecc., c’è tutto il retroterra massmediatico ma come attaccato a forza alla prima, prevaricante parte del film.

A questo punto il lieto fine (lieto per loro) è quanto di più posticcio ci si possa aspettare.

E il riferimento a Borges? Quello lo pensiamo noi.

Il suo Minotauro/Asterione è il protagonista di Aleph (1949).

Il labirinto è un luogo contraddittorio perché è una architettura che, insieme, protegge e incarcera chi lo abita. Il labirinto si dilata in metafore molteplici: la biblioteca che è l’universo, con i suoi infiniti e ripetitivi corridoi, è un labirinto. E lo è il deserto, che conduce allo stesso smarrimento e alla morte.

In finale il Minotauro/Asterione, prima di morire per mano di Teseo, dice cose interessanti per noi lontani pronipoti:

… so che il mio redentore vive e un giorno sorgerà dalla polvere. Se il mio udito potesse percepire tutti i rumori del mondo, io sentirei i suoi passi. Mi portasse a un luogo con meno corridoi e meno porte! Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d’uomo?

Zvyagintsev vuol mostrarci, partendo da una vicenda privata, quanto il potere non lasci scampo.

Opera in un labirintico sottosuolo, corrompe lasciando immuni i colpevoli delle peggiori nefandezze, sfilano treni carichi di carri armati davanti agli occhi dell’uomo preso solo dal tradimento della moglie, l’amico detective, testimone scomodo, sparisce,.

Una telefonata alla Polizia farà insabbiare l’inchiesta sull’omicidio, i nostri tre protagonisti, spensierati, si alzano in volo diretti a Creta.

Lì da millenni, vive il Minotauro. Saranno i suoi redentori?

Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d’uomo?

Chissà, oggi possiamo fare di peggio.

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Minotaur _ Nel labirinto del potere

Germania, Lettonia, Francia 2026 durata 135′

Regia di Andrej Zvyagintsev

Con Dmitriy Mazurov, Iris Lebedeva, Varvara Shmykova, Juris Žagars

 

 

 

 

 

 

 

 

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