Vienna tra storia e memoria

” Tyranny is our foe whatever trappings or disguise it wears, whatever language it speaks, be it external or internal, we must forever be on our guard, ever mobilised,ever vigilant, always ready to spring at its throat.”

Winston Churchill    

 La tirannide è il nostro nemico, qualunque veste o uniforme indossi, qualunque linguaggio parli, sia esso interno o esterno, dobbiamo essere sempre in guardia, sempre mobilitati, sempre vigilanti, sempre pronti a scattare, a scattargli alla gola.

L’analisi della storia e della cultura viennesi degli anni Venti e Trenta del ‘900 è una tappa d’obbligo per chi voglia occuparsi di un momento cruciale della storia europea tra le due guerre mondiali, e la testimonianza di quell’epoca contenuta nell’ autobiografia di Elias Canetti risulta particolarmente coinvolgente per il fascino della narrazione appassionata e limpida che, pur rimanendo sempre racconto privato, traccia i connotati essenziali di una vicenda culturale che ha segnato profondamente l’Europa del ventesimo secolo.

Canetti è un autore non abbastanza letto, e non solo perché viviamo in tempi di scarse e non sempre qualificate letture.

Di lui la critica ha cominciato ad occuparsi tardi, a partire dagli anni ’60, e solo nell’ ’81, anno del conferimento del Nobel per la letteratura, il suo nome ha conquistato un pubblico più vasto, che si è avvicinato soprattutto alla lettura dell’ autobiografia, tre volumi editi in Italia da Adelphi (La lingua salvata, Il frutto del fuocoIl gioco degli occhi).

Alfiere di Canetti in Italia è stato Claudio Magris, che nel ’62 presentava lo scrittore dalle colonne del Corriere della Sera.

Ancora sul Corriere, il 16 ottobre dell’ ’81, Magris parlerà in un articolo di

Canetti, genio misterioso e affabile.

Allo scrittore è dedicato un numero della rivista “Nuovi Argomenti” del ‘74, ma bisognerà aspettare la seconda metà degli anni ’80, con l’edizione completa dell’autobiografia, per una circolazione più capillare del suo nome.

La singolare cortina di silenzio sull’opera di un uomo che ha attraversato l’intero secolo (nato nel 1905, è morto nel 1994), si può spiegare in vari modi; probabilmente molto è dipeso dalla difficoltà di inquadrare la sua fisionomia entro una sola formula, tante sono le definizioni che è possibile attribuirgli (saggista, romanziere, drammaturgo, aforista, antropologo culturale).

Forse, però, non è veramente la sua polimorfia a creare il problema, quanto l’impossibilità di collocarlo in maniera netta all’interno di una di quelle correnti che hanno caratterizzato in vario modo le vicende e gli ambienti della cultura del ‘900.

Può anche essere indicativo, almeno per capire una parte delle ragioni di questa specie di ostracismo, riportare il giudizio di Annemarie Auer che, nel’69, dalle colonne di “Sinn und Form”, rivista tedesco-orientale, criticava il fatto che Canetti, così acuto nell’indagare i meccanismi del potere e della sopraffazione, non abbia fatto una precisa scelta di campo di carattere marxista e sia rimasto “un idealista della più bell’acqua”.

                     

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