A Vienna si stava consumando, fin dagli inizi del secolo, quello che fu definito il tramonto dell’Occidente (Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia della storia mondiale, 1918- 22).
Hermann Broch aveva parlato prima della guerra di “gaia apocalisse” per indicare il vuoto di valori e lo sfacelo interiore che trapelavano dall’edonismo di una certa società viennese che, nel dopoguerra, non ebbe la capacità nè la volontà di prendere coscienza in tempo utile dei presagi di morte che l’attraversavano; ad essa spettò tanta parte di responsabilità nella determinazione degli orrori che sarebbero apparsi sullo scenario della storia.
Il “falso mito storico dell’Austria quale prima vittima del Terzo Reich e non quale prima complice della violenza” [1] verrà denunciato dalla generazione degli intellettuali della seconda repubblica come Paul Celan, Gerhard Fritsch, Ingeborg Bachman i quali, nati fra le due guerre, esprimeranno con varie cifre stilistiche la malinconia profonda per un paradiso perduto di cui ancora oggi si vedono, alla distanza, tutte le contraddizioni che riverberano un’ombra lunga su quel presente, venato di aggressività razzista, in cui vive l’Austria oggi. Il crollo dell’impero asburgico decretò il tramonto della grande illusione di una società austriaca felice e spensierata, facendo emergere pericolosi segnali di disagio sociale; fenomeni di intolleranza razzista, ampiamente presenti e documentati già da decenni, trovarono allora un terreno di coltura sempre più propizio.

La comunità ebraica viennese non superava, alla fine del secolo XIX, il dieci per cento della popolazione, ma il suo peso era notevole, in particolare nei vari campi dell’arte e delle professioni liberali. La presenza di ebrei a Vienna datava da almeno mezzo secolo, e i primi immigrati si erano rapidamente integrati nel tessuto sociale [2].
Nel tempo la componente ebraica era cresciuta e divenuta molto variegata, andando dalle grandi famiglie ormai quasi naturalizzate tedesche alla piccola e media borghesia in cerca di una legittimazione sociale. La conversione al cristianesimo protestante o la rinuncia alla religiosità tradizionale in nome di una cultura cosmopolita e moderna erano stati i mezzi utilizzati a tale fine. Con il massiccio spostamento di profughi nei territori dell’impero in seguito ai pogrom russi del 1881, alla borghesia ebraica viennese si aggiunsero masse proletarie provenienti dall’est che ingigantirono i problemi di questa città, impreparata ad assumere misure d’intervento capaci di far fronte ai rapidi processi di trasformazione sociale ed economica in atto in tutta Europa.
Sul problema sociale commentava Hermann Broch [3]:
“Il fenomeno della copertura della miseria con una vernice di ricchezza si presentò a Vienna, specie durante la sua ultima spettrale fioritura, con maggiore chiarezza che in qualsiasi altro luogo e in qualsiasi altro momento. Un minimo di valori etici doveva essere ricoperto con un massimo di valori estetici, i quali non erano più e non potevano più essere tali, perché un valore estetico che non si sviluppi su una base etica é esattamente il proprio contrario e cioé artificio, paccottiglia, sofisticazione: in una parola kitsch. Come capitale del kitsch, Vienna divenne anche la capitale del vuoto di valori dell’epoca”.
La popolazione, che negli anni ottanta del secolo precedente contava 705.000 abitanti, nel 1910 ne contava due milioni e lo scontro politico-sociale divenne particolarmente duro. Con l’elezione a sindaco della città di Karl Lueger, un cristiano-sociale dichiaratamente antisemita ne1 1897, gli attacchi agli ebrei, fino ad allora contenuti dalla politica liberale di Francesco Giuseppe, non trovarono più argini nelle istituzioni. L’antisemitismo divenne strumento di propaganda politica e il sogno di assimilazione, cullato da generazioni di ebrei viennesi, cominciò velocemente a tramontare.
Un passo dell’autobiografia di Arthur Schnitzler, Giovinezza a Vienna,[4] illustra il riflesso che l’antisemitismo ebbe nell’ambiente universitario, un mondo dove ancora nel 1880 gli studenti ebrei costituivano un terzo del totale di iscritti:
“L’antisemitismo si affermava sempre più prepotentemente negli ambienti studenteschi. Le associazioni tedesco-nazionali avevano iniziato ad allontanare dalla loro cerchia ebrei e discendenti di ebrei; scontri a gruppi in piena strada tra associazioni studentesche antisemite, gruppi di connazionali e corporazioni studentesche liberali, alcune delle quali erano costituite per la maggior parte da ebrei […] non si verificavano di rado durante la cosiddetta “passeggiatina” del sabato mattina, anche durante le serate in bettola; provocazioni tra singoli nelle aule, nei corridoi e nei laboratori erano all’ordine del giorno”.
Sull’onda di questi fatti viene promulgata nell’ambiente universitario la cosiddetta “delibera di Waidhofen” che recita così: “Ogni figlio di madre ebrea, ogni uomo nelle cui vene scorra sangue ebreo è privo per nascita di ogni senso dell’onore, non ha alcun nobile impulso. Non sa distinguere ciò che é sporco da ciò che é pulito. E’ un soggetto moralmente basso. Frequentare un ebreo è pertanto disonorante; dev’essere evitato qualsiasi rapporto con ebrei. Non si può offendere un ebreo, pertanto un ebreo non può esigere soddisfazione per le offese subite”.
Le vicende dell’antisemitismo viennese sono state molto complesse, come le ragioni che hanno alimentato il fenomeno; numerosi i protagonisti di quella fase storica e le voci che ne hanno dato testimonianza.
Fra questi Sigmund Freud, che visse le tensioni crescenti di quegli anni e annotò sul suo diario nel marzo del 1938:
“Finis Austriae. Il 13 Anschlüss alla Germania. Il giorno dopo Hitler a Vienna”
Note
[1] M. Freschi, cit., p. 302
[2] Un’ampia e illuminante trattazione del problema è contenuta in R. Calimani, I destini e le avventure dell’intellettuale ebreo, 1650-1933, Milano, Mondadori, 1996.
[3] H. Broch, Hoffmannsthal e il suo tempo, a cura di S. Vertone, Roma, Editori Riuniti, 1981, p.94
[4] A. Schnitzler, Giovinezza a Vienna, a cura di S. Burgher e A. Sulli Angelini, Pordenone, Studio Tesi, 1989, p. 143
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