Massa e potere

 

Il termine muta, che compare per la prima volta nella riflessione intorno ad una manifestazione di intolleranza razziale, tornerà nell’opera più impegnativa della vita di Canetti, Massa e potere, dove occuperà una sezione importante nel quadro della ricerca sui meccanismi di formazione e movimento della massa[1].

E’ infatti la massa il problema al centro di una lunghissima indagine cui dedicherà più di trent’anni della sua vita (l’opera sarà pubblicata nel 1960).

L’esigenza da cui nasceva questa ricerca era dettata dall’urgenza di capire un fenomeno che aveva connotati prettamente storici: le masse urbane del ventesimo secolo che segnano il tramonto della centralità del concetto di individuo di matrice ottocentesca.

Le vicende di quegli anni imponevano un attento esame di tali meccanismi per la stretta relazione con quelli del potere. In una discussione con Hermann Broch, letterato viennese di origine ebraica, figura di spicco nei circoli intellettuali di allora, Canetti coglie con estrema lucidità il nesso tra l’insorgere delle masse a protagoniste della storia e gli eventi che segneranno l’intero secolo.[2]

“Ogni nuovo potere che sorge ai nostri giorni si ciba deliberatamente della massa. In pratica, chi mira al potere politico sa come bisogna operare sulla massa. Solo gli altri, le persone consapevoli che queste operazioni portano diritto alla nuova guerra mondiale, non sanno come influire sulla massa per evitare che venga manovrata a danno di tutti noi. Bisognerebbe scoprire queste leggi del comportamento di massa. Ecco il punto, ecco il compito più importante davanti al quale ci troviamo oggi: di questa scienza non esistono ancora i primi rudimenti”    

Massa e potere è un’opera che spazia fra antropologia, sociologia e psicologia senza, però, offrirsi a nessuna classificazione netta; viene esplorato fino in fondo il concetto di massa, mettendone a fuoco fenomenologia e manifestazioni storiche e si delineano i caratteri del rapporto tra la massa e i meccanismi del potere e della sopraffazione. Nel tempo, però, l’opera ha superato l’istanza iniziale (capire la fisionomia di un fenomeno europeo degli anni venti) per divenire qualcosa di molto più ampio e articolato, e la massa, segno distintivo delle società moderne, si è configurata come costante delle società umane di tutti i tempi.

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Note

[1] E. Canetti, Massa e potere,(1960), trad. F. Jesi, Milano, Adelphi, 1981, p.113 “A tutto ciò che si definisce stirpe, parentela, clan” afferma Canetti “si contrappone qui un’altra unità, quella della muta. Tutti questi noti concetti sociologici, per quanto importanti, hanno qualcosa di statico. La muta è invece una unità in azione, e si manifesta in modo concreto. Da essa deve procedere chi si propone di indagare le origini del comportamento delle masse. La muta è la più antica e la più limitata forma di massa umana, quella che precedette tutte le masse nel moderno significato della parola. Essa si manifesta in parecchi modi ed è sempre nettamente percepibile. La sua attività attraverso decine di millenni è stata così intensa da lasciare tracce ovunque, e perfino nella nostra epoca, profondamente diversa dalle precedenti, sopravvivono numerose forme che procedono direttamente da essa”.

Segue la classificazione dei quattro tipi di muta. Di queste, le prime due, quelle di caccia e di guerra, hanno connotati comuni (p. 114): “Nella determinatezza della vittima da uccidere la muta di guerra si avvicina in modo particolare alla muta di caccia.[…] La scelta dell’espressione muta per questa primordiale e limitata forma di massa umana, dovrebbe ricordare che anch’essa trae origine presso gli uomini da un esempio animalesco: il branco di animali che cacciano insieme.[…] Uso l’espressione muta per uomini anziché per animali, poiché designa nel modo migliore la collettività del movimento frettoloso e la meta concreta dinanzi agli occhi di tutti coloro che vi sono coinvolti. La muta vuole una preda: vuole il suo sangue e la sua morte. Deve inseguirla veloce e senza lasciarsi distrarre, con astuzia e tenacia, per afferrarla. La muta si incoraggia abbaiando tutta insieme. Non si deve sottovalutare l’efficacia di questo clamore in cui si mescolano le voci dei singoli animali.E’ un clamore che può diminuire e di nuovo aumentare; ma non tace: esso contiene l’attacco”.

[2] E. Canetti, Il gioco degli occhi, cit., p. 53

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