
Un thriller che si apre con un omicidio fatto passare per suicidio.
Un’auto arriva in velocità sul Mönchsberg, l’altura boscosa della Fortezza HohenSalzburg, scendono due scagnozzi piuttosto ruspanti (saranno sempre gli stessi, decisamente poco risolutivi, fino alla fine, ma fanno tanto vecchia Europa e vestiti cuciti a mano su misura).
Tirano fuori dalla macchina un tipetto in elegante completo crema, il capo coperto da un minaccioso sacchetto nero della spazzatura.
Non recalcitra, gli dicono che lo portano dal “capo” e invece si ritroverà giù da quella scarpata da cui si gode uno dei panorami europei più magici, Salzburg, patria ingrata del divino Wolfgang.
Il killer fa dello spirito, mentre gli sfila il sacchetto di dosso:
“ Aspetti, bisogna suonare…Vedrà le cose sotto un angolo completamente nuovo”.
Primo piano della vittima a bocca aperta di fronte a tanta bellezza, una spintarella e giù.
Finirà sul terrazzamento sottostante con il braccio sanguinante teso oltre il bordo.
Lente gocce cominceranno a piovere su turisti giapponesi e tirolesi fermi ad ammirare le pure linee barocche dell’Abbeveratoio, quinta di fondo dell’arteria centrale della graziosa cittadina austriaca.
Sulla sinistra, nelle Scuderie, la sede del Festspielhouse avrà una parte importante nello sviluppo della vicenda.
“Questa pioggia è tipica di Salisburgo” fa il giapponese all’altro che si ritrova uno schizzo di sangue sulla guancia.
La signora vestita tirolese fa di peggio: “ All’inizio sembra niente, poi ti ritrovi fradicio!” dice al marito con pantaloni alla zuava, aprendo l’ombrello.
Sembra impossibile, ma ce ne vuole prima che tutti si decidano a guardare in alto per capire da dove arriva quella pioggia rossa!
Finalmente vedono il braccio penzolante e i titoli di testa cominciano a scorrere.
Voice over mentre gracchia un super8 con riprese di bambini, mamme, pannolini, adolescenti in crescita, gare di corsa, compleanni e vacanze, processione, santa comunione e cresima, concerto con dame benvestite nel foyer…e, chissà perché, adolescenti nelle docce che scherzano felici e, soprattutto, nudi.
Da uno spioncino qualcuno li osserva, occhi magnetici e rapaci, lo schermo torna nero, si dilata la grande scritta bianca, SILENTIUM, con una bella croce al posto della T.
Normalmente ci si aspetta che un prete trasformi il pane in carne e il vino in sangue. Ma durante il corso d’igiene nelle docce del seminario le mutande del prete si sono trasformate in una vela.
E’ il prologo.
Riprende l’azione ed entra finalmente in scena Simon Brenner, un detective pluridegradato, eskimo e barba di tre giorni, spettinato da un’emicrania perenne, ridotto a fare il guardiano in un grande magazzino, ma se a rubare dell’intimo è la figlia del direttore del Festival, per lui che si permette di bloccarla scatta il licenziamento.
Gute Nacht – gli fa la farmacista notturna richiudendo lo sportellino dopo avergli dato le compresse per l’emicrania da assumere con liquidi, altrimenti si fotte lo stomaco.
Non ha gradito l’invito di Brenner a bere insieme.
A fine film, però, si ammorbidirà e non chiuderà lo sportellino, anzi lo caricherà in macchina con l’amico Berti nel bagagliaio e via fra i campi fioriti e i prati verdi della dolce Austria.
Una faccia indimenticabile, questo Brenner, occhi a spillo dilatati, disincantati e un po’ sornioni, uno che crede a quello che fa ma sa che non serve a molto e non ne fa una tragedia, una specie di giustiziere della notte buono, che vede il ragazzotto di famiglia bene che compra “roba” e lo insegue per togliergliela, minacciandolo di spifferare tutto ai genitori, e poi, visto che non si butta niente, la divide col grassone tatuato suo compagno di appartamento.
Questa la presentazione di Brenner.
Ora le strade del thriller convergono: mentre i due “tirano” e mangiano untuosi pezzi di pizza al taglio, la tele manda la notizia del luttuoso evento.
Gottfried Dornheim, il morto, genero del direttore del Festival, era molto conosciuto in giro da quando aveva accusato pubblicamente l’arcivescovo di Salisburgo Michael Schorn (allora consigliere spirituale al Marianum) di aver abusato sessualmente di lui venticinque anni prima.
Dopo la breve notizia del “suicidio”, un alto prelato parla con aria affranta del povero Gottfried, uomo profondamente infelice, manipolato da una campagna mediatica contro la Santa Chiesa Cattolica e meritevole di tutta la loro compassione.
Segue il meteo. Minaccia neve e sta arrivando un gran freddo.
Arriva anche la polizia dai due coinquilini, il commissario ha una bella testa a triangolo capovolto e maligni occhi volpini, capiamo subito che da lui c’è da aspettarsi ben poco.
Intanto i due hanno buttato in gran fretta tutto nel cesso e così comincia l’interrogatorio:
Sai perché sono venuto?
Il grassone: Non ne ho idea.E’ il mio compleanno?
Seguono battute surreali su certi disastri al cimitero ebraico e dichiarazioni di innocenza e conversione a idee di sinistra da parte del grassone.
Quando tocca Brenner siamo al top:
E tu? cosa hai fatto tutto quel tempo in bagno?
E’ personale
Con me non c’è niente di personale
Sono imbarazzato
Dimmelo
Mi sono masturbato
Quando dalla carta d’identità che Brenner gli lancia sul pezzo di pizza avanzato il commisario vede che è un detective privato, ghigna sarcastico:
Qui a Salisburgo non c’è bisogno di detective privati.
Sono qui per i monumenti– replica stancamente Brenner
Il primissimo piano sulla sua faccia a questo punto è fantastico, in una luce sporco-ocra da fine giornata in un interno di vecchio bugigattolo, gli occhi, la piega della bocca, le rughe sulla fronte sono una pagina scritta fitto fitto (con le dovute differenze, viene in mente Marlowe, è inevitabile).
Fa’ attenzione che non ti peschi dove non ci sono i monumenti
Nessun rischio, ho una guida…
Comincia qui l’inchiesta autocommissionata di Brenner sull’omicidio, sembra spinto da un istinto naturale, e così il punto di partenza è la scena del crimine.
Sul Mönchsberg, di spalle, voice over, si lascia andare a paragoni sui luoghi adatti al suicidio, la Tour Eiffel, ad esempio, i francesi fanno centinaia di km per buttarsi da lì, ma il Mönchsberg per i tedeschi “… ha più qualità e in più capiscono la lingua”.
Da questo momento tutto comincia a scorrere vorticosamente, la ladruncola dell’intimo è la vedova del suicida, è lì anche lei per gettare un fiore sul ricordo del marito, parla chiaro a Brenner di quella gente capace di tutto, Gottfried aveva denunciato in pubblico l’arcivescovo durante una cresima.
Nasce un’alleanza e il Marianum diventa il centro di osservazione, Brenner s’infiltra tra i poveri senza fissa dimora che vanno lì a mangiare e fare la doccia, dopotutto non deve fare gran sforzi per mimetizzarsi, quindi si fa assumere come tuttofare da Fizt, responsabile sportivo, uno di quei preti a cui consegneresti l’anima, viso sorridente e rassicurante, passa nelle docce a distribuire saponette e rasoi a quei poveracci, quando non ha impegni al Marianum si ritira in una bella villa nei pressi di un tranquillo paesino di nome Petting, numero civico 69.
SILENTIUM è scritto sopra la porta delle docce, proprio lì dove, trent’anni prima, il consigliere spirituale ha insegnato a Gottfried di dieci anni come si fa la doccia.
Strane morti, sequestri di persona, domestiche filippine che arrivano, altre che spariscono, pezzi di cadavere nel biliardino, una ragazza in manette pronta per l’ugola d’oro del cantante (c’è la prima del Ratto del Serraglio al Festspielhouse e le sue corde vocali si corroborano solo di calda pioggia d’oro), si scende così, un gradino alla volta, fino alle Malebolge in cui si cacceranno Brenner e il suo scalcinato amico Berti, recuperato per caso in ambulanza (Berti guidava quando lui era lì mezzo morto, finito con commozione cerebrale sotto la croce che trascinava giù per le scale per portarla dal falegname a toglier tarli).
Ne usciranno malconci ma vivi, tutto rientrerà nel suo alveo, il cantante e la vedova, il cardinale e il direttore del Festival, “la Chiesa ha bisogno di preti, altrimenti muore”, ha detto l’amico Fitz prima di finire con la testa in un sacchetto, trasparente stavolta.
La Bibbia dice: non perdonare sette volte ma settanta volte sette, che fa 490 volte.
Onestamente avremmo avuto quattro morti in meno se Gottfried Dornheim avesse perdonato l’arcivescovo invece di ravvivare quelle vecchie storie del seminario. Ciò che è straordinario è che 70 è un numero santo, mentre 69, al contrario…
A questo finale glorioso Murnberger fa seguire un siparietto che fa da sorbetto dopo una lauta cena, mentre i due detective spiantati, malconci, col caso inutilmente risolto, fanno l’autostop e Berti urla a Brenner che fa il lavativo:
Sei un coglione, proprio come John Wayne
John Wayne non è un coglione
John Wayne è un supercoglione
E perché?
John Wayne è il tipo che massacra 200 indiani e poi entra nella capanna e si solleva il cappello davanti a una donna
Questa è la ragione per cui questo film forse non ha avuto successo in America.
Quanto a noi… c’è bisogno di dirlo?
Peccato, Murnberger /Brenner merita davvero.
Ma torna in mente Robert Schindel, a questo punto:
Sono un ebreo di Vienna, che é la città
che nell’intestino cieco ha cuori caldi, anche il mio.
La più bella città del mondo proprio sul fiume Lete.
Io qui vivo dove ho tanto da ridere.
Una volta capitale dell’antisemitismo, oggi è
diventata capitale dell’oblio.

Silentium
Austria, 2004 durata 110’
regia di Wolfgang Murnberger
con Josef Hader, Simon Schwarz, Joachim Król, Maria Köstlinger, Udo Samel, Jürgen Tarrach, Rosie Alvarez, Georg Friedrich, Anne Bennent, Luka Omoto