LA DOLCE VITA di Federico Fellini

a cura di Gabriele Civello

 Che paese meraviglioso è l’Italia”, pensò l’uomo

con profondo affetto, e per amarlo meglio e tutto intero

rivolse il pensiero a Porta Capuana (Napoli),

all’acqua dei faraglioni (Capri), alle trippe del ristorante

Troja (Firenze), al film La dolce vita (Roma),

alle discese nella neve fresca tra le Tofane (Cortina)».

(G. Parise, Dolcezza, in Sillabari, Adelphi, 2004)

La dolce vita è una pellicola impietosamente profetica e profeticamente impietosa.

Profetica, perché già in un lontanissimo 1960, con quella preveggenza di cui solo i grandi poeti sono capaci, Fellini riuscì a setacciare, distillare e portare a sublimazione quasi tutti i germi di un’Italia (già) alla deriva, antivedendo con estrema lucidità fenomeni sociali e di costume all’epoca latenti, ma che di lì a poco sarebbero deflagrati, propagandosi fino ai giorni nostri.

Impietosa, perché l’analisi cinematografica dell’italietta del boom viene svolta senza sconti o edulcorazioni, praticamente sparando allo spettatore, in endovena, una serie di verità crude e durissime, nebulizzate in particelle così piccole e taglienti da penetrare nella sua mente in modo irreversibile.

Volendo trovare una chiave di lettura metafisica e persino escatologica, si potrebbe dire che La dolce vita è il luogo in cui si consuma l’eterna dialettica fra essere e divenire, essenza e apparenza, “cose in sé” e “fenomeni” (direbbe Kant); in definitiva fra ciò che è veramente e in modo stabile, e ciò che invece è destinato a fluire incessantemente in un vorace fiume eracliteo, o mangiucchiato da una casuale risacca. E questa dialettica, com’è facile immaginare, è destinata fin da subito a inclinare visibilmente verso la china dell’apparire, del divenire e della corruzione, materiale e spirituale.

Il film si ambienta in una Roma in pieno fermento urbanistico, un enorme cantiere a cielo aperto dove la speculazione edilizia sta manipolando la città come un coltello caldo nel burro: a poca distanza da ciò che resta dei maestosi acquedotti romani sono spuntati come funghi, e stanno spuntando ancora, palazzoni tutti uguali di cemento armato; una gigantesca scultura di Gesù Cristo viene trasportata da modernissimi elicotteri nel cielo della capitale, e diventa più che altro una frivola attrazione per i fanciulli vocianti delle strade o per le ragazze in bikini che, sul lastrico solare di un condominio, si abbronzano comodamente e poco depilate.

E tutto ciò è ancora visto con gli occhi di uomini accecati dalla freccia infinita del progresso, ignari della barbarie e dell’abbrutimento di cui il loro tempo è solo un timido preludio.

La dolce vita non ha un trama vera e propria, e la sua forma è perfettamente congeniale al contenuto e alla sostanza: in circa centottanta minuti si snodano, infatti, brevi e a volte inconcludenti episodi, nei quali non spicca tanto una storia, un racconto o un evento, quanto un’idea, un simbolo o un’allegoria.

Il filo che tiene unita l’evanescente narrazione è il protagonista, Marcello (Marcello Mastroianni), giornalista elegante e distinto, in cerca di esperienze forti e sofisticate che possano essere la via di fuga al grigio fidanzamento con Emma (Yvonne Furneaux): la loro casa è vuota, spoglia, praticamente inabitabile. Emma è opprimente, appiccicosa, paranoica; un giorno tenta pure – per dispetto? – di avvelenarsi e a Marcello tocca portarla in ospedale. Il medico di turno, ovviamente incurante di ogni igiene, si allaccia le scarpe sul lavandino “sterile”; il suo servizio è solo l’adempimento burocratico di un dovere di carriera, non certo una vocazione o una missione ideale. Anche questo è La dolce vita.

In un locale notturno molto chic ed esclusivo, in cui si alternano indifferentemente improbabili danze orientali e musica americana à la page (conta solo l’intrattenimento, non importa con quale mezzo), Marcello incontra Maddalena (Anouk Aimée), miliardaria annoiata dall’occhio nero, malmenata da chissà quale altro annoiato riccone, che ordina con disinvoltura un whisky, segno di emancipazione,

Nella sala entrano improvvisamente i paparazzi, presenza costante e immancabile di tutto il film, che immortalano importanti personalità pronte ad essere brutalmente schiaffate nelle copertine di riviste scandalistiche (proprio La dolce vita sdoganerà il personaggio del “paparazzo”, abbreviato “paparà” alla romana, impersonato dal giovane padovano Walter Santesso).

Maddalena è vittima della sua stessa condizione sociale: ricchissima e tristissima (dice di sentirsi “disabitata”); confessa a Marcello che vorrebbe scappare da Roma e trasferirsi in una città in cui nessuno la conosca e riconosca (“Vorrei nascondermi ma non ci riesco; Roma, che noia, mi ci vorrebbe un’isola”). I due formano allora una coppia estemporanea e sconclusionata, che per fare l’amore in modo più plebeo – e, dunque, originale! – chiede ospitalità, per una notte, ad una prostituta incontrata a casaccio per la strada, in una stamberga nel sottoscala di un palazzo popolare.

L’altra donna in cui s’imbatte Marcello è la diva americana Sylvia (Anita Ekberg), donna frivola e superficiale che bada solo alle apparenze: sbarca dall’aereo e, per accontentare gli insaziabili paparazzi, fa persino due volte l’uscita dal velivolo, per poi sottoporsi con disinvoltura alle surreali domande dei giornalisti.

Signora, è vero che lei fa tutte le mattine il bagno nel ghiaccio? Le piacciono gli uomini con la barba?”; “Crede che il cinema del neo-realismo italiano sia vivo o morto?” (il traduttore suggerisce alla diva: “dica vivo! dica vivo!”). E poi: “Please Miss, dorme in pigiama o in camicia da notte”, con la celeberrima risposta di Sylvia: “Nessuno dei due; solo due gocce di profumo francese”.

Ovviamente la fatua Sylvia ha un fidanzato, Robert (Lex Barker), costantemente ubriaco, che non è andato a prenderla all’aeroporto perché … dormiva.

Sylvia va a visitare “er Cupolone” di San Pietro (che lei chiama “il campanile di Giotto”…), e chiede ai quattro venti come mai non abbiano ancora installato un ascensore al posto di quei fastidiosi gradini di legno; ma poi si rincuora: “salire le scale”, dice, “è uno dei modi migliori per rimanere in linea”.

Si fa dare allora una penna: non può non scrivere il suo nome sulle pareti del Cupolone, come i milioni di ignoranti turisti che accorrono da tutto il mondo. In cima in cima, col forte vento, il cappello di Sylvia vola via leggero, leggero come lei.

Come con Maddalena, con Sylvia l’infatuazione è fulminante: per Marcello lei è tutto, è la madre, la sorella, la moglie, l’amante, la casa, tutto.

Sylvia si toglie le scarpe lanciandole in aria, come solo le dive possono permettersi di fare e comincia a ballare, mentre Robert, ubriaco, l’ osserva dal tavolino e un giovanissimo e dinoccolato Adriano Celentano canta il rock’n’roll.

È il tripudio della vita notturna, della protesta contro il piccolo mondo borghese, proletario o contadino della tradizione nazionale

Anche Sylvia, però, come Maddalena, sotto la scorza del mondano furore, è intrisa di malinconia e di insoddisfazione (“è tutto così difficile, Marcello”): il suo Robert, dal quale lei scappa, è crudele e violento, dopo il festino non vuol tornare in hotel – simbolo del suo mondo da diva, luccicante ma anche soffocante – e smania per avere “esperienze nuove”, come appartarsi in auto in mezzo ad una stradina di campagna e ululare a squarciagola come i cani.

Se arriva un gattino randagio, Sylvia lo adotta e fa impazzire Marcello, costretto a scovare nottetempo una latteria aperta per sfamare il piccolo felino. Ma mentre lui scorrazza in lungo e in largo per le viuzze del centro in cerca del latte, Sylvia si imbatte nel suo paradiso terrestre: una fontana di Trevi tutta per lei dove fare una passeggiata nell’acqua in perfetto stile “film americano”. Il gattino, ennesimo capriccio del momento, è già abbandonato, e Sylvia, già dentro la fontana a trastullarsi, sotto lo sguardo incredulo di Marcello grida: “Marcello, come here!”.

Ma il sogno è presto svanito: la fontana si spegne e l’alba illumina due matti dentro una fontana!

Sylvia torna in Hotel e Robert le sferra una sberla davanti a tutti; l’unico commento che lei riesce a fare è: “non dovresti trattarmi così davanti ai fotografi!”.

Il problema non è il ceffone, ma sempre e solo i paparazzi che lo hanno immortalato! Gli stessi paparazzi che, vedendo Marcello preso a pugni da Robert, invece di soccorrerlo, lo fotografano: “Marcello, su, alza la testa!”. Gli stessi paparazzi che, non arrestandosi nemmeno alla peggiore tragedia familiare, accorrono vilmente per immortalare nei rotocalchi il momento di dolore di una moglie e madre.

Il massimo della spettacolarizzazione e della vacuità si raggiunge nell’episodio della finta apparizione della Madonna: due poveri bambini dicono di aver visto Maria, e questo scatena un putiferio. In mezzo ad una campagna laziale arsa dal sole viene organizzato un vero e proprio set televisivo, che ha l’evidente e unico scopo di speculare su un miracolo, vero o preteso poco importa. Fortunatamente arriva ben presto una pioggia torrenziale che, quasi simbolo di una volontà divina indispettita, fa presto dileguare la folla impegnata nella farsa; ma prima di tornare nelle proprie tane, la gente accecata dalla finta religiosità divenuta malato feticismo, si accalca a smantellare, ramo per ramo, l’alberello sotto il quale sarebbe avvenuta l’apparizione: chi potrà mai tornare a casa, senza avere prima rapinato una piccola reliquia dell’evento?

Quello della casa dello scrittore Enrico Steiner (Alain Cuny) è un episodio particolarmente emblematico: in un sontuoso superattico dell’EUR, dove l’alcool non manca e nemmeno la musica etnica tanto à la page, si riunisce un gruppo di intellettuali e pseudo tali; molti di loro sono già annoiati, altri vivono in una autoreferenziale bolla di sapone, in cui la poesia e l’arte non sono autentiche espressioni di umanità, ma solo un obliquo mezzuccio per aggrapparsi ad uno status sociale o economico. Steiner sa bene tutto ciò, ne è consapevole, e come molti protagonisti del film gli basta appartarsi con Marcello per confessargli la sua noia di vivere: “è meglio la vita più miserabile, credimi, che l’esistenza protetta da una società organizzata, in cui tutto sia previsto e perfetto”.

Steiner è vittima del suo milieu “radical chic” fuori dal quale, forse, non è e non sarà mai nessuno; nel monologo che chiude la scena dimostra di essere intimamente estraneo a queste convenzioni sociali e di cercare un “al di là” immune dal soffocante protocollo di un “pensiero unico”.

Ma invano: non riuscirà a salvare sé stesso e nemmeno la sua inerme famiglia.

La società de La dolce vita è come un’enorme e dolente razza spiaggiata, in avanzato stato di decomposizione e con l’occhio vitreo: i sentimenti veri e autentici sembrano definitivamente scomparsi, soffocati dai clichés di una civiltà massificata e mass-mediatica, vittima di se stessa.

Le case non sono più, come ancora nell’Italia del dopoguerra, il tempio sacro in cui coltivare l’amore, la solidarietà e la nuova vita che arriva, ma sono luoghi di perdizione, in cui celebrare insulsi riti pseudo-orgiastici; sono ville sbrilluccicanti, affollate da quadri astratti che nessuno capisce e da inutili oggetti di design, ville in cui festeggiare… l’annullamento di un matrimonio; sono superattici alla moda e senza speranza, in cui le frivolezze di una cultura autoreferenziale non possono che terminare, al meglio, con uno spogliarello tra “amici”, o alla peggio, con un sanguinoso omicidio-suicidio, dove a pagare sono sempre e solo bimbi innocenti.

Tutto è ostentato, tutto è portato al parossismo, a partire dalla femminilità, ridotta a semplice corpo da usare, da domare come un cavallo o da riempire di piume come una brutta gallina; come l’omosessualità, impersonata da ragazzi la cui effeminatezza diventa esagerata e quasi caricaturale (con tanto di vestiti da soubrette e piume di struzzo), come avverrà in molte macchiette della commedia italiana fino agli anni ’80 (poi comparirà un politically correct forse ancor peggiore).

All’epoca della sua uscita La dolce vita suscitò le note critiche di immoralità e libertinismo, quasi suonasse come l’apologia di una vita vuota e dissoluta.

Oggi, invece, essa vibra come un pugno nello stomaco e nelle coscienze, come una rappresentazione impietosa e senza alcun compiacimento dei lieviti del male e del nulla che, poco a poco, corrodono e fagocitano la parte migliore della nostra civiltà.

Se la verità, come dicevano gli antichi greci, è essenzialmente a-letheia (cioè “s-velatezza”), La dolce vita di Fellini è come una potentissima macchina da presa che, tramite straordinarie lenti prospettiche, riesce a mettere a fuoco quel velario di bugie, di finzioni e di malvagità che ricopre la realtà e che troppo spesso passa inosservato, perché è proprio lì, a pochi millimetri dal nostro naso, e quasi nessuno se ne avvede.

LA DOLCE VITA

Italia 1960 durata 178’

Regia di Federico Fellini

Musica di Nino Rota

SceneggiaturaFederico FelliniPier Paolo PasoliniEnnio FlaianoTullio PinelliBrunello Rondi

con Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Anouk Aimée, Yvonne Furneaux Alain Cuny, Laura Betti, Magali Noel, Valeria Ciangottini, Annibale Ninchi, Walter Santesso, Jacques Sernas, Lex Barker,Riccardo Garrone, Adriano Celentano, Ferdinand Guillaume, Romolo Valli, Lilla Brignone

 

 

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