
Breve excursus sulla tragedia greca, i suoi autori e alcune opere messe in scena da INDA, Istituto Nazionale Dramma Antico 2022-2023 nel teatro greco di Siracusa
INDICE
2022
2023
Integrazione
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(ndr: il lavoro integrale è rintracciabile nella sezione Specials post. L’indice rimanda alle singole pagine)

IL TEATRO GRECO
Una data relativamente recente segna il ritorno del dramma greco sulle scene dopo la meravigliosa fioritura nell’Atene del V secolo.Dopo di allora solo Seneca, a Roma, percorse la strada del tragico, ma con esiti molto diversi.
Il dramma tragico poi ebbe in Europa vari ed illustri rappresentanti, Shakespeare in primis, ma tragedie greche vere e proprie tornarono sulla scena solo nel 1585 al teatro Olimpico di Vicenza, in un allestimento dell’Edipo tiranno (modificato anche nel titolo).
Rappresentare una tragedia greca in uno spazio chiuso ci fa capire la profonda differenza che intercorre fra i due mondi, soprattutto dal punto di vista del senso che diamo oggi al teatro.
Per i Greci ebbe un valore collettivo, religioso, politico e agonistico.
Era un rito a cui tutta la popolazione partecipava, comprese le donne, escluse da ogni altro evento pubblico. L’azione si svolgeva en plein air, per una settimana, ogni giorno dall’alba al tramonto, ed era collegata alle grandi feste annuali, a partire dalle Grandi Dionisie.
Escludendo la messa in scena in spazi chiusi, abbiamo la fortuna di avere Siracusa in Italia, Epidauro in Grecia che permettono una realizzazione del dramma greco il più vicina possibile al testo originario.
Naturalmente le differenze ci sono ed è giusto che ci siano.
Quali:
rinuncia alla maschera
rinuncia ai tre personaggi, sulla scena ne compaiono altri
musica, scenografia, uso del coro molto diversi dai codici antichi (della musica greca, tra l’altro, sappiamo pochissimo ma era essenzialmente ritmata e a percussione)
I codici interpretativi sono cambiati, lo stile recitativo non è più declamato come una volta, l’attore interiorizza il testo e lo trasmette allo spettatore in una forte accentuazione del significato della parola, cosa tipica del teatro moderno.
A questo punto ci chiediamo: viste le sostanziali differenze formali e sostanziali, che funzione ha il dramma antico oggi?
Enorme, è la risposta.
Come afferma un grande studioso del mondo greco, J.P.Vernant :“ La tragedia conserva un’intrinseca vitalità e attualità in quanto pone l’agire degli uomini sotto il segno dell’eterno, lo impegna a ripensare se stesso e la condizione umana attraverso i grandi archetipi del mito, alla luce della dialettica che è intrinseca alla mimesi drammatica”.
Si tratta dunque di capire il senso e il valore di tante attualizzazioni a cui assistiamo quando si parla di teatro greco. Attualizzazioni nella scenografia, nelle ambientazioni, nei riferimenti culturali.
Pensiamo, ad esempio, alle Troiane di Euripide, si può rappresentare in un lager nazista, a Hiroshima, o come espressione della violenza sulle donne. Tutto è lecito purchè l’operazione sia onesta, perché il regista rivendica a sé uno dei valori concettuali del testo greco, che proprio in questa adesione ai tempi in cui vive rivela la sua eterna attualità. Se ben realizzate le attualizzazioni sono giuste e necessarie, e corrispondono al significato eterno del teatro greco, da quando iniziò il suo cammino nell’Atene di fine sesto secolo.
Si tratta cioè della certezza che, nella sua dimensione scenica che è la sua autentica natura e realtà, quel teatro costituisce per l’uomo d’oggi un itinerario fondamentale verso la consapevolezza delle ragioni del proprio esistere, esattamente come fu, più di duemila anni fa, per l’uomo greco.
Eschilo Sofocle Euripide

Eschilo
E’ il primo dei poeti tragici, di lui ci sono arrivate solo sette opere complete delle novanta composte che lui univa in trilogie. Purtroppo solo l’Orestea è la trilogia completa pervenuta.
Rappresentazione degli aspetti più reconditi della psiche, soggetta alle forze del destino e della volontà divina, le sue tragedie sono state il primo sguardo sull’abisso dell’animo umano, e la concezione ereditaria della colpa, unita all’ ineluttabile ereditarietà della punizione divina sono i suoi temi fondamentali.
Destino inesorabile e responsabilità dell’uomo, fra questi due poli si consuma il dramma dell’esistenza.
Alle spalle di Eschilo c’è una lunga storia di antiche credenze, depositi di antiche culture di area medio orientale fra cui, fondamentale, quella che vede nella divinità una forza ostile all’uomo, non di rado invidiosa delle sue fortune (sull’ invidia degli dei, lo ftònos teòn, il primo dei grandi storici, Erodoto, si è diffuso ampiamente.
L’ uomo nasce e vive in una condizione dolorosa che gli è connaturata.
Con la fine del VI secolo la visione comincia a cambiare, le vittorie sui Persiani hanno avuto il loro peso nel modificare l’immaginario collettivo e la fiducia nelle forze umane capaci di capovolgere quello che prima era destino ineluttabile è cresciuta notevolmente.
Come risolve Eschilo, figlio di quel passaggio fra VI e V secolo, questa antinomia? Come definirlo a ragione uomo di tempi nuovi?
Per Eschilo l’antico principio secondo cui l’invidia degli dei colpisce gratuitamente l’uomo è superato dalla fiducia nel buon operato della divinità che colpisce chi sbaglia, chi merita di esser punito. Prima o dopo la bilancia di giustizia colpisce, l’antica concezione fatalistica per cui l’uomo era annientato da forze superiori imperscrutabili cede alla convinzione che sia arbitro del proprio destino e responsabile dei suoi atti.
Ma non è facile continuare a crederlo quando constatiamo che il delitto, la colpa, s’irradiano dal colpevole anche ai suoi discendenti innocenti, questo è l’aspetto più irrisolvibile del problema.
Eschilo non torna alla concezione fatalistica del passato, non si arrende nella sua ricerca di una logica e di un senso dell’agire umano.La redenzione dalla colpa, anche se non commessa ma da cui si è stati comunque contaminati in quanto partecipi della stessa specie umana, avviene attraverso il dolore. E’ la celebre formula del pàtei màtos, la conoscenza attraverso il dolore.Si tratta di una consapevole accettazione del proprio destino e quindi della propria dignità umana. Di fronte all’uomo sta il dio, che è eterno mistero.
La grandezza dell’uomo e la sua redenzione consistono nella condivisione di questa realtà e nella fiducia totale delle forme in cui il Dio si manifesta. Il dio di Eschilo è un dio giusto, dispensatore di premio e castigo, ma la giustizia umana ora non ha un ruolo di second’ordine, è centrale e opera in sinergia con la divinità.
Eschilo è figlio di un tempo molto lontano dal nostro, difficile da capire e soprattutto accettare.
Eppure la lettura delle sue tragedie, tra le più ardue e complesse sul piano linguistico, ha un fascino immenso, come salire sulla vetta di una montagna altissima e sopra vedere solo il cielo.

Sofocle
L’uomo è misura di tutte le cose; delle cose che sono in quanto sono, delle cose che non sono in quanto non sono •
Un frammento attribuito al filosofo Protagora, (circa nel 490 a.C. – fine 400 a.C) esprime il nucleo del mondo concettuale di Sofocle. L’essere umano è misura (tò métron) di tutte le cose, arbitro e criterio di giudizio per ogni decisione.
Dei tre poeti tragici del V secolo, Sofocle fu quello più amato dal pubblico ateniese, a partire dal suo esordio, avvenuto nel 468, quando sconfisse Eschilo, più anziano e più famoso di lui, ottenendo un successo clamoroso. Le sue tetralogie ottennero il primo premio ben diciotto volte e la maggior parte dei suoi drammi fu composta dopo il 442, anno di rappresentazione della tragedia Antigone.
Grande innovatore della forma drammaturgica, aumentò il numero dei coreuti da dodici a quindici, così che il corifeo, a capo dei due semicori, potesse dialogare con i personaggi in scena, assumendo un ruolo simile a quello di un attore. Il terzo attore o tritagonista, presenza fissa nella sua tragedia, a volte compare anche in alcune rappresentazioni di Eschilo, ma pare che sia stato il vecchio tragediografo ad ispirarsi al giovane.
Sofocle domina il secolo nella sua parte centrale, il momento più alto della pólis, l’età di Pericle e di Fidia, e nella sua arte si esprime quel principio di equilibrio e armonia che Atene ha lasciato come possesso perenne all’umanità.
Il mondo concettuale di Sofocle non ignora il dubbio, l’orrore, la disperazione.
I grandi eroi sofoclei non sono immuni dalla disgrazia, “Non essere nati è la sorte migliore per gli uomini” fa dire nell’Edipo a Colono, la granitica certezza nella giustizia divina che si respira nel teatro di Eschilo si è dissolta, gli dei sono il principio della condanna per l’uomo, colpito dalla sventura in forme il più delle volte inspiegabili.
Ma cosa pone Sofocle al centro fra l’incrollabile fede di Eschilo e la disperata negazione di Euripide?
E’ credere in un disegno supremo e insondabile che travalica l’uomo, troppo piccolo e debole per capirlo, ma non rassegnato nella supina sottomissione ad un ruolo servile, piuttosto la sua è rivendicazione orgogliosa dell’unica grandezza possibile, molto ardua da conquistare ma che, sola, lo esalta e redime.
Essere uomo è la condanna e la sventura è ineluttabile, ma la sua assurdità è solo apparente.
Gli eroi e le eroine di Sofocle sono colpiti da mali che li rendono simboli del dolore del mondo, il destino li ha condannati ad essere diversi, portatori di sciagure che non hanno meritato. In questo però diventano degni di una redenzione che si realizza in un percorso durissimo, predestinati ad un traguardo eccezionale, quello di tornare ad essere uomini in un senso diverso, molto più alto.
Edipo, Antigone, Filottete, Elettra, Deianira, sono uomini e donne simbolo della grandezza a cui l’uomo può accedere, consapevole della sua dignità che il male non sconfigge.
A ragione Aristotele definì l’Edipo re la tragedia più rappresentativa del carattere tragico, il cui scopo era colpire il pubblico col timore e trascinarlo nella compassione. La catarsi, la purificazione, era l’approdo del partecipante all’evento religioso, mentre veniva assolta la sua valenza paradigmatica di carattere sociale. La forza psicagogica dell’evento tragico garantiva il difficile equilibrio su cui si muove la tragedia, e Sofocle ne fu il più alto interprete.
Il suo stile è ancorato al progetto di armonica perfezione che caratterizzò l’Atene periclea, la sua lingua fu modello di purezza ed eleganza formale, la bellezza delle immagini, l’intensa ricchezza dei campi semantici di ogni sua parola, danno all’arte di Sofocle la vigorosa bellezza dei marmi del Partenone e la morbida naturalezza delle linee di Polignoto.

Euripide
Euripide vive all’estremo opposto del secolo, l’età della sofistica che tutto mette sotto critica, si va verso la sulfurea commedia di Aristofane e lo sviluppo dei grandi sistemi filosofici di Platone e Aristotele.
Fra Eschilo ed Euripide si spalanca un abisso.
In realtà, la distanza temporale e gli avvenimenti che hanno cambiato la fisionomia del mondo greco nel corso del secolo non bastano a farci dire che siamo di fronte a due voci totalmente antitetiche. Li unisce l’arte sublime delle loro opere, essere figli di una stessa matrice culturale, l’immensa capacità di farsi interpreti, ognuno a suo modo, dello spirito dei tempi.
Euripide chiude la grande stagione del teatro tragico, dopo la tragedia muore, rinasce in qualche modo secoli dopo a Roma in tutt’altra veste.
Ma, nonostante la sua vita sia stata relativamente breve, il lascito è stato perenne se ancora oggi assistiamo come l’antico pubblico a quelle opere eterne che continuano a parlare di noi. La tragedia ha per la prima volta scoperto l’uomo, il suo eroico agire e il suo umano patire.
Euripide è figlio di tempi nuovi sul finire del secolo e ne interpreta con audaci sperimentazioni formali i fermenti e le idealità.
Età di crisi, è ancora in atto la lunga guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta, una tremenda peste ha decimato la popolazione, si è infranto l’equilibrio su cui si era fondato il teatro dei primi due tragici, ora urgono problemi concreti e non c’è più spazio per i temi del trascendente. I grandi interrogativi di Eschilo e Sofocle sulla condizione umana nel suo rapporto col divino sono superati da un’organizzazione sociale più complessa, il confronto non è più fra l’uomo e il volere divino ma con le scelte degli altri uomini e con le norme del vivere sociale che diventano il centro del dibattito.
Si è detto che gli eroi di Euripide sono eroi vestiti di stracci, e la metafora fa capire la profonda novità del suo teatro rivolto solo all’uomo e alle sue problematiche, alla sua misera condizione. La divinità non scompare, non è un teatro laico il suo, la tragedia era pur sempre un evento religioso, ma è esposta al dubbio, al confronto, la divinità è un punto di riferimento con cui l’uomo si misura, restando però sempre al centro di sé stesso.
Ecco allora nel teatro di Euripide le innovazioni tecniche necessarie ad esprimere questo rinnovamento: prologhi espositivi dettagliati, conclusione della vicenda spesso anticipata perché l’attenzione del pubblico deve concentrarsi sulla dialettica fra i personaggi non sullo sviluppo narrativo, presenza di lunghe réseis (gli assolo degli attori) che interrompono la forma dialogica tipica del teatro.
La ragione umana conquista un posto centrale, il dibattito argomentativo è sempre molto ampio, la realtà dei fatti non ha più bisogno, per essere capita, di un ricorso al trascendente.Volontà e sentimento dominano la scena, lo scandaglio psicologico è profondo, la pessimistica considerazione della miseria e debolezza umane si contrappone all’ottimismo della ragione che lotta per affermare sé stessa, oltre i pregiudizi.
Un teatro di umanità profonda quello di Euripide, di grande modernità, dove c’è posto per la donna, i deboli, gli emarginati.
Euripide non fu amato dai suoi concittadini, vinse pochissime volte negli agoni tragici e finì la sua vita in volontario esilio presso la corte di Archelao in Macedonia. Il suo teatro era uno specchio spietato nel quale non si amava rispecchiarsi, né lui, stando alla tradizione, scese mai a compromessi, ma visse una vita solitaria componendo le sue opere sulla riva del mare di Salamina, intellettuale sdegnoso e schivo.
Alla sua morte il vecchio Sofocle gli rese un grande tributo di onore e le età successive ne amarono la grandezza.

Siracusa, teatro greco
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