ARTE e CINEMA – Julian Schnabel

2012, Julian Schnabel, evento collaterale della 54ma Biennale d’arte di Venezia, in “Julian Schnabel. Permanently Becoming and the Architecture of seeing” Museo Correr

Ogni angelo ha il suo lato spaventoso

Schnabel, un artista che ama il cinema, ma un sospetto di furberia l’ha sempre inseguito nel suo lavoro.

Un pezzo da L’Espresso 2010:

Se la sua arte voleva irritare (ci riuscì benissimo usando cocci di piatti rotti), il suo cinema s’è guadagnato giudizi di astuzia mediatica: il film su Basquiat, primo graffitaro di colore assunto tra gli artisti americani, provocò accuse di operazione commerciale a vantaggio del biografato; il film sul poeta incarcerato a Cuba Reynaldo Arenas “Prima che sia notte”, generò accuse di anticastrismo; “Lo scafandro e la farfalla”, storia d’un uomo paralizzato che comunicava con il battito delle ciglia, si guadagnò critiche di sensazionalismo. “Miral” sembra inattaccabile; ma, come capita, troverà magari i suoi polemisti. Non vale la pena. La furberia non è un reato, né un delitto culturale.”

Un percorso espositivo, un’antologica curata da Norman Rosenthal, 40 dipinti dagli anni ’70 al 2012.

Texano-newyorkese, Schnabel è un artista che, a fine giro di mostra, fa pensare di non aver usurpato la sua fama.

Da Jackson Pollock a Picasso, Cy Twombly e Gaudì, con rimandi a El Greco e Tintoretto, passando anche per Van Gogh, nulla manca al suo retroterra e alla sua curiosità, e la voglia di dare forma a nuovi materiali, dal velluto alla tela cerata, da pezzi di legno provenienti dai suoi viaggi per il mondo a fotografie, mappe della Palestina, tema a lui molto caro, vele, teloni e piatti rotti (i celebri plate paintings) c’è qualcosa che l’occhio non rifiuta e costringe la mente a pensare.

Il cinema

Le tele sono tre, la prima è  sullo scalone, il sole del pomeriggio, entrando da sinistra, collabora con tagli di luce geometrici, una figura bianca, stilizzata, cresce verso l’alto, si piega verso destra con gesto grazioso, come un inchino, una tromba d’aria che si stacca dal cielo carico di nuvoloni sul fondo, una geisha che s’inginocchia, la scivolata sul surf di Malik.

BERTOLUCCI

Painting for Malik Joyeux and Bernardo Bertolucci , 2006

ANTONIONI

Al centro del quadro, sopra una macchia di vernice rossa che esplode, materica, densa,  una enorme accetta o uno strano albero insanguinato.

Dietro, come sfocato, un paesaggio africano, deserto a perdita d’occhio e, in primo piano, un albero magro e un elefante che barrisce.

E’ Untitled, ma tra parentesi è scritto “Antonioni was here”

E’ Professione reporter.

Un atto del guardare, nel quadro come nel film, la realtà è apparenza ingannevole, la telecamera registra la sua ambiguità, il pittore la traduce in segno, il pensiero cinematografico fa col piano-sequenza quello che il pittore elabora con il pensiero visuale, “intraducibile in pensiero logico e in parola, un agire come sollecitazione del fare e del produrre”, i due linguaggi producono conoscenza attraverso l’intuizione percettiva (quella che Arnheim chiama “la sorgente base di tutta la conoscenza, una conoscenza del mondo, cioè quella da cui tutto comincia”) , l’incontro funziona e produce arte, nuova energia, vita, morte.

 

Julian Schnabel Untitled (Antonioni was here), 2010 Private Collection Courtesy Gian Enzo Sperone and Marco Voena

JEAN VIGO

Julian Schnabel Procession (for Jean Vigo), 1979 Collezione dell’artista Courtesy Gagosian Gallery

…Tu, bambino radioso che hai scelto la strada quando potevi evitarla. Ottenuto il successo sei caduto in pezzi, orecchio di Van Gogh! E su quei pezzi sei passato alla storia, sei entrato nel regno degli immortali… (J. Schnabel )

Questa tela  è un percorso nel mondo di quel grande bambino che a ventiquattro aveva capito cos’è il cinema e in quattro anni disse tutto il necessario. Quindi morì.

Un intreccio in primo piano, una linea bianchissima su fondo nerofumo, sono Tabard, Caussat, Colin e Briel, i quattro enfants terribles di Zéro de conduite che tornano dalle vacanze estive sul treno fuligginoso, avvolti da ombre minacciose mentre ancora inventano giochi e risate.

 

Un mondo di adulti li aspetta per tentare di trasformarli in mostri, a propria immagine e somiglianza, ma i “quattro zero in condotta” faranno la loro piccola, grande rivoluzione e poi fuggiranno sul tetto, verso il cielo che i grandi hanno dimenticato.

 

Taris ou la natation, un documentario per tuffare la macchina sott’acqua a riprendere la magnifica armonia di un corpo in movimento.

Quel corpo è ora un manichino, solo il torso poderoso, con le braccia spezzate e senza testa, è appena schizzato in primo piano, Jean Taris, ventinove volte campione di nuoto nella Francia degli anni ’30, non nuota più.

E Juliette? la sua dolcissima joie de vivre, un sorriso fluttuante nell’acqua, la  “delicatezza, raffinatezza, humour, eleganza, intelligenza, intuizione e sensibilità” che Truffaut amava tanto.

 

Sul fondo del quadro c’è un palo a T, due campanelle appese ai bracci suonano, sembra di sentire il richiamo dell’Atalante, la vecchia chiatta che scivola silenziosa nella nebbia del canale.

Cronache veneziane.

Ogni angelo ha il suo lato spaventoso, e Venezia è un angelo

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per recensioni sull’intera filmografia di Jean Vigo v.

https://www.indie-eye.it/cinema/?s=Jean+Vigo

 

 

 

 

 

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