Canetti e l’antisemitismo

 

In Canetti l’antisemitismo è esperienza che trapela nella prima parte dell’autobiografia, filtrata dallo sguardo del bambino prima e poi dell’adolescente che, allevato fin dall’infanzia in ambienti privi di barriere etniche e linguistiche, alle prime manifestazioni del fenomeno reagisce con incuriosito stupore o con orrore, come di fronte a realtà paradossali e inspiegabili.

Nutrito com’ è di nobili ideali di solidale umanità maturati nel precoce amore per la lettura dei grandi classici, alimentato dalla mediazione culturale materna, sembra più che altro disorientato, quasi incapace di farsi una ragione dei minacciosi segnali di razzismo antiebraico cui assiste ancora bambino.

Proprio a Vienna, a otto anni, sente per la prima volta una parola di cui non capisce il senso “Jüdelach![ebreaccio], gridata con disprezzo da un ragazzo ad un compagno di classe, Paul Kornfeld, a cui si accompagnava lungo la strada verso casa.

A me non era ancora capitato di essere insultato perché ebreo, in Bulgaria e in Inghilterra questo non usava”[1] afferma con stupore ingenuo a commento del fatto.

Allo stesso periodo appartiene il ricordo di un convoglio di vagoni merci stracolmi di ebrei galiziani pigiati come bestie, fermo sul ponte del Danubio. E’ uno scenario di guerra, masse di ebrei fuggivano davanti alle armate russe e quei vagoni erano la dolorosa prefigurazione della prossima tragedia del popolo ebraico. Nella descrizione della scena colpisce l’orrore che lascia pietrificata la sua innocenza infantile [2]

Nei loro caffettani neri, con i riccioli a cavatappi sulle tempie e i loro speciali cappelli, si distinguevano vistosamente da tutti gli altri. E ora erano arrivati a Vienna, dove altro sarebbero potuti andare, mangiare dovevano pur mangiare, ma le scorte alimentari dei viennesi non erano più molto abbondanti. Mai ne avevo visti così tanti tutti insieme, stipati in quel modo nei vagoni. Fu una scena orribile perché il treno non si mosse. “Li pigiano come bestie – dissi – E infatti ci sono anche i carri bestiame”. […]…rimasi come impietrito, inchiodato al terreno […] Nessuno ci faceva un cenno di saluto, nessuno levava la mano o gridava una parola, sapevano benissimo di essere accolti malvolentieri e non si aspettavano certo parole di benvenuto. Erano tutti uomini, molti dei quali vecchi e barbuti.[…] Ero paralizzato dal terrore, non riuscivo a staccare lo sguardo da quella gente e non succedeva nulla. Avrei voluto che il treno si mettesse in moto, la cosa più terribile era quel treno fermo sul ponte.”

Neppure il paradiso zurighese[3] è immune da segnali inquietanti di razzismo e Canetti adolescente riceve a scuola i primi attacchi da parte dei compagni (trova il suo cartellino in sala da disegno “…tutto imbrattato e pieno di insulti [4]:”Abramini, Isacchini, ebreucci, andatevene dal liceo, qui non vi vogliamo”)

La vicenda lo colpisce profondamente: “ Rimasi talmente sbalordito che all’inizio non credetti ai miei occhi. Fino a quel giorno nessuno mi aveva insultato o attaccato, e con la maggior parte dei compagni eravamo insieme ormai da più di due anni e mezzo”.

La situazione è però anche più allarmante di quanto la sua inesperienza giovanile gli consenta di percepire. Un compagno di classe, anch’egli ebreo, gli racconta la situazione di altri ragazzi ebrei presenti nella scuola [5]:

“ … ovunque l’avversione per gli ebrei pareva aumentare di giorno in giorno e manifestarsi sempre più apertamente. Forse i racconti di Färber erano esagerati, essendo lui un ragazzo impulsivo e assai emotivo. Inoltre si sentiva minacciato in più di una maniera: era pigro e andava male a scuola. Alto e piuttosto grosso, era l’unico della classe ad avere i capelli rossi. Non si poteva non notarlo, quando per una foto di gruppo si metteva in prima fila copriva quelli che gli stavano dietro. In una di queste fotografie alcuni compagni di classe avevano cancellato la sua faccia. Apparentemente perché non lo volevano davanti in prima fila, in realtà perché non lo volevano affatto”.

L’intervento intelligente e attento dell’autorità scolastica ridusse la portata di quell’episodio, restituendo al giovane Canetti la fiducia nelle persone e nella vita che erano state pericolosamente minacciate, ma la vicenda zurighese si carica nell’autobiografia di un valore documentario, poiché registra uno dei primi passi verso quella lunga e complessa riflessione sul “più grande fenomeno dei tempi moderni: la massificazione”[6] che costituisce la sostanza della sua opera più impegnativa, Massa e potere.

Sono infatti significative alcune considerazioni maturate in quella circostanza, perché preludono ad elaborazioni future del suo pensiero[7]:

Ogni osservazione sprezzante sugli ebrei stimolava in me idee opposte. Avrei volentieri confutato ogni cosa, ma a questo non si arrivò mai, non si trattava di una disputa politica, ma, come la chiamerei oggi, del formarsi di una muta. Nella mia mente cominciarono a prender forma gli elementi di una nuova ideologia; il compito di salvare l’umanità dalle guerre se l’era assunto Wilson. Io questo privilegio glielo lasciavo volentieri, senza tuttavia perdere interesse all’argomento sul quale continuavano ad essere imperniati tutti i discorsi che facevo in pubblico. Ma i segreti pensieri che tenevo per me – e con chi avrei potuto confidarmi?- quelli riguardavano il destino degli ebrei.”

UnknownNote

[1] E. Canetti, La lingua salvata , cit., p. 113

[2] E. Canetti, ibid., pp. 151-152

[3] v. nota 1 in L’uomo massa. Nascita di Massa e potere

[4] E. Canetti, La lingua salvata, cit., p. 282

[5] E. Canetti, ibid., pp. 283-284

[6] M. Freschi, cit., p. 264

[7] E. Canetti, La lingua salvata, cit., pp.287-288

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