Nel 1975, all’interno della raccolta di saggi La coscienza delle parole, Canetti ritornerà alle riflessioni sul potere e la massa come fattori condizionanti del XX secolo scrivendo un saggio su Hitler.
La parola “fascismo” non era mai comparsa in Massa e potere, ma, a chi faceva rilevare all’autore quest’assenza, la risposta era stata: [1]
“ Il mio lavoro principale in quel periodo era proprio la ricerca delle radici del fascismo, questo era il senso di Massa e potere. Per comprendere quel che era successo e cioè non soltanto il fenomeno del nostro tempo in quanto tale, ma le sue origini più profonde e le sue ampie ramificazioni, mi ero vietato ogni lavoro letterario. E i Quaderni d’appunti erano soltanto un prodotto secondario di questo lavoro. Chi in essi sente la mancanza della parola fascismo, costui non deve far altro che aprire il volume più grande, e se anche qui la parola fascismo non sarà presente, non importa: quelle 500 pagine non trattano d’altro”.
Il lavoro di un’intera vita, nato nella lontana stagione viennese, ha dunque accompagnato senza interruzione questo prezioso testimone del nostro tempo, che ha avvertito il suo impegno di scrittore come missione da svolgere fra gli uomini perché “Non può essere compito dello scrittore- afferma[2] – lasciare l’umanità in balìa della morte […] Sarà suo vanto opporre resistenza ai banditori del nulla, che sempre più numerosi allignano tra i letterati e suo vanto combatterli con mezzi diversi dai loro”.

Nel chiudere la riflessione su quella Vienna fra le due guerre che affiora dalle memorie di Canetti, resta l’immagine paradossale di una città affascinante e contraddittoria, cosmopolita e razzista, segnata da opposti impulsi interni che rendono arduo il compito di capire se sia stata vittima o complice della più grande tragedia del ventesimo secolo.
Vittima di questa ambiguità è stata la generazione di artisti del secondo dopoguerra, che ha vissuto drammaticamente il rapporto di odio-amore verso una patria rifiutata e insieme amata visceralmente, sopravvissuta come mito di sè stessa.
Ma forse l’immagine più vera è quella di Vienna città dell’oblio, sulle rive del fiume Lete, come dicono i versi di Robert Schindel:
Sono un ebreo di Vienna, che è la città
Che nell’intestino cieco ha cuori caldi, anche il mio
La più bella città del mondo proprio sul fiume Lete
Io qui vivo dove ho tanto da ridere
Una volta capitale dell’antisemitismo oggi è
Diventata capitale dell’oblìo
1992

Note
[1] E. Canetti, Gespräch mit Horst Bienek, in Die gespaltene Zukunft, Monaco, Hanser, 1972, p. 98
[2] E. Canetti, La missione dello scrittore, in La coscienza delle parole, trad. R. Colorni e F. Jesi, Milano, Adelphi, 1984, p. 390
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