CRIMEN di Mario Camerini

Era l’ottobre di tre anni fa, quando ancora ci si baciava incontrandosi per strada, non si girava con mascherine tirate giù sul mento pronte a risalire al primo segnale di pericolo, i virus in letargo si ritempravano dalle ultime fatiche e si preparavano alle prossime.
Si andava al cinema, tutte le poltrone erano occupate e si mangiavano perfino i pop corn.
Ma quella sera no, roba seria, c’erano gli esperti che ci dicevano tutto. Date, nomi, quisquilie e pinzillacchere atti a suscitar sbadigli e rumorose fughe dalla sala.
Era la festa del cinema in città, un compaesano celebre andava festeggiato, come ogni anno, e il film era gratis, particolare non ininfluente.
Il figlio celebre era Luciano Vincenzoni (per la città di Signore e Signori sarà sempre il figlio più intelligente) che aveva scritto con altri grandi nomi soggetto e sceneggiatura per un miracolo del nostro cinema, Crimen.
Da non dimenticare Gianni Di Venanzo, direttore della fotografia, una perla del cinema italiano originario di Teramo (e così, tra Teramo e Treviso, il cinema era nel mio destino).
Qualcuno all’ uscita disse: “oggi con questo film ne farebbero dieci.”
Ed è vero, e tocca aggiungere “purtroppo”. Complice la grande regia di Mario Camerini, nel 1960 al cinema si rideva, di gusto, con le lacrime agli occhi, e non ci si vergognava di ridere (e si fumava pure, si entrava in sala a film iniziato, così lo rivedevi due volte e lo capivi meglio, insomma si era nell’Italietta dei poveri ma belli, ora siamo nell’Italiaccia dei poveri e pure brutti, ma non importa).
Ma poi, si vergognavano forse i togati e severi antichi romani quando arrivava Plauto e veniva giù il teatro (si fa per dire) dalle risate?
Certo che no, anzi.
La commedia degli equivoci, gli scambi di persona, le fughe, le agnizioni, era già tutto lì da secoli, ma che dico? da millenni.
E finalmente arrivò il giorno in cui l’Italia piagnona e filistea, quella delle camicie nere e degli scudicrociati, dei morti ammazzati e delle vite sprecate, riscoprì il bello del ridere, del castigare ridendo mores, e cinema fu.
Commedia all’italiana, la chiamarono, e nel calderone entrò di tutto, non sempre di qualità, ma era un prezzo da pagare.
Giravano per Cinecittà ragazzi in gamba, brutti, meno brutti ma bravissimi, donne belle, meno belle ma bravissime, il cocktail era perfetto.
C’era una storia vera del 1907 a dare il “la”, una vecchia nobildonna uccisa per i suoi gioielli a Montecarlo.
Cosa serviva di più per mettere insieme un gruppo di grandi buontemponi a scrivere un film che non lascia tregua, si divora come un cannolo alla crema, si gusta fino all’ultima scena, al finale grandioso, a quella pagina di giornale con quelle facce allineate da foto che solo nei commissariati di allora erano capaci fare?
Grace e Ranieri, sposi da poco, riempivano pagine di Grand Hotel e le sartine piangevano di gioia, i rudi “moschettieri” di qualche decennio prima erano diventati dandies vanesi in cerca di fortuna o sfigati borgatari con le pezze al culo, la roulette girava, girava e girava, i sogni viaggiavano su treni non più a vapore e l’Italia cantava felice perché in tutte le case c’era la lavatrice
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Crimen
Italia 1960 durata 108′
regia di Mario Camerini
con Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Dorian Gray, Franca Valeri, Silvana Mangano e Bernard Blier.
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