Edipo re di Sofocle

 

EDIPO RE

E’ la tragedia più conosciuta di Sofocle e di tutto il teatro greco.

Già da Aristotele, che fu grande estimatore del tragediografo, l’Edipo re fu eretto a modello della tragedia perfetta e Sofocle fu posto, quasi giusto mezzo, tra Eschilo ed Euripide.

Sofocle non ha più l’entusiasmo grandioso e vitale, lo slancio profeticamente religioso del primo; nè conosce ancora la passione freddamente intellettuale, il profondo razionalismo del secondo.

In lui si contemperano la lucida consapevolezza dell’infelicità umana e il senso della dignità della sofferenza, la chiarezza dell’analisi razionale e la percezione delle oscure forze che le sfuggono.Nei racconti del mito Sofocle rappresenta i grandi temi della vita umana, individuale e sociale.

Edipo, la sua figura più celebre, ha conosciuto nei secoli una fortuna che va al di là dei motivi puramente letterari ed è diventata una delle chiavi per la scoperta delle forze inconsce della psiche.

Pensiamo ad un epigono famoso, Pier Paolo Pasolini.

Il suo Edipo si apre in un quadro di vita provinciale del primo dopoguerra. Lì si innesta la rievocazione del mito di Edipo che, ignaro, uccide il padre e sposa la madre finché scopre la verità e, accecatosi, si avvia alla purificazione di Colono. Uno dei film più autobiografici di Pasolini, che nella storia tragica di Edipo dà, in chiave barbara, una testimonianza sulla difficoltà del vivere.

Nella tragedia di Sofocle Edipo è già da anni a Tebe dove regna, dopo aver sciolto l’ enigma della Sfinge, sposo di Giocasta, vedova del re Laio ucciso sulla strada per Delfi da mano sconosciuta.

Dal matrimonio sono nati quattro figli: Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene.

La città è devastata da una terribile pestilenza e l’oracolo di Delfi ha consigliato, perché il flagello venga allontanato, di scoprire l’assassino di re Laio, da anni ancora impunito.La peste che flagella la città ha in quel delitto la sua causa, bisogna estirpare la radice con il giusto farmakòs, il colpevole.

Nel film di Pasolini la vicenda ha uno sviluppo narrativo lineare e completo, parte dalla nascita di Edipo e procede fino alla catastrofe finale, poi torna al presente. L’intreccio psicanalitico è centrale, presente e passato sono un viluppo inestricabile.

Nella tragedia di Sofocle, con abilissima costruzione registica, la concatenazione degli eventi trascorsi si chiarisce solo alla fine attraverso l’indovino Tiresia e la stessa Giocasta.

Cos’era accaduto dunque in precedenza? Ricostruiamo l’ordine degli eventi.

Laio e Giocasta avevano affidato al pastore Polibo questo figlio appena nato perché venisse ucciso: volevano evitare che si compisse la profezia secondo cui quel figlio sarebbe stato l’assassino del padre.Il fanciullo era stato però risparmiato dalla pietà del pastore che l’aveva portato alla coppia regnante di Corinto priva di figli che l’accolgono con gioia. Edipo, arrivato alla maggiore età, apprenderà con orrore e lunga indagine da perfetta detective story, che l’uomo che ha ucciso in una lite sulla strada per Tebe era suo padre Laio

Ma perché Edipo era su quella strada e non a Corinto?

Pasolini lo mostra in modo chiaro: qualcuno fra i compagni di giochi l’aveva chiamato “figlio della fortuna”, insinuando che fosse un bastardo.

Allora Edipo aveva deciso di interrogare la Pizia, oracolo di Delfi che, come spesso gli oracoli, non fu molto chiara nella risposta.

Ucciderai tuo padre e sposerai tua madre

Edipo capì l’esatto opposto di quello che c’era da capire e, invece di tornare a Corinto, prese la strada per Tebe al famoso incrocio che, se se si passa da quelle parti, si vede dall’alto della statale che gli corre accanto.

Incontrato il convoglio di Laio e ucciso il re in un alterco in cui Laio si era dimostrato molto arrogante, risolto l’indovinello della Sfinge, mostro che teneva in scacco la città di Tebe, Edipo arriva alla reggia dove viene accolto con tutti gli onori come salvatore della città.

Questo l’antefatto.

Quando lo scoppio della pestilenza chiude il cerchio intorno ad Edipo e Giocasta scopre di essere oltre che sposa anche sua madre, inorridita si impicca mentre Edipo si acceca per non vedere più il sole, testimone del suo delitto.

Si allontana quindi da Tebe diretto a Colono come pellegrino mendicante che deve espiare la tremenda colpa, affidando i figli e il regno al cognato Creonte. Sarà accompagnato dalla figlia Antigone.

L’intreccio della vicenda in Sofocle si basa su una ricostruzione a ritroso e si ricompone solo al termine dell’opera, dopo numerosi svelamenti progressivi e grazie alla testimonianza finale del pastore che consente di giungere alla verità dei fatti.

Un montaggio in perfetto stile cinematografico, una perizia che fa onore al genio drammaturgico dell’autore.

L’indagine che Edipo conduce alla ricerca delle proprie origini e, di conseguenza, della propria storia personale, consiste in una vera e propria analisi tragica, come la definì Friedrich Schiller, uno scavo oltremodo difficile su se stesso, lungo una strada che richiede un’immensa forza morale per essere percorsa.

La tendenza ad autoassolversi è infatti sempre a portata di mano e la tecnica dello struzzo è molto allettante. Ci si nasconde con la testa sotto la sabbia.

Sappiamo che quel percorso di indagine di Edipo  fu molto caro a Sigmund Freud, che lo considerò l’archetipo del procedimento analitico e introspettivo soggiacente al cosiddetto “complesso edipico”, a causa del quale il figlio maschio instaura un rapporto inscindibile con la madre, mentre verso la figura paterna nutre odio e risentimento. L’uccisione del padre Laio e l’incesto con la madre Giocasta sembrerebbero le prove inconfutabili del complesso individuato da Freud.

Ma Sofocle non carica di sottintesi psichici la violazione della legge naturale nel rapporto madre-figlio.

In questa tragedia non deve emergere l’inconscio del protagonista né un nuovo io, piuttosto deve arrivare a compimento la profezia delfica. “Ucciderai tuo padre e sposerai tua madre”

E’ altro quello che Sofocle vuol dire e va collocato nella sua cultura,  un mondo troppo lontano dal nostro ma che è giusto considerare un archetipo da sottoporre a interpretazioni altre.

In Sofocle Edipo è il simbolo dell’intelligenza dell’uomo che non si ferma fino alla risoluzione di ogni enigma, che è spinto solo dalla ricerca della verità ed è disposto ad accettarne il peso; il profondo desiderio di conoscenza, la spinta alla scoperta dell’ignoto non lo abbandonano mai, anche quando può trasformarsi in rovina.

Nel corso del dramma il protagonista non è statico, ma, al contrario, si delinea a poco a poco attraverso l’azione, evolvendo di fronte agli spettatori.

All’inizio appare saldamente costruito nel pieno della sua regalità. Ma la sua conoscenza, apparentemente infallibile, è presto minata da un’ansia latente nascosta dietro la solida struttura dell’essere re; le parole dell’indovino Tiresia, benchè reticenti a rivelare con chiarezza la terribile verità che la sua arte mantica gli ha mostrato, ma comunque piene di sottintesi e ombre, mettono in discussione proprio la capacità intellettuale che Edipo rivendica con forza e spostano il dramma dal piano politico a quello intimo e personale.

Momenti di profondo lirismo appaiono nei discorsi fatti di serrate argomentazioni logiche, come nel quarto stasimo, canto del coro che separa gli episodi l’uno dall’altro, un lamento sul destino di Edipo – ormai a conoscenza della tragica realtà – che diviene paradigma dell’infelicità del genere umano.

 

Il trimetro giambico qui si frantuma nella voce di Edipo quasi in monosillabi  tesi ad esprimere il suo sgretolamento intellettuale ed esistenziale.

E’ interessante constatare la scelta di regia e l’uso della musica a questo punto, una sonorità martellante e sincopata che accompagna la lenta descensio ad Inferos dell’eroe.

La vicenda di Edipo, composta in un greco di singolare perfezione formale e stilistica, rappresenta la precarietà della felicità umana che spesso assume la forma di un’illusione momentanea e apparente, inesorabilmente seguita da un cupo tramonto.

Edipo è il colpevole/incolpevole, la sua vicenda dimostra, come affermò il filosofo tedesco Jaspers, “l’apparente assurdità della sventura”. Nessuno ha il diritto di considerarsi immune dalla fatale disgrazia, che sia anche persona giusta e integra come Edipo.

La potenza della vicenda di cui Edipo è il protagonista ha attraversato i millenni, additando l’unica strada che resta all’uomo per rivendicare la sua dignità: la ricerca della verità, anche se il prezzo è molto alto.

 

TORNA AL’INDICE

 

_____________________

Le immagini presenti nell’articolo appartengono ai rispettivi proprietari e sono utilizzate al solo scopo di corredare il testo.