Giulietta degli spiriti di Federico Fellini

a cura di Gabriele Civello

Con Giulietta degli spiriti, il tema del tradimento torna al centro della poetica felliniana, questa volta calato in un prisma ancora più labirintico e sofisticato, che va dalla “psicologia di superficie” al fenomeno sociale e di costume, sino alla cifra più profondamente psicanalitica.

Ne Lo sceicco bianco (1952), la giovane Wanda era scappata dallo sposino Ivan per rincorrere l’esotico protagonista del suo fotoromanzo preferito, salvo poi smascherare le finzioni del super-eroe e ripiegare, bon gré mal gré, a Canossa.

Ne I vitelloni (1953), il giovane Fausto, dopo il matrimonio riparatore con Sandra, aveva fatto il cascamorto con una serie di donne più o meno consenzienti; anche lui, forse per le cinghiate ricevute dal padre, era addivenuto a più miti consigli, imboccando di nuovo i rassicuranti binari della relazione coniugale.

Infine, ne La dolce vita (1960), l’affascinante giornalista Marcello, fidanzato con una paranoica Emma, non aveva perso l’occasione per fare l’amore con Maddalena, per corteggiare Sylvia e molte altre donne; in quel caso, non c’era stato spazio per redenzioni o fini liete.

In Giulietta degli spiriti, invece, la scappatella di Giorgio (Mario Pisu) – ricco organizzatore di eventi – ai danni della moglie Giulietta (Giulietta Masina) sembra solo il pretesto estemporaneo per un’indagine molto più profonda sulla nostra psiche. Che sia solo l’occasione e non il vero fulcro della pellicola sembra provato dalle modalità assolutamente banali con cui il marito tradisce la moglie e cerca malamente di coprire il tradimento, e quelle con cui la moglie lo becca.

Al di là di questa crosta superficiale e contingente, il baricentro del film adesso diventa un altro, e cioè il rapporto più profondo, spesso occulto e imperscrutabile, fra le nostre fobie e desideri; questo asse cardinale si intreccia poi con una sorta di decumano immaginario, che oscilla fra la ricerca della felicità e la conoscenza del vero, quasi un pathei mathos eschileo. Gli interrogativi, allora, si affastellano pressanti: siamo proprio sicuri che le nostre fobie si rivolgano a fatti o persone che noi effettivamente intendiamo allontanare da noi?

Oppure, al contrario, ciò di cui abbiamo paura non è altro che ciò che noi desideriamo nel profondo e (questo sì) abbiamo paura di desiderare?

O, più sottilmente, abbiamo paura di confessarne il desiderio?

E ancora: siamo sicuri che la felicità passi attraverso la conoscenza totale ed esaustiva di tutto ciò che ci circonda?

Oppure, viceversa, può darsi che il cammino eudaimonico richieda un parziale occultamento delle “verità” più scomode, o quantomeno una prudente “sospensione di giudizio” sulle stesse?

Mettendo in scena gli “spiriti” della borghesissima Giulietta Boldrini (Giulietta Masina) regina indiscussa nella sua sfarzosa villa di Fregene, Fellini sta in realtà scandagliando gli angoli più reconditi dell’animo umano e per l’ennesima volta, quasi un Virgilio post-moderno, il genio di Nino Rota porta per mano il novello Dante romagnolo negli anfratti scabrosi e a volte perfino sulfurei della psiche, come segnalato dall’inquietante intervallo di quarta eccedente, diabolus in musica, filigrana di tutto il film, accompagnato dalla sinistra e ossessionante altalena fra tonalità “maggiore” e “minore”.

Giulietta è quasi invasata, posseduta da una brama ossessiva: vuole sapere, conoscere, prevedere; la sua vita sembra così perfetta e impeccabile, eppure dovrà pur esserci un problema, un tarlo che si incista nelle trame inamidate e patinate dell’esistenza.

E allora via di amuleti indiani, oroscopi egiziani, stregoni etruschi, cialtroni e sensitivi dall’immancabile accento ciociaro.E ancora: pendolini cinesi che oscillano sulle teste, oscene sedute spiritiche con tanto di incenso che fa sempre un po’ “occultismo” (topos ricorrente in Fellini), l’androgino in stato di trance in contatto con gli spiriti e così avanti.

Per il quindicesimo anniversario di matrimonio, la villa di Giorgio e Giulietta è invasa da frotte di balordi e frivoli invitati, tema felliniano per eccellenza.

Una di loro ha come regola di vita “scolpire, cucinare e… fare l’amore!”, la scena è ricamata da suadenti atmosfere da bossa nova all’italiana e l’ inconfondibile magia di Nino Rota impregna tutto di un inconfondibile mood “anni ’60”.

Giulietta è inappuntabile, si sveglia già perfettamente pettinata, è l’immagine dell’agio e della serenità, servita e riverita dalle due domestiche, Teresina ed Elisabetta (un’esile e timida Milena Vukotic), oppure rincorsa dalla madre (Caterina Boratto) e dalle sorelle (Sylva Koscina e Luisa Della Noce), che pensano solo al loro bel trucco e parrucco (l’arcigna madre sembra la regina di Biancaneve!).

In realtà a Giulietta basta poco, anche solo socchiudere le palpebre, per avere visioni terrificanti, per rivivere traumi infantili rimossi che ancora galleggiano come fantasmi nell’etere.

Ecco allora il nonno vecchio vecchio (Lou Gilbert, con una barbona à la Karl Marx) che si innamora della giovanissima ballerina Fanny (Sandra Milo); le monache infagottate in nerissime tuniche così ingombranti da coprire occhi, mani e piedi, tema suscitato a Fellini dal ritrovamento – durante la scena del convento ne La strada (1954) – di un diario segreto di una suorina. Ed ecco la famigerata recita all’asilo infantile, quando Giulietta viene costretta a fare la parte della santa martirizzata sulla graticola in fiamme, scena atroce di una verginità sottoposta a supplizio.

Ma il clou della “sete di conoscenza” è quello dell’incontro di Giulietta con il detective “Occhio di lince” (Alberto Plebani): l’investigatore, insieme allo smilzo psicologo dott. Valli, guiderà le operazioni di pedinamento di Giorgio, per scoprire se veramente sta tradendo la moglie con tale Gabriella.

Inquietante, qui, l’interrogativo che il detective pone a Giulietta:

L’intimità e la segretezza per noi sono concetti superati. Noi non conosciamo né porte né pareti. Le presenteremo suo marito come lei non l’ha mai conosciuto. Parteciperà alle sue ore più segrete, penetrerà in quelle zone d’ombra in cui lei non è mai potuta entrare. È propria decisa a voler sapere?”.

Inoltre, “Occhio di lince” consiglia sempre ai suoi clienti “di considerare con un certo distacco ciò che viene loro mostrato. Il nostro è un punto di vista obiettivo, quindi limitato. La realtà delle cose può essere anche un’altra, alle volte più innocente”.

Giulietta risponde perentoriamente: “Sì, voglio sapere, ne ho il pieno diritto. Voglio conoscere tutto di lui”.

L’incontro con la vicina di casa Susy (ancora Sandra Milo) è per Giulietta quasi una nuova discesa negli inferi dell’inconscio.

Al cospetto dell’ordinata vita coniugale della protagonista e della sua educazione cattolica infantile, l’esistenza disordinata di Susy ne rappresenta l’esatto opposto: perversione, feticismo, con tanto di specchio sul soffitto del lettone matrimoniale; dopo aver fatto l’amore, Susy è solita gettarsi nuda in piscina direttamente da un lungo scivolo vicino all’alcova. Inoltre la frivola dirimpettaia si è fatta costruire una casetta sui pini, alla quale si accede con un’improbabile navicella sferica (la scena ricorda la lunga altalena onirica de Lo sceicco bianco).

Nel rifugio sull’albero, Susy può prendere finalmente il sole nuda, o darsi al piacere insieme ad ignoti amanti. Se Susy vive nella massima sfrenatezza e lussuria, Giulietta le confessa di avere conosciuto da giovanissima il suo Giorgio, che sarebbe ben presto diventato tutto il suo mondo:

Il mio sposo, il mio amante, mio padre, il mio amico, la mia casa” (sembra la frase detta da Marcello a Sylvia/Anita Ekberg ne La dolce vita). E Giulietta prosegue: “Ecco io non avevo bisogno d’altro. Pensavo che così era giusto ed io ero felice”.

Arriva il giorno del redde rationem: il detective convoca in ufficio Giulietta e le riporta i risultati delle investigazioni, le prove schiaccianti del tradimento, non prima di averle sciorinata una dotta citazione teologica:

L’unico modo per amarsi davvero è conoscersi a fondo; lo dice pure Sant’Agostino!”.

Adesso Giulietta, agguantata la prova provata del tradimento, è ancor più perseguitata dai suoi spiriti, soprattutto quando Giorgio e gli amici di casa le propongono di partecipare ad un nuovo gioco, lo “psico-dramma”: si tratta di rivivere momenti angosciosi della propria vita, proiettati su di un’altra persona.

Qui affiorano ancora una volta i ricordi e traumi repressi, in una sequela che assume sempre più le vesti di un irritante carosello, finché Giulietta sbotta:

Tutta la mia vita è piena di gente che parla, parla, parla, andatevene! Fuori tutti di qui!”.

È a quel punto che l’amico Jorge (José Luis de Vilallonga), il misterioso torero, le dispensa perle di saggezza:

La verità ci rende liberi. In fondo che importa la reazione degli altri. Io sono a me stesso tetto, finestra e focolare. Le mie parole sono il mio cibo, i miei pensieri la mia bevanda. Dunque sono felice”.

Il problema di Giulietta è che si identifica troppo con il suo problema; a volte, bisogna parlare ad alta voce, anche se è un estraneo che ci ascolta.

Grazie all’aiuto della psicanalista (Anne Francine), Giulietta riesce a fare chiarezza dentro di sé: in apparenza, lei ha paura di restare sola, di essere abbandonata, di essere lasciata dal marito. In realtà, tutto ciò di cui lei ha il terrore è invece proprio quello che lei vuole con tutte le sue forze: essere lasciata da sola!

Lei in verità vuole che suo marito se ne vada, vuole essere lasciata in pace. Senza Giorgio, causa dei suoi mali, Giulietta comincia a respirare, a diventare se stessa. Giulietta credeva di aver paura, in realtà aveva paura di una sola cosa, di essere felice. Adesso la protagonista si è liberata dei suoi fantasmi, respira il vento nel suo abito bianchissimo e può finalmente stare in compagnia degli Amici, quelli veri.

Giulietta degli spiriti raccolse critiche molto aspre, di cui si possono in parte cogliere le cause più estrinseche: il film può sembrare infatti un catalogo, quasi un carrellata delle trovate (e delle manie?) più tipicamente felliniane, dalla dimensione onirica alla lussuria, dal satanico agli scenari circensi e carnascialeschi, fino all’occultismo. Insomma, Giulietta degli spiriti è un vero e proprio distillato dell’essenza più originale del regista riminese, il che però può a volte apparire il frutto di una fantasmagorica giustapposizione, più che un tutto organico e coerente.

Ora, se è pur vero che la pellicola è attraversata da una certa dose di compiaciuto e sofisticato narcisismo e dell’ormai celebre barocchismo felliniano, è anche vero che Giulietta degli spiriti non è solo un caleidoscopio di vuote forme sceniche, ma ha un ordito segretissimo di altissimo pregio poetico, psicologico e sociologico.

In effetti, i copiosi lustrini e paillettes rischiano di distrarre l’attenzione dai punti cruciali della narrazione, anche a causa di una certa sovrabbondanza di personaggi e di caratteri, ma questo appartiene all’estrema esuberanza di un Fellini quarantacinquenne nel pieno fulgore di un climax creativo ascendente.

E dove la ridondanza di luci, colori e costumi potrebbe rasentare il kitsch – di cui geniale studioso fu Gillo Dorfles –non si dovrebbe imputare la cosa ad una caduta di stile del regista ma piuttosto al modo felliniano di mettere in scena quella parte dell’anima frivola, scherzosa e superficiale che giace potenzialmente dentro ogni uomo, in misura maggiore o minore.

Se poi Giulietta degli spiriti invii un messaggio di speranza e redenzione, oppure al contrario di disperata perdizione, non è qui il momento per dirlo né forse Fellini si propose di farlo.

Giulietta degli spiriti

Italia 1965 durata 120’

regia di Federico Fellini

scritto da Federico Fellini, Tullio Spinelli, Ennio Flaiano, Brunello Rondi

musica di Nino Rota

con Giulietta Masina, Sandra Milo, Mario Pisu, Sylva Koscina, Valentina Cortese, José Luis de Villalonga, Valeska Gert, Friedrich von Ledebur, Lou Gilbert, Caterina Boratto, Luisa Della Noce, Silvana Jachino, Milena Vukotic, Fred Williams, Anne Francine, Elena Fondra, Genius, Alberto Plebani, Mario Conocchia, Felice Fulchignoni, Dina De Santis, Elisabetta Gray, Dany Paris, Yvonne Casadei, Cesarino Miceli Picardi, Alba Cancellieri, Inna Alexeieva, Carlo Pisacane, Jacques Herlin

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