1967-1969
Nel pieno degli anni ’60 nuove logiche governano l’economia, bisogna produrre beni di largo consumo, le multinazionali avanzano e un po’ per volta tolgono terreno alle piccole industrie di nicchia, alle aziende in cui si lavora fianco a fianco col padrone e quello che si produce non è ancora finalizzato alla logica esclusiva del profitto.
Sessanta milioni di marchi, tanto offre una multinazionale al nostro bravo Anton, che fece a piedi 5300 chilometri con mille idee da brevettare e tanto lavoro da dare ai figli dei contadini dell’ Hunsrück con i calli alle mani.
I due mediatori inviati per la trattativa attraversano le strade sterrate della zona piuttosto perplessi e certo poco attratti dal fascino della natura, la visione improvvisa di un bel cervo strapperà come unico commento: “Che strano posto!”.
Puntano ad un’operazione di marketing molto lineare, il loro colosso ben presto realizzerà in proprio i marchi di cui ora Anton ha l’esclusiva, vogliono convincerlo a vendere paventando un futuro fallimento.
Anton è un idealista, un uomo vecchio stampo, e resiste anche dopo aver chiesto il parere a Paul, il padre che, inaspettatamente, se ne sta a Baden Baden in short e camicia a fiori, del tutto votato alla causa di Hermann, il musicista sperimentale, di cui finanzierà il primo concerto.
E’ questo uno dei tanti ponti temporali della saga, che procede con l’andamento non sempre lineare tipico della memoria e crea rimandi fra momenti diversi del racconto.
Quello che Hermann è ora qui è il risultato di dieci anni di vita e apprendistato a Monaco, ed è quello che Reitz racconterà in HEIMAT 2.
Paul ha aiutato la carriera di Hermann con l’entusiasmo dell’uomo che un giorno partì in cerca di un sogno. Trovò l’America e diventò un uomo d’affari.
Hermann è partito anche lui, come Paul, e c’è la musica nella sua storia.
I due sembrano il vero padre e il vero figlio l’uno per l’altro, Anton fra loro è un corpo estraneo, Paul gli dice di vendere, di fare come lui che ha venduto alla IBM la Detroit Electric, i soldi è meglio spenderli che accumularli.
E’ una sequenza imbarazzante, si scontrano concezioni di vita troppo distanti tra loro e l’indifferenza di Hermann e Paul al problema di Anton è grande, parlano lingue molto diverse.
Paul non ha mai sentito Anton ed Ernst come figli, e sulla vita di Hermann adolescente, ai tempi dell’amore per Clärchen, l’intervento di Anton era stato molto pesante.
Dunque Anton sente che da loro non avrà ascolto e deve far da sé, come ha sempre fatto.
Torna al paese fermamente deciso a non cedere alle lusinghe di logiche mercantili e affaristiche che snaturerebbero quel lavoro che ha costruito come un sogno, e di cui va fiero.
Comunicherà allora ai dipendenti, raccolti sul prato di fronte alla fabbrica, che il lavoro continuerà, un sano spirito pionieristico unito ad una caparbia determinazione farà della sua impresa un piccolo impero, ancora per qualche decennio, solo in HEIMAT 3 dovrà capire che i tempi sono davvero cambiati, e non in meglio.
Anche Ernst sembra aver trovato la sua strada, ristruttura vecchie case, introduce materiali nuovi, l’alluminio ora trionfa e le vecchie facciate, i vecchi mobili, vanno rimodernati, eliminati, inscatolati in immensi depositi da rigattiere che ostinatamente raccoglie senza aver l’aria di saper bene che farsene.
Sembrano mancare in Ernst, ora che è ancora giovane, sia il culto della tradizione e l’attaccamento ai valori famigliari del fratello, sia la capacità di inventarsi il nuovo senza necessariamente distruggere il passato. In realtà c’è in lui un mondo nascosto sotto strati di silenzio che Reitz riuscirà a captare, e il segno è nei suoi momenti di stravagante romanticismo, come quando lanciò i garofani rossi sul matrimonio di Martha e Anton dal suo aereo o quando aiuta Hermann nel recapitare lettere clandestine a Clärchen.
E’ una delle figure più tristi di tutta la grande famiglia di HEIMAT, incapace di uscire dal quell’ involucro di solitudine che nell’età avanzata diventerà un peso senza speranza.
La sua tragica fine in HEIMAT 3 è, in fondo, una cronaca annunciata.
La famiglia Simon, alla fine degli anni ’60, non è più da un pezzo quella di una volta, e Maria, vicina alla soglia dei settanta, è sempre più sola.
“Il nostro secolo vivente” dice di lei Glasich, “Maria è il nostro calendario”, e Maria siede sola al tavolo della cucina che una volta era sempre affollata.
Non vede Hermann se non di sfuggita, anche la sua musica le è diventata estranea, non capisce le nuove sonorità, le ricerche in cui il figlio va esprimendo il suo nuovo concetto di Heimat come approdo della mente e costruzione in divenire di nuovi progetti di vita e di arte.
“Non avrei mai immaginato che il mio ragazzo si sarebbe così allontanato da me. Se tu sapessi, Anton, quanto mi sento sola….”
Hermann, personaggio complesso e problematico, che sta per dominare definitivamente la scena a partire dal prossimo sviluppo della saga, è figura chiave per capire il senso che Reitz ha dato alla sua opera.
Appartenere ad una patria è possibile a patto che di questa non si faccia un feticcio e non diventi oggetto di operazioni nostalgiche e ricostruzioni oleografiche.
Gli Heimatfilm, retoriche ricostruzioni negli anni ’50 di miti rurali di vita felice, falsi tanto quanto quelli prodotti dal nazismo per celebrare le radici etniche della Germania, sono il punto da cui segnare la massima distanza.
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