L’elaborazione viennese ha dunque avuto una parte di fondamentale importanza nel quadro più ampio dell’antisemitismo europeo. 
A Vienna era vissuto Hitler, gonfio di frustrazione e risentimento, nel periodo giovanile. Relegato ai margini della società, vivendo da miserabile una vita di espedienti, in un capitolo della sua autobiografia intitolata Anni di studio e di dolore a Vienna, aveva descritto qual era la Vienna del potere e dei ceti emarginati che risaltava ai suoi occhi: [5]
“Vienna, la città che a molti sembra l’ideale della gioia innocente, la residenza di gente felice, rappresenta per me il ricordo vivente del tempo più triste della mia vita. Ancora oggi questa città risveglia in me soltanto grigi pensieri. Il suo nome solo evoca, per me, cinque anni di miseria e di desolazione […]. In quel tempo si formò in me una visione del mondo e della vita, che è diventata il fondamento granitico della mia attività odierna. Nè mi toccò di aggiungere poi gran cosa a quello che avevo accumulato allora; né mai dovetti mutarne anche una briciola.
Già alla svolta del secolo Vienna apparteneva ad una categoria di città socialmente sfavorevole. Ricchezza abbagliante e ripugnante povertà si davano il cambio quasi brutalmente. Nel centro e nei quartieri interni si sentiva battere il polso di un impero di 52 milioni di abitanti, col suo preoccupante incantesimo di Stato sopranazionale. La Corte, col suo fasto rutilante agiva come una calamita sulla ricchezza e sull’intelligenza del resto. A questo va aggiunta la forte centralizzazione della Monarchia asburgica. In questo soltanto stava l’unica possibilità di dare una forma definita a quel coacervo di popoli. Ne conseguiva una straordinaria concentrazione di alte e altissime autorità nella capitale.
Ma Vienna non era soltanto la centrale politica e spirituale della vecchia monarchia danubiana, ma anche la capitale economica.
Di fronte alla massa di ufficiali superiori, di impiegati di Stato, di artisti e di scienziati, si ergeva una massa ancora più grande di operai; di contro alla ricchezza dell’aristocrazia e del commercio, una spaventosa miseria. Davanti ai palazzi del Ring sfilavano migliaia di disoccupati, e sotto a questa via trionfale della vecchia Austria si accovacciavano nella penombra e nel fango delle fogne i senza tetto. Non c’era città tedesca più adatta per studiarvi il problema sociale. […] La miseria delle abitazioni dei manovali viennesi era assolutamente orrenda. Ancora oggi provo ribrezzo quando penso a quelle sconce caverne, ai dormitori, alle case popolari, a quel quadro bieco di miseria, di vizio e di sporcizia”.
Le parole di Hitler sono una testimonianza preziosa per capire quanto sia stato determinante l’apporto viennese alla elaborazione delle dottrine nazionalsocialiste.
Sarà la necessità di dare una valutazione del problema sociale e cercare soluzioni a spingerlo verso le aberranti formulazioni del Mein Kampf, culminanti nella teorizzazione del razzismo antisemita su basi biologiche.
Questo provinciale inurbato proveniente da Linz, piccola cittadina della provincia austriaca, che si aggirava torvo e smarrito tra i caffè eleganti e i famosi teatri di Vienna, ebbe dunque bisogno proprio di un apprendistato viennese per elaborare la sua ideologia razzista.
Così infatti racconta nell’autobiografia:[6]
“A Linz c’erano pochi ebrei. Nel corso dei secoli il loro aspetto si era europeizzato, si era fatto umano; li consideravo perfino come dei tedeschi. L’ingenuità di una simile opinione non mi appariva chiara, dacchè fino allora io non vedevo la loro diversità che appunto nella loro diversa confessione. E che essi fossero stati perseguitati a cagione di questa, come io credevo, faceva sì che provassi fastidio di fronte a espressioni offensive nei loro riguardi.
Non sapevo nulla di un programmatico movimento antisemita.
Fu così che venni a Vienna.
[…] Per quanto Vienna contasse in quegli anni quasi 200.000 ebrei su due milioni di abitanti, io non li vidi affatto. Il mio occhio e il mio cervello non erano in quel tempo capaci di dare ordine all’afflusso di nuovi valori e di idee che si erano impadroniti di me, nelle prime settimane. Solo quando si rifece in me una certa calma, e quel quadro caotico cominciò a chiarirmisi davanti, riuscii a cogliere più profondamente gli aspetti del nuovo mondo e incappai così nel problema giudaico. Non posso certo affermare che il mondo secondo il quale imparai a conoscerli me li facesse apparire molto simpatici. Ma vedevo nell’ebreo soltanto la religione e, sulla base del principio di tolleranza, continuai a non ammettere la possibilità di una lotta religiosa, neanche in questo caso.
Perciò il tono della stampa antisemita di Vienna mi pareva indegno della cultura di un grande popolo.
Pesava su di me il ricordo di certe situazioni del Medio Evo, che non avrei voluto si rinnovassero al dì d’oggi. E dacché i giornali antisemiti non contavano tra i migliori – e il perché di questa mediocrità mi sfuggiva ancora – così io vedevo in loro il prodotto di un’invidia miserabile piuttosto che il risultato di un concetto rigoroso, seppur errato.
[…]La mia pratica esperienza delle strade di Vienna mi rese servizi indicibili. Era venuto il momento in cui io non mi aggiravo più come un cieco nella grande città, ma guardavo con occhi aperti non soltanto i palazzi, ma anche gli uomini.
E una volta che mi aggiravo nelle vie del centro, capitai improvvisamente su un personaggio dal lungo kaftan e dai riccioli neri.
Anche costui un ebreo? Fu il mio primo pensiero. Certo, gli ebrei di Linz non gli rassomigliavano punto. Io osservai quell’uomo in modo furtivo e attento, ma quanto più lungamente fissavo quel viso straniero esaminandolo tratto per tratto, tanto più si trasformava nel mio cervello la prima domanda in una seconda: è costui anche un tedesco?”
La risposta a questa domanda l’ha data la Shoah di sei milioni di ebrei.
Note
[5] A. Hitler, Mein Leben (La mia vita), Monfalcone, Sentinella d’Italia, s.d., pp.25-26, 30,35 ( in M. Freschi, cit.)
[6] A. Hitler , cit., pp. 62-63
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