Nel 1965 viene pubblicata a Monaco una seconda dichiarazione programmatica del Manifesto di Oberhause. Istituito il Kuratorium Junger Deutscher Film e con il successo dei film di Kluge e Schlöndorff (I turbamenti del giovane Törless di Schlöndorff e La ragazza senza storia di Kluge) sembra che i problemi nati nel ’62, all’epoca del primo Manifesto, possano esser superati.
Una nuova generazione di registi si sta facendo strada, Fassbinder, Herzog, Schroeter e Wenders, per iniziativa di quest’ultimo nel 1971 nasce la Filmverlag der Autoren, una casa di produzione e noleggio che garantisce al cinema prodotto in Germania presenza e visibilità nei festival internazionali.
Reitz è molto attivo in questa fase e lo dimostra. la sua multivisione, sulle orme della polivisione di Abel Gance, centoventi “anelli” cinematografici (Varia Vision), per la quale Kluge scrive i testi,
Questa esperienza approderà in Heimat 2 (cap.11, L’epoca del silenzio) nella figura di Rob, ideatore di un rivoluzionario sistema di ripresa cinematografica, la Varia Vision, esperienza di cinema totalizzante, “perpetuum mobile” che negli anni ’60 preparò con i primi pionieri la strada al dolby surround e al 3D.
L’intento principale di Reitz in questi anni è apprendere l’uso migliore della macchina da presa, esplorare tutte le possibilità del mezzo cinematografico prima di passare all’impegno del lungometraggio.
Il corto è perciò lo strumento più idoneo, la storia del cinema è iniziata da lì, è il regno della sperimentazione e della libertà, e come il racconto sta al romanzo così il corto sta al lungometraggio.
Ma non è solo la “misura” a definire il corto, alla sua forza espressiva e carica innovativa collaborano tanti elementi che vanno molto oltre l’idea che sia solo un saggio di abilità tecnica, uno step preparatorio al salto nel grande cinema.
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Cotone
Germania 1959 durata 40’
Regia di Edgar Reitz

Mezzora di visione, un tema arido (a meno che non si parli delle piantagioni di cotone in America e dei neri ridotti in schiavitù), eppure reso coinvolgente da un magistrale supporto visivo e dal ritmo ben sostenuto della visione.
La voce esterna di Reitz nella prima parte parla di quel soffice fiocco di neve che per gran parte della popolazione mondiale è una risorsa primaria, se un raccolto inaridisce finisce anche la vita di una comunità.
Il cotone, la sua fioritura, il raccolto, la commercializzazione, sono momenti di un vero e proprio racconto che si svolge in centri di raccolta sparsi intorno al globo e che qui sono il Perù e l’Egitto,
L’intento didascalico è preponderante, ma non suscita noia, è uno sguardo a tempi e modi perduti, sessanta anni sono tanti e di quel mondo è rimasto ben poco.
Ma la parte più interessante è la seconda, con l’analisi minuziosa di tutte le famiglie di insetti che possono danneggiare il raccolto.
Miriadi di specie riprese con la cura e la sapienza dell’entomologo scorrono in una classificazione che costringe a riflettere sulle leggi inesorabili della natura.
La mano dell’uomo ha saputo come intervenire, chimica e alta tecnologia hanno insegnato a prevenire tanti danni, ma la domanda finale a cui la visione costringe, è: oggi a che punto siamo?
Quello che negli anni sessanta non costituiva preoccupazione, oggi spesso si è rivoltato contro sé stesso.
Di quel meraviglioso fiocco bianco che la natura ci ha regalato siamo ancora degni?
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Yucatan
Germania 1960 durata 11′
Regia di Edgar Reitz
Premiato al Festival di Rouen nel 1960, Yucatan è dedicato alle rovine Maya.
Torna il tema dei resti monumentali, qualche anno prima Reitz aveva filmato le rovine di Monaco attraversata dalla guerra.
Negli anni ’50 – dice il regista – erano ancora visibili dappertutto i segni che la guerra aveva lasciato. Monaco era ancora mezza distrutta e noi ci arrampicavamo in mezzo alle macerie. Quello che ci attraeva maggiormente era l’anti-architettura che si era creata. Eravamo ispirati dalla maestosa bellezza delle rovine. Un giorno arrivò a Monaco Jean Cocteau e disse “Su queste macerie si dovrebbe girare un film”
Ora il tema è declinato in chiave archeologica,
Fra Messico meridionale, provincia del Chapas, e Guatemala, nella penisola dello Yucatan, imponenti edifici in pietra bianca destinati alla corte del re e alle funzioni religiose, alte torri visibili da grande distanza, posti di osservazione per calcoli astronomici ancora oggi di stupefacente esattezza, spuntano nella vegetazione tropicale fra l’intrico di felci, liane e masse di chiome arboree, Edifici corrosi dal tempo, rovine di un antico regno di cui si vanno scoprendo da anni tracce che, non svelando il mistero che le avvolge, ne accresce la suggestione, passano davanti ai nostri occhi e la carica ipnotica è grande.
Reitz è in Sud America per girare documentari scientifici commissionati dalla Bayer, ma l’attrazione per i Maya è magnetica e un intervallo di lavoro lo vede lì, il suo occhio cinematografico spalancato sul regno del silenzio millenario, dove gli unici rumori sono il canto degli uccelli e lo stormire delle fronde.
Le sonorità ancestrali create da Riedl lo seguono, creano suspence, timore reverenziale, quel timor panico ben noto agli antichi.
“Da quelle oscurità un Nume parla”.
La voce esterna racconta di un mondo che dalla luce sprofondò nel buio in pochissimo tempo, un mistero inspiegabile si addensò sulla sua storia millenaria e resti diroccati di rara imponenza rimasero muti testimoni di glorie passate.
Non c’è nulla su questo pianeta che possa eguagliare l’attrazione e lo smarrimento che si provano davanti alle rovine silenziose di una grande civiltà.
Come è stato possibile un tracollo così rapido per i Maya, splendida civiltà ammantata di mistero? Catastrofi naturali, epidemie, guerre, colonizzazioni hanno descritto la fine di tanti popoli.
I Maya no, sparirono compatti al culmine della loro civiltà nel folto della foresta vergine e non ne rimase più traccia, solo antiche pietre che parlano di architetture avveniristiche e conoscenze astronomiche che ancora oggi ci indicano la strada nel buio della notte.
Carestia, anarchia, angoscia metafisica: le ipotesi degli scienziati e degli archeologi sono tante, le risposte a zero.
Leggi cosmiche regolavano la vita dei Maya, un calendario più esatto di tutti quelli oggi noti scandiva i loro ritmi di vita e di lavoro, un immaginario religioso di severità matematica dava ordine alla vita delle trecento città.
Sei secoli di grande fioritura e, all’improvviso, la scomparsa, precipitosa, inspiegabile.
La penisola dello Yucatan si può definire il ”cimitero delle città”, dice Reitz, sorvolando distese di vegetazione che il bianco e nero svuota di linfa vitale.
La morte è scesa come un panno bianco su quelle ardite scalinate che vanno verso il cielo e si fermano senza arrivare alla cima, ha avvolto in un pietoso sudario le pareti scandite da aperture di geometrica creatività, siamo dalle parti del più visionario Gaudi; i rilievi, le decorazioni, le maschere apotropaiche ci ricordano le terrecotte e gli acroteri dei templi etruschi di cui poco resta, gelosamente custodito nei Musei.
A volte sembra di essere in una delle capitali del deserto asiatico o nelle piazze di città del Magreb, una strana vicinanza ha legato l’immaginario visivo di civiltà lontane tra loro in passato.
Qui la pietra non si sgretola facilmente, è dura, massiccia, s’incardina caparbia al suolo, lotta con le piante, scosta da sé rami e foglie e afferma la sua esistenza.
L’uomo non c’è più, ha creato un mondo e l’ha lasciato al tempo che non “spazza fin le rovine”, per una volta non diamo ragione al Poeta, le rovine restano, chi le “spazza”, se mai, è la memoria dei popoli, tenue, miope, sonnolenta.
L’anno zero dei Maya correva 3400 prima del nostro, dice negli ultimi minuti Reitz indicando date e numeri.
Per undici, brevissimi minuti, abbiamo visto scorrere secoli.
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