1963 Clarissa
E’ il capitolo di Clarissa Lichtblau, le storie degli altri fanno solo da corollario, Helga con Stefan in una baita per celebrare un disamore che pesa più della solitudine; Juan e Renate nella minuscola stanzetta di lei, entrambi incapaci di fare qualcosa di costruttivo, perfino fare sesso sarà impossibile; Volker nella grande casa paterna di Jean Marie a Strasburgo, vuota di affetti, ma meglio che star soli a Natale.
E’ di nuovo quasi Natale, tardo pomeriggio, lampioni accesi, folate di aria gelida.
L’Alte Pinakothek di Monaco, severa prospettiva secentesca di mattoni grigi e scalinate piene di ombre, s’illumina nelle sue magnifiche sale al passaggio di Clarissa con il violoncello.
Il maestro di musica le diceva sempre: “Se sei triste e ti disperi vai a fare un giro nella pinacoteca, i vecchi maestri ti ricaricheranno”
Clarissa ha un cappottone scuro informe, è spaventata, il medico di Rosheneim l’ha fatta abortire undici giorni prima in un orrido scantinato, ha i polsi fasciati per una tendinite procurata da esercizi continui al violoncello, le opulente maternità rinascimentali che la circondano fanno crescere angoscia e solitudine.
“Cosa cerchi nella solitudine del tuo strumento?… C’erano momenti in cui lottavo con il mio violoncello come fosse un nemico. Il mio violoncello per me era un uomo con una voce profonda attraverso la quale cercavo di esprimermi … ma il mio sguardo era rivolto solo dentro me stessa”.
All’Amerikahouse Hermann dirige il suo concerto “per violoncello assente”. Era il pezzo scritto per Clarissa, in platea ci sono tutti gli amici, c’è anche Schnüssen, con lei si aprirà un capitolo nuovo per Hermann, avvolto dalla dolcezza di questa donna semplice, venuta dall’Hunsrück, che sa di infanzia passata insieme, di boschi e prati della stessa terra.
L’inquietudine di Clarissa è la stessa di Hermann, il loro destino è amarsi e sfuggirsi, Schnüssen è il rifugio in un corpo caldo e in un linguaggio semplice, ma per Hermann è la resa.
In un altro punto della città, nella solita pensione, Clarissa sta rischiando la vita per setticemia da abortus criminalis settico, questa è la diagnosi dell’ospedale dove Volker la porta in extremis e da cui lei fuggirà appena possibile, la notte di Natale, dopo aver detto basta una volta per tutte alla madre che l’ha chiamata “assassina”.
Non c’è nessuno in giro, le finestre delle case sono illuminate e Clarissa le guarda appoggiata alla spalletta del ponte.
Anche nella “tana della volpe” c’è una luce, Hermann è solo e gioca una partita a scacchi con sé stesso e il carbone è finito, fa freddo da morire.
Ritrovarsi così, in questo loro continuo fuggire l’uno dall’altro e aspettarsi … e non ci fossero le parole, solo gli sguardi basterebbero.
Ma Clarissa ed Hermann non sanno perché è così complicato essere felici. Il loro amore è come una malattia che li costringe a scappare, sarà forse pazzia, come per la Clarisse di Musil, che lei leggeva in ospedale?
“In certi giorni posso benissimo scivolar fuori di me stessa. E allora, come dire? Si sta sbucciati in mezzo alle cose, le quali hanno perduto anch’esse la loro sudicia scorza. Oppure si è uniti dall’aria a tutte le cose che esistono, come fratelli siamesi. È una condizione veramente meravigliosa; tutto diventa musica, ritmo, calore, e io allora non sono la cittadina Clarisse, come dice la scheda anagrafica, sono invece una scheggia luminosa penetrata da una immane felicità. Ma lo sai anche tu! Perché questo volevi dire quando affermasti che la realtà ha in sé una condizione impossibile e che non si possono dirigere le proprie esperienze verso sé stessi né considerarle personali e reali, ma bisogna volgerle verso l’esterno, come cantate o dipinte, e così via!”. (R.Musil, Der Mann ohne Eigenschaften)
Sono due lupi, Hermann suona la chitarra, Clarissa canta:
“C’era un lupo coricato accanto a un altro. Non si morsicavano, non litigavano, non si amavano e non si appartenevano ed erano affettuosi tra loro, i lupi”.
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