I Vitelloni di Federico Fellini

a cura di Gabriele Civello

CHI SONO I VITELLONI?

Perennemente in attesa di un evento, una riuscita, una sistemazione che imprima una svolta ad esistenze sospese fra l’ozio e il tedio, i Vitelloni oggi si direbbero Bamboccioni, ma le differenze sono tante.

Fellini mette a fuoco la noia di vivere di una gioventù scialba e priva di tensioni ideali, schiacciata fra una terribile guerra mondiale, vicinissima ma anche lontana, e la non ancora consumata rivoluzione culturale degli anni ’60; una generazione ibrida, quella di cinque post-adolescenti cresciutelli, tutti sulla trentina o giù di lì, che vivono dentro la bolla di sapone di una provincia frivola e balneare, facilmente riconoscibili nella Rimini della sua adolescenza.

 “Per un giovane uomo a Rimini la vita era inerte, provinciale , opaca, sorda, senza stimoli culturali di alcun tipo. Ogni notte era la stessa notte.”
Alberto (Alberto Sordi) vive da parassita/sanguisuga alle spalle della mamma e della sorella Olga (Claude Farell).

È sempre squattrinato, un incorreggibile scroccone e un vero mammone all’italiana. Se la sorella si apparta con un poco di buono, Albertone si oppone con puerile gelosia, ma solo “per non far piangere mammà!”.

Grande scansafatiche e irrispettoso verso i lavoratori, è il protagonista della sublime scena della pernacchia agli operai, con tanto di “gesto dell’ombrello”, a bordo di una macchina in corsa. Ma l’auto vada in panne e i lavoratori arrivano in corsa a riempire di botte Alberto e gli amici.

Leopoldo (Leopoldo Trieste, Ivan ne Lo sceicco bianco) è l’intellettuale del gruppo e vive costantemente fra le sue nuvole letterarie.

Rincorre spumosi sogni di commediografo che un grottesco commendatore-capocomico, Sergio Natali (Achille Majeroni) forse potrà tradurre in realtà sostenendolo nell’improbabile carriera.

Chi non ama l’arte, non ama la vita”, gli dice il commendatore, infiammando con poche parole i suoi entusiasmi, e Leopoldo condivide perfettamente questa visione del mondo dalle nuvole del suo pensiero annebbiato.

Leo è un incompreso: nessuno legge le sue opere nè le mette in scena in una pigra provincia d’Italia ben poco interessata alla cultura; i suoi amici pensano solo ai soldi e alle donne, mentre lui sta volentieri al mare col commendatore, anche solo per annusare il vento. Ma ben presto si accorgerà con grande disappunto che al commendatore non interessa il vento.

Fausto Moretti (Franco Fabrizi) è considerato “capo e guida spirituale” dai Vitelloni.Tra gli amici della compagnia è lui quello più disinvolto e spaccone: con una faccia di bronzo da gran viveur, recita perfettamente la parte del donnaiolo e marpione all’italiana. Le sue massime aspirazioni sono i viaggi, i soldi facili e stare in mezzo aldonne. Ma anche a lui, dopo le cinghiate del padre, non mancherà l’occasione per una qualche redenzione.

Dopo aver messo incinta la giovane Sandra Rubini (Eleonora Ruffo), novella “Miss Sirena 1953”, dapprima fugge dalle proprie responsabilità poi la sposa doverosamente ma tradendola però in lungo e in largo; infine tornerà all’ovile e scoprirà le cose importanti della vita.

Moraldo (Franco Interlenghi) fratello di Sandra, è il più giovane della compagnia. Sognatore e idealista è il più timido, riflessivo e taciturno, ama girare di notte per strade deserte e meditare su ciò che gli accade intorno e sul futuro.

Fra i personaggi del film è quello che più soffre la condizione di “vitellone”, perché, in fin dei conti, ha una coscienza pulita e limpida: crede ancora nei valori tradizionali e non si rassegna all’idea di marcire nel brodo dei suoi amici. Davanti alle plateali scappatelle di Fausto, la solidarietà di Moraldo alla sorella cornificata prevale di gran lunga sulla proverbiale “solidarietà maschile”.

C’è infine Riccardo, Riccardo Fellini, fratello minore di Federico (hanno lo stesso sorriso sornione e una certa stazza da gigante buono): nella vita fa il tenore e ovviamente vive ancora con papà e mammà.

Le inutili giornate dei Vitelloni scorrono noiosamente tra un bar e l’altro, una certa fame atavica li assale anche nei momenti più inopportuni, e tutto è infarcito da burle e gag di strada.

Sono perennemente sfaccendati e disoccupati a tempo pieno, di una disoccupazione che gli economisti non tarderebbero a definire “volontaria”, soprattutto quando si perde un bel posto di lavoro molestando la moglie del capo (v.Fausto). L’impegno più importante e condiviso dei bamboccioni riminesi è questo: Riccardo si fa crescere i baffi come Fausto, Alberto le basette; poi, mentre Fausto i baffi se li taglia, Leopoldo si fa crescere il pizzo. Così potranno meglio bighellonare fra le vie della città, mettere in mostra il nuovo look e spaventare di notte le malcapitate sulla loro strada. A carnevale si vestono da bambini e Albertone da donna, ballano tutta la notte fino allo sfinimento. All’alba Alberto è ancora ubriaco e va a zonzo per la città come un clown triste senza dignità.

Insomma, i Vitelloni stanno volentieri nel tiepido del loro brodo, senza fare il minimo sforzo per riscattarsi da questa triste condizione di “pocodibuono”; parlano tanto di viaggi, avventure, missioni all’estero, ma è solo un vuoto blaterare, senza mai alzare un dito per cambiare la situazione.

L’unico dei cinque che non accetta questa deriva è il giovane Moraldo che se ne va, non sa dove, non sa per cosa, ma se ne va. Prende un fumoso treno a vapore, salutato dal giovanissimo Guido, fattorino alla stazione (Guido Martufi), e scompare all’orizzonte in cerca di una vita migliore, degna di essere vissuta.

Dietro la patina scanzonata, leggera e grottesca della rappresentazione di una gioventù disoccupata e senza più ideali nell’Italia post-bellica, I Vitelloni sono una critica feroce a vizi umani come l’accidia, la superficialità, la mancanza di rispetto per gli altri e per le cose buone della vita.

È il modo felliniano di criticare i mali della società, un’ironia e un sorriso tutti romagnoli, quel sorriso che consente di sferrare veri e propri “pugni nello stomaco”, senza però assumere mai il gusto e nemmeno il retrogusto di moralista o censore.

Fellini osservava i lati oscuri dell’uomo con uno spirito tipicamente terenziano, mai tirandosi fuori da quell’umanità da cui nessuno può dichiararsi alieno. Il tutto culminerà nella grande “commedia drammatica” del 1960, La dolce vita, cerniera fra il periodo “realistico” e il periodo “fantastico” del regista, film che riuscirà a condensare in piccole, fulminanti miniature post-moderne, i grandi vizi di un popolo opulento alla deriva.

La musica di Nino Rota dà corpo ai variopinti caratteri e alle ambientazioni del film: dai contesti scanzonati e ironici, con le tipiche marcette circensi e sghembe, agli scenari più tristi e malinconici, in cui lo smarrimento dei personaggi, soli e pensosi, viene accompagnato da musiche dallo spirito più cupo e drammatico. Uno stile inconfondibile di grande forza evocativa che dà a tutti i film della sua collaborazione con Fellini il suono che non si dimentica.

I Vitelloni

Francia Italia 1953 durata 115’

regia di Federico Fellini

soggetto di Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, Federico Fellini

musica di Nino Rota

con Franco Interlenghi, Alberto Sordi, Franco Fabrizi, Leopoldo Trieste, Carlo Romano Claude Farell Eleonora Ruffo Achille Majeroni Guido Martufi

 

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