Il concetto di “massa”: CANETTI e FREUD

Per intendere il significato che il concetto di massa assume in Canetti bisogna anche soffermarsi sul singolare atteggiamento di diffidenza da lui più volte manifestato nei confronti della psicanalisi e del suo padre fondatore, Sigmund Freud.

Della cultura viennese fra ottocento e novecento Freud era la personalità più rappresentativa e importante.

La testimonianza di Canetti è una conferma di quanto ciò fosse vero, ma anche di quanto, già negli anni Venti, il “fenomeno Freud” avesse perso la carica dirompente iniziale in quella volgarizzazione che le mode, soprattutto linguistiche, spesso compiono a spese di teorie scientifiche[1]:

Non c’era quasi conversazione nella quale non venisse fuori il nome di Freud, un nome non meno compatto di quello di Karl Kraus, con quel cupo dittongo e la “d” finale, ma certo più attraente quanto a significato.[2] Erano allora in circolazione tutta una serie di nomi monosillabici, che sarebbero bastati per le esigenze più diverse, ma Freud era un caso particolare: alcune parole da lui create erano già entrate nell’uso comune. Dai personaggi più autorevoli del mondo universitario era ancora sdegnosamente ignorato”.

 Le teorie freudiane ridotte a conversazioni da salotto sono un segno di quell’imbarbarimento ed omologazione culturale contro cui si scagliava instancabile e polemico Karl Kraus.

Canetti preferisce l’ironia:

“[…] Sui complessi di Edipo [3] tutti si accapigliavano,ognuno voleva il suo, oppure venivano usati per scagliarsi contro i presenti. Ogni volta che partecipavi ad una riunione mondana potevi metterti l’animo in pace: o il tuo complesso di Edipo lo menzionavi da te, oppure trovavi qualcun altro che, dopo averti lanciato un’occhiata impietosa e penetrante, t’inchiodava al tuo Edipo. In un modo o nell’altro a ciascuno (anche ai figli postumi) toccava il suo Edipo, e alla fine si ritrovavano tutti ugualmente colpevoli, potenzialmente erano tutti amanti della propria madre e assassini del proprio padre, ciascuno, nell’alone mitico di quel nome, diventava un re di Tebe in incognito.

Io avevo i miei dubbi sull’intera faccenda, forse perché, sin da bambino, avevo conosciuto una forma di gelosia omicida e mi rendevo ben conto che le sue motivazioni erano affatto diverse. Ma anche se uno degli innumerevoli sostenitori di quella teoria freudiana fosse riuscito a persuadermi che essa era universalmente valida, mai e poi mai avrei accettato di chiamarla con quel nome. Sapevo chi era Edipo, avevo letto Sofocle, nessuno mi poteva defraudare dell’inaudita mostruosità di quel destino. Quando arrivai a Vienna, quel destino era stato ridotto ad una tiritera che tutti ripetevano, tutti, nessuno escluso, nemmeno il più altero spregiatore della plebe si sentiva superiore all”Edipo” freudiano”

La profonda conoscenza del mondo classico, e in particolar modo della sapienza greca, maturata in lunghi anni di studio, lo rendono immune da fraintendimenti e letture improprie.[4]

Il suo approccio al mito e alla storia greca è descritto nella prima parte dell’autobiografia come esperienza di conoscenza del mondo e appropriazione di concetti fondamentali per la comprensione dell’uomo. [5]

Nelle favole di quella cultura, come in quelle di tutte le altre da lui esplorate, Canetti aveva letto la vera storia dell’umanità, non la sua proiezione simbolica.

A questo proposito è illuminante un breve passo ne La lingua salvata[6], in cui ricorda che nella sua infanzia “…accadde una cosa solenne ed eccitante che determinò tutta la mia successiva esistenza”. [7]

Si tratta del regalo delle “Mille e una notte” fattogli dal padre (da pochi mesi aveva iniziato a frequentare le scuole).

A questo libro seguiranno tanti altri di cui discute col padre, ogni sera, “…eccitandomi a tal segno che lui doveva calmarmi. Non mi disse mai però, come usano fare gli adulti, che le fiabe non sono vere; e di questo gli sono particolarmente grato, forse le considero vere ancora oggi”.

Inizierà da allora per lui quel viaggio meraviglioso nel mondo dei libri, viaggio non s’interromperà per un solo giorno e che lo porterà a “… percorrere la strada verso il vero libro: il singolo uomo raggomitolato in sé stesso” [8].

FREUD e il concetto di massa

La critica di Canetti a Freud muove soprattutto dalle formulazioni che della psicologia della massa lo scienziato aveva dato nel trattato Psicologia delle masse e analisi dell’Io.

Sulla sua netta contrapposizione rispetto alle posizioni freudiane afferma nell’ autobiografia:[9]

quel libro che mi ripugnava sin dalla prima parola e che ancora oggi, dopo cinquantacinque anni, mi ripugna allo stesso modo: è il libro di Freud intitolato Psicologia delle masse e analisi dell’Io. Vi trovai all’inizio, come spesso in Freud, delle citazioni di autori che si erano occupati dell’argomento […] Quasi tutti gli autori si erano chiusi alla massa. La sentivano estranea o sembravano temerla e, quand’anche si accingevano a studiarla, questo era il loro atteggiamento: “Stammi alla larga, non mi toccare!” Sembrava che vedessero nella massa quasi una lebbra, una specie di malattia della quale bisognava individuare e descrivere i sintomi. Per loro era decisivo confrontarsi con la massa conservando la mente lucida, senza lasciarsi sedurre, senza smarrirsi.[…]

Freud aveva subìto l’impressione repulsiva di un altro tipo di massa: da uomo maturo, di sessant’anni o quasi, aveva vissuto a Vienna l’entusiasmo per la guerra. Che opponesse resistenza a quel tipo di massa, che anch’io avevo conosciuto fin da bambino, era più che comprensibile. Ma Freud non disponeva di alcuno strumento adatto per la sua impresa. Per tutta la vita si era occupato di processi che si svolgono nell’individuo, nel singolo essere umano. Come medico, vedeva continuamente lo stesso paziente, per la durata di un lungo trattamento. La sua vita trascorreva fra i suoi pazienti e la scrivania. Alla vita militare aveva preso parte tanto poco quanto a quella della Chiesa: due fenomeni, esercito e Chiesa, che sfuggivano ai concetti da lui creati e usati fino a quel momento. Troppo serio e coscienzioso per trascurare l’importanza di questi due fenomeni, Freud, in quella sua tardiva ricerca, aveva provato ad esaminarli più da vicino, sostituendo però l’esperienza diretta che gli mancava con le descrizioni di Le Bon[10], le quali si basavano su manifestazioni completamente diverse del fenomeno “massa”.

Ciò che aveva messo insieme in questa maniera risultava insoddisfacente e incongruo anche per un lettore inesperto di vent’anni.

E’ vero che mancavo di qualsiasi esperienza teorica, ma nella pratica conoscevo la massa dall’interno. A Francoforte mi ero lasciato per la prima volta travolgere volentieri dalla massa. Proprio questo mi aveva stupito. Vedevo la massa intorno a me, ma la vedevo anche dentro di me, e una spiegazione che servisse a prender da essa le distanze mi era di scarsissimo aiuto. Nella trattazione di Freud mi mancava soprattutto il riconoscimento del fenomeno, che mi sembrava per sua natura non meno elementare della libido o della fame. Il problema non era sbarazzarsene, riconducendolo a particolari costellazioni della libido. Si trattava piuttosto di coglierlo nella sua pienezza, come una realtà sempre esistita ma ora più che mai presente; una realtà da esplorare alle radici ma innanzitutto da sperimentare prima di descriverla: descriverla senza averla vissuta era un modo di imbrogliare i lettori.

Non avevo ancora scoperto nulla, mi ero solo proposto un compito, ecco tutto. Ma dietro quel proposito c’era già la volontà di dedicarci una vita intera.

[…] Dal netto distacco da Freud presi le mosse per lavorare a un libro che avrei pubblicato soltanto trentacinque anni dopo, nel 1960”.

Unknown

Note

[1] E. Canetti, ibid., pp. 128-129

[2] Freude “gioia”; kraus “crespo”, “irto”

[3] Freud aveva pubblicato “Die Traumdeutung” (L’interpretazione dei sogni), opera in cui aveva parlato di Edipo, nel 1900.

[4] Una lettura storicamente e filologicamente corretta del mito di Edipo è stata compiuta da Jean Pierre Vernant con “Edipo senza complesso”, in “Raison présente”, 4, 1967, pp.3-20 e in Mito e Tragedia nell’antica Grecia, I, trad. M. Rettori, Einaudi, Torino, 1976, pp. 64-87. Alla fine del saggio lo studioso, con garbata ironia, propone agli psicanalisti “… di farsi maggiormente storici e di ricercare, attraverso le diverse chiavi dei sogni che si sono succedute in Occidente, le costanti e le trasformazioni eventuali della simbolica dei sogni”( cit., p. 87)

[5] E.Canetti, La lingua salvata , cit., p. 195 ss.

[6] E. Canetti, ibid.,pp.59-60

[7] E. Canetti,ibid, p.58

[8] E. Canetti, Il frutto del fuoco, cit., p. 263

[9] E. Canetti, ibid., pp.155-156

[10] Gustave Le Bon ( 1842-1931) psicologo francese, è considerato il fondatore della nozione di massa; egli aveva indicato nelle folle rivoluzionarie il più serio pericolo per la civiltà, per la perdita dell’individualità e la forte esposizione al prevalere di atteggiamenti primitivi e irresponsabili. Nel 1895 aveva scritto Psychologie des foules sull’onda dell’esperienza della Comune parigina.

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