Il gioco con la libertà (Das Spiel mit der Freiheit)

1962 Helga

Presentimento, nervosismo, e insofferenza definiscono Helga ed Hermann in questo inizio d’ estate del ’62 senza colore, gonfio di caldo, minaccioso come il cielo pesante sulle torri di Monaco.

“Ci sono dei giorni che ricordi perfettamente come se li avessi fotografati”.

Helga è la poetessa del gruppo, sguardo di cucciolo ferito si muove inquieta fra le strade della città parata a festa. “Faceva caldo da giorni, come in Italia”, gli stendardi si muovono al vento, “mi attirava l’odore della devozione e del peccato, e quello delle betulle sui marciapiedi”.

 Sfila la processione del Corpus Domini tra ali di suore e canti di preghiera.

Morivo di nostalgia, il desiderio mi procurava quasi un dolore fisico”.

Torna la parola amata da Juan, Sehnsucht, voce intraducibile del vocabolario delle grandi parole europee, dal mito di Himeros alla saudade di Pessoa, nostalgia profonda e desiderio inconsolabile che ogni popolo ha plasmato sul ritmo della propria storia.

“Io stessa ero come una betulla in attesa del temporale”, Helga è Sehnsucht, solitudine e desiderio, dipendenza da un desiderio privo del suo oggetto reale.

Hermann vede arrivare quel temporale dagli ampi finestroni affacciati sul parco della bella villa di Tommy, “un ragazzino schifosamente viziato”, figlio della buona borghesia tedesca a cui dà lezioni di pianoforte.

Helga ed Hermann sono gli unici rimasti nella “ tana della volpe ”, gli altri sono partiti in vacanza ed Elizabeth aspetta che tornino a riempire di voci quella casa troppo grande e vuota.

La sera del 22 giugno 1962, a Schwabing, le strade sono piene di gente, fra i tavoli dei bar i ragazzi suonano la chitarra, cantano, ridono.

Helga si muove fra amici che la chiamano, la fedele cartella con il poema che sta scrivendo sotto il braccio, e all’improvviso sirene in lontananza e poi macchine della polizia che sfrecciano, poliziotti a cavallo, folla di fotoreporter e curiosi sulla Leopoldstrasse.

Tre ragazzi suonavano rock & roll sul marciapiede, un vicino scandalizzato aveva chiamato la polizia che voleva portar via i ragazzi, la gente nei caffè si era indignata e uno aveva sgonfiato le gomme dell’auto della polizia dando inizio ai tafferugli”

E’ l’inizio della Schwabinger Krawalle, violenti scontri a Monaco fra studenti e polizia durati cinque giorni, molti i feriti e duecento gli arresti.

Hermann ed Helga arrivano da direzioni opposte, sono coinvolti nei tafferugli come altri passanti, tentano di ripararsi ma i poliziotti picchiano duro e alla cieca, e la preziosa chitarra di Hermann è “atomisierten!”, fatta a pezzi con accanimento brutale.

Quella sera Elisabeth Cerphal potrà offrire solo da bere e qualche cerotto ai due malcapitati, sussurrando con voce  atona: “La feccia è di nuovo al potere”.

Lo scontro con le istituzioni, tempesta in cui naufragarono molti sogni di quelle generazioni del dopoguerra, si sta preparando, ma ora è presto per capirne la portata, si è ancora impreparati, la rabbia di Hermann si sfoga sulla tastiera e poi  in una vacanza erotico-sentimentale a Dülmen, paese di Helga, dove si lascerà andare al gioco ingenuo e leggero delle tre amiche, Helga, Dorli e, soprattutto, Marianne (di lei, bruna e seduttiva, le amiche dicono che “sembra proprio la Carmen”) e a vaghi ricordi di un passato che torna come sensazione di un déja vu durante la notte con Marianne, undici anni più di lui, come Clärchen.

Per le amiche di una notte Hermann tornerà al repertorio classico con la Sonata n.17 op.31 n. 2 di Beethoven.

Per Helga tornare a Dülmen in vacanza è stato ritrovare realtà stranianti, la vecchia, orribile  nonna autoritaria e castrante, le amiche che non parlano più la sua stessa lingua e un mondo che farebbe saltare volentieri  con una bomba.

Helga ha 22 anni, è fragile come “una betulla in attesa del temporale”, e lascerà di nuovo quella casa per Monaco.

Helga – dice Reitz – non può accontentarsi di quello che ha, è una persona radicale e non le basta mai quello che fa; non conosce misura e va oltre il sopportabile. E’ a questo punto che prendo le distanze da lei: mi piace vedere e mostrare dove va a finire una persona che va più in là di me

Hermann più che partire è scappato dalla città, deve star lontano dai poliziotti furiosi con lui che ha osato denunciare la distruzione della sua chitarra.

La scena al posto di polizia, dove volano colpi sulla schiena e parole grosse come “nazisti”, e si scampa al peggio solo con la fuga, apre uno squarcio inquietante su scenari che di lì a poco diventeranno consueti nelle capitali d’Europa e d’America.

Non a caso Reitz cita qui Heinrich Böll, “il poeta, il pazzo, il predicatore Böll ”, e il suo impegno civile nella causa giovanile in quegli anni, la Trümmerliteratur, la “letteratura delle macerie“.

Al cinema di Dülmen danno Das Brot der frühen Jahre (Il pane degli anni verdi ) del ’61 di Herbert Vesely, tratto da un suo racconto

“Gli studenti si ribellano perché in essi si desta una nuova coscienza” (H. Böll, da Realtà della Germania)

E’ del ’63 la pubblicazione di Opinioni di un clown e del ’66 Termine di un viaggio di servizio e gli scenari, le parole, le riflessioni che suscitano ci riportano a qualcosa molto presente in questa lunga sequenza di HEIMAT.

L’estate di Hermann è anche il verde ritrovato della campagna, mai più vista dai tempi di Schabbach e il mare per la prima volta, nella villa di vacanza di Tommy e famiglia, dove resta a lungo a dar lezioni, così potrà ricomprare la chitarra.

Per la prima volta vedevo il mare. Oltre l’orizzonte m’immaginavo l’Inghilterra e là, dove il sole calava, l’America. Mai come ora avevo avuto la sensazione di essere alla ricerca di qualcosa che non sapevo definire. Ora capivo perché la gente abbandona il proprio paese, sopraffatta dalla nostalgia di terre lontane”.

E’ pausa, sospensione dell’attesa, uno stacco da Monaco, da Clarissa e da quel malessere che a volte lo assale, rischiando di sommergerlo.

Nel caos di queste esperienze estive stravaganti, è quasi surreale quella del viaggio in autostop da Monaco a Dülmen, con quell’assurdo ferito di guerra alla guida che perde conoscenza di tanto in tanto per pochi secondi per via della ferita alla testa presa sul fronte, ma che vola lo stesso imperturbabile a 160 all’ora sul suo fidatissimo Mercedes.

Non mi dispiace di essere tocco, – dice sghignazzando ad un Hermann che suda freddo e si afferra al sedile – così non ho i problemi di quelli che non possono dimenticare. Penso solo al futuro …”

Trascorre così, giocando con la libertà, questa estate qualsiasi degli anni sessanta.

Kennedy è ancora un mito, fra un anno verrà a Berlino e sarà sepolto da grida e applausi:

And, therefore, as a free man, I take pride in the words “Ich bin ein Berliner”, ma il muro resterà in piedi ancora per 26 anni.

In Vietnam cominceranno a morire in molti e ben altre chitarre saranno “atomisierten!”, qualcuno guardandosi indietro dirà “formidabili quegli anni!”, qualcun altro non sarà del tutto d’accordo.

Hermann torna a Schwabing, alla Fuchsbau, verso fine estate, sono tutti lì, come al solito hanno già aperto il pacco arrivato per lui, questa volta non da Schabbach ma da Dülmen, Westfalia, pieno di buone cose e bei ricordi di un’estate d’amore.

Ma il gioco sta finendo.

Arriva pallida, con i polsi fasciati, Clarissa. Si è esercitata giorno e notte al violoncello, è il suo feticcio, il suo surrogato d’amore.

Hermann pensa alla sua estate e mormora “Errori, sviamenti …”

__________________

Indice HEIMAT 2