1964 Schnüsschen
Capodanno 1964 a Schabbach, a casa di Schnüsschen.
Parenti a frotte, canti, brindisi e allegria di un mondo che non conosce gli smarrimenti della mente e la solitudine delle strade vuote di Monaco.
Schnüsschen ha lasciato Hermann in città per passare la festa in famiglia, le sue radici sono solide e la sua Heimat è lì, non esposta a dubbi. Determinata e sempre positiva nel suo ottimismo di provinciale senza qualità, e perciò così rassicurante, riuscirà dove nessuna donna è riuscita, e con lei Hermann troverà una pace strana, che avvertiamo necessaria, ma come subìta e accettata passivamente.
Nelle ore passate con Schnüsschen c’è un Hermann sconosciuto, come pacato in una quieta rassegnazione a recitare una parte.
Clarissa torna nei sogni, la sua figura si sovrappone a quella di Schnüsschen, immagini e ricordi si fondono nel ritmo surreale, diventano incubi, a volte, o visioni a distanza di gesti reali, come la rosa che a Parigi lei depone alla memoria di Joris Ivens, un omaggio di Reitz al grande documentarista olandese (le piogge di HEIMAT devono molto a Regen, cinepoema muto del ’29 di Ivens e alla magia visiva e sonora del suo montaggio antinaturalistico)
I sogni di Hermann : “Dò asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere, un cuore eccessivamente spontaneo che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale, che accompagna col piede la melodia delle canzoni che il mio pensiero canta, tristi canzoni, come le strade strette quando piove.” (F.Pessoa, Poesie inedite)
La realtà torna, le parole escono dalla sua bocca come staccate da lui:
“E se lo facessimo veramente?” dice a Schnüsschen
“Cosa?”
“Sposarci”
Primo piano sul suo sguardo incredulo, spaventato dalle parole che ha appena detto.
“Mi sono chiesto che cosa significhi esprimere un pensiero, un qualcosa di intangibile, irreale. Un pensiero espresso si trasforma in realtà”.
Dirle, le cose, è costringersi a farle e lui vuole questo, ora, il violinista pazzo ha suonato nel sogno…
Non fluì dalla strada del nord
né dalla via del sud
la sua musica selvaggia per la prima volta
nel villaggio quel giorno.
Egli apparve all’ improvviso nel sentiero,
tutti uscirono ad ascoltarlo,
all’ improvviso se ne andò, e invano
sperarono di rivederlo.
La sua strana musica infuse
in ogni cuore un desiderio di libertà.
Non era una melodia,
e neppure una non melodia.
In un luogo molto lontano,
in un luogo assai remoto,
costretti a vivere, essi
sentirono una risposta a questo suono.
Risposta a quel desiderio che ognuno ha nel proprio seno,
il senso perduto che appartiene
alla ricerca dimenticata. La sposa felice capì
d’ essere malmaritata.
L’ appassionato e contento amante
si stancò di amare ancora,
la fanciulla e il ragazzo furono felici
d’ aver solo sognato,
i cuori solitari che erano tristi
si sentirono meno soli in qualche luogo.
In ogni anima sbocciava il fiore
che al tatto lascia polvere senza terra,
la prima ora dell’anima gemella,
quella parte che ci completa,
l’ombra che viene a benedire
dalle inespresse profondità
lambite la luminosa inquietudine
migliore del riposo.
Così come venne andò via.
Lo sentirono come un mezzo-essere.
Poi, dolcemente, si confuse
con il silenzio e il ricordo.
Il sonno lasciò di nuovo il loro riso,
morì la loro estatica speranza,
e poco dopo dimenticarono
che era passato.
Tuttavia, quando la tristezza di vivere,
poiché la vita non è voluta,
ritorna nell’ ora dei sogni,
col senso della sua freddezza,
improvvisamente ciascuno ricorda-
risplendente come la luna nuova
dove il sogno-vita diventa cenere –
la melodia del violinista pazzo.
(F.Pessoa)
C’è in Hermann un rimosso che gli anni giovanili nell’Hunsrück hanno lasciato, un bisogno sempre negato ma sempre presente di radici che lo fa arrivare al matrimonio con questa ragazza, così diversa da quelle del mondo che ha cercato in città, soprattutto così agli antipodi da Clarissa.
Forse è una sconfitta, ma non è possibile prenderne atto ora, mentre i mesi passano alla ricerca di una casa, con le nuove amicizie di lei, con il ritmo frenetico dei preparativi.
E così, in una calda giornata di luglio, si ritrovano tutti in Municipio e poi, per il pranzo, da Elisabeth, ancora una volta ospitale e paziente con gli amici in cui ha creduto, fino a quando sono stati capaci di sognare il futuro.
La fine del futuro però si avvicina, sarà il titolo del decimo capitolo.
Molto è cambiato nello scontro con la realtà che un anno dopo l’altro ha rimodellato alcune attese, spento entusiasmi, negato qualche prospettiva.
“Questo paese non conosce né compassione né gioia” dice a Schnüsschen, sorridendo, Juan, il giocoliere che gioca con la sua vita, che non fa mai nulla di concludente e che lei non riesce a capire, nel suo pratico vocabolario è assente la parola Sehnsucht.
“Sono diverso da voi– continua Juan, mentre lei arriva con due grandi boccali di birra – L’uomo ha bisogno di qualcuno che garantisca per lui. Qualcuno che parli di te in modo competente. Tu hai la tua famiglia. Hermann ha i suoi concerti, le sue critiche e i suoi professori. Stefan, Reinhard e Rob hanno la loro produzione cinematografica. Si parla di loro, si sa chi sono. Io non sono nessuno, sono come un vino senza etichetta. Dovessi sparire nessuno se ne accorgerebbe”.
Schnüsschen vorrebbe dare a lui, a tutti loro, qualcosa della sua grande forza di donna incolta e solida, buona come tutte le persone ancorate alla terra, di una luminosità senza sospetti di ombre né minacce di oscuramenti, ma Juan anticipa, nel suo destino di déraciné, quel vagare senza approdo delle generazioni successive, figlie di una delusione storica che nel ’64 ancora si faceva fatica a credere possibile.
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Tornano in questo capitolo vecchie conoscenze, le feste per un matrimonio sono speciali e Marie Goot e zia Pauline arrivano dall’ Hunsrück con tutta la fatica avventurosa di chi non fa mai viaggi lunghi.
Non c’è Maria con loro, non vede Hermann da quattro anni, era incerta se venire, alla fine ha deciso che era meglio così.
Marie Goot è disorientata dal mondo che circonda Hermann, vede tante facce nuove e non crede che siano tutti amici di cui fidarsi, un sano buon senso contadino la rende diffidente mentre Pauline, come sempre, si fa abbagliare dai lustrini della mondanità.
Coppie vecchie e nuove festeggiano gli sposi, il clima di allegro disimpegno del mattino va pian piano decrescendo durante il pranzo, un primo piano sorprende per la prima volta Juan assorto, senza il suo eterno sorriso; seguiranno altri flash brevissimi, sfuggenti, mentre si isola dagli altri..
La macchina si sposta ora sul viso di Hermann.
Appoggiato allo stipite guarda la scena, tutti a tavola intorno alla torta e, sembra sia la proiezione del suo pensiero, appare improvvisamente Parigi, Clarissa attraversa la Senna, sullo sfondo la Tour Eiffel e un attimo dopo lei suona il violoncello per un’audizione importante che la porterà in America.
La festa continua fino a sera, qualcuno ha bevuto troppo, qualcun altro perde la calma, c’è nell’aria una strana elettricità.
Arriva Clarissa e il finale è ormai pronto.
E’ tornata dalla California, Jean Marie e Volker l’accolgono felici, Hermann la guarda impietrito, poi gli sposini spariranno nella loro nuova casa.
In giardino si accendono girandole, cantano i Beatles, uno sparo in fondo, tra gli alberi, è l’epilogo drammatico della festa nuziale.
Juan ha tentato il suicidio col fucile di Reinhard, ma non ce l’ha fatta ad ammazzarsi, Clarissa lo stringe, disperata: “Ma siamo amici noi due!” gli urla.
Ormai la festa è finita ed è finita anche la vita nella “tana della volpe”. Elisabeth non riconosce più gli amici del tempo in cui si riusciva sognare il futuro, non li vuole più lì, l’hanno delusa:
“Andatevene via per sempre, basta, non vi voglio più vedere, mi avete delusa, tutti!”
Perfino il buon Alex urla a Juan la sua rabbia per quello che ha fatto:
“Roba da pazzi! Questo è un affronto personale! Cosa ti salta in mente? E’ impensabile! Siamo esseri pensanti! E’ amorale!”
Una lunga carrellata sul grande tavolo che la signora Ries aveva preparato con tanta cura, triste come sono sempre le tavolate sfatte quando la festa è finita, poi la macchina si ferma sul fucile di Reinhard.
Sul prato, tutti, silenziosi, i ragazzi della Fuchsbau guardano in macchina, verso l’alto, mentre scorrono i titoli di coda.
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