Jaurès di Vincent Dieutre
Una pièce teatrale del 1975 per la regia di Valerio Vannini e un film del 2012 di Vincent Dieutre per ricordare Jean Jaurès.
Trentasette anni fra le due opere segnano la distanza, c’erano anni in cui quel nome era vivo e presente, nel film di Dieutre è una stazione metro di Parigi, rifugio di emigranti afghani.
Ma prima un breve estratto dall’ultimo discorso di Jean Jaurès a Bruxelles:
” … Quando venti secoli di cristianesimo sono passati sui popoli, quando da cento anni hanno trionfato i princìpi dei Diritti dell’Uomo, come avviene che sia possibile che milioni di uomini possano, senza sapere perché, senza che i dirigenti lo sappiano, scannarsi a vicenda? Quando vado nelle strade e nei sobborghi, io mi domando come, in ogni cuore di donna, ove vibrano i sentimenti materni, potrebbero agitarsi ben presto per volontà dei giovani i più oscuri terrori!
NOI NON CONOSCIAMO CHE UN TRATTATO. IL TRATTATO CHE CI LEGA ALLA RAZZA UMANA.”
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IL TEATRO
IL SANGUE DI LUGLIO
di Paolo Emilio Poesio, La Nazione, Firenze, 25 febbraio 1976:
“Il 31 luglio 1914, mentre Parigi viveva ore tragiche di tensione sotto l’incombente spettro della guerra pretestuosamente suscitato dalle revolverate di Sarajevo, un aiutante di campo, pallido come un cencio, irruppe nella sala ove si trovava riunito il consiglio dei ministri a portare l’annuncio che Jean Jaurés era stato ucciso da un esaltato nazionalista, in un caffè di Montmartre. Jaurés, il tribuno socialista, il pacifista convinto, l’idolo delle masse popolari, il fondatore del giornale L’Humanité poteva, con la sua morte, provocare una guerra civile. Pochi giorni prima che tuonassero i cannoni d’agosto, un assassino così impolitico, così intempestivo, rischiava di mettere in crisi l’anima stessa della Francia. E’ da questo delitto che a preso spunto Piero Boi per L’assassinio di Jaurés, la novità assoluta che il gruppo Teatro Incontro ha presentato lunedì sera a Rifredi, nel teatro della società di mutuo soccorso, con la regia e nell’adattamento di Valerio Vannini.
Boi non ha inteso, ovviamente, fare un dramma storico nella vecchia accezione del termine: ha piuttosto puntato – con un linguaggio che è ad un tempo veristico e immaginoso, concreto e pudico – a evocare da un lato la grande figura storica della vittima (che non aveva esitato a recarsi di persona da Guglielmo II per mediare la pace) e dall’altra quella del suo carnefice, prototipo di un nazionalismo esasperato, cieco, egoistico, Direi addirittura, che è proprio Raoul Villain, l’omicida, a diventare il protagonista del dramma. Personaggio grigio, incolore, privo di sostanziali motivazioni, lo vediamo processato dopo la vittoria del 1918, quando, cioè, l’euforia patriottica aveva buone ragioni per mostrare clemenza verso chi aveva “punito” con la morte quello che veniva ormai considerato, sulla pelle di milioni di morti e feriti, un disfattista; ma nel 1936, raggiunta la Spagna, Villain cadde a sua volta , sotto i colpi di chi non aveva dimenticato.
Tutto questo è tratteggiato attraverso immagini, allusioni, evocazioni, affidando il commento ad un personaggio-coro amaro, ironico, come può esserlo un clochard emarginato dalla società, osservatore spietato e non coinvolto- Figura teatralissima che dà forte sapore al susseguirsi degli episodi scenici in cui sono richiamati gli ultimi guizzi della belle époque, il massacro della prima guerra e il nascere dei totalitarismi nazionalisti.
La regia di Vannini (che mi è parsa più spedita e inventiva nel secondo tempo che nel primo) ha giocato a momenti con robustezza, altrove con qualche concessione di compiacimento formalistico, su luci, colori, movimenti ,non sempre potendo affidarsi del tutto ai valori recitativi (molti degli attori sono ancora in quella fase di rodaggio che solo le repliche penso, far superare). Nel complesso, lo spettacolo ha una sua dimensione stilistica che, ripeto,, verso la fine meglio si delinea con esiti di immediata convinzione. Degli interpreti, Paolo Santangelo, il clochard è certamente risultato il più autorevole e sostenuto; il disegno del personaggio esce completo e pieno di vigore popolaresco. Raffaello Castellani ha reso con esacerbata sicurezza le nevrotiche motivazioni dell’omicida; Ennio Macconi è stato un lucido avvocato difensore armato di tutte le armi della peggiore retorica; Antonio Mannelli ha sostenuto con vibrante sdegno la parte dell’accusatore; Bruno Cilla era Jaurés, un Jaurés ascetico, molto (e forse anche troppo) spirituale. Felice Isabella Qualiano, la moglie di Jaurés. Con loro vanno ricordati ancora Stefano Bartoletti Fabbri,Antonio Petrocelli, Paola Recami (che ha ben mimato “Madame la Guerre”), Cristina Carnesecchi, Lorenzo Fiorini, Maurizio Fontanini, Patrizia Naldi, Rosalba Irlandese, Eleonora Santini. Funzionali le scene di Bruno Cilla e di sicuro gusto i costumi di Rosalba Magini. Pubblico folto, attento e caldo successo.”
IL FILM
“Un film fragile, un dispositivo minimale” lo definisce il regista, fatto per vedere “…se esiste una relazione tra la tenerezza e una specie di generosità sociale”.
Sotto i ponti di Jaurès, stazione metro di Parigi che prima del 1914 si chiamava Allemagne, trovano rifugio profughi afghani.
Inedita convergenza di destini, beffa e paradosso, stravaganza della modernità, alterazione malata delle sue viscere se il grande fondatore de L’Humanité, foglio di teoria e prassi del socialismo liberale e democratico dei primi del Novecento, ora può fornire solo arcate in ferro e cemento contro la pioggia e il sole.
C’è chi guarda da una finestra e filma. E’ Vincent Dieutre:
“Jaurès non è un film premeditato. Ho ripreso le scene istintivamente, come per lasciare una traccia della mia storia d’amore con Simon. Nell’ultimo anno della nostra relazione, ho filmato quello che vedevamo dalla finestra del suo appartamento, dove passavamo la notte. Se qualcuno entra nella mia vita, automaticamente entra a far parte dei miei film. Ma Simon, il cui nome e la cui storia ho cambiato, non ha mai voluto apparire nei miei progetti. Filmare dalla sua finestra mi ha comunque permesso di intercettare alcune tracce della sua presenza. Similmente, l’idea di un dialogo con la mia amica Eva Truffaut, nel quale cerchiamo la verità che segue dalle immagini riprese, mi sembrava molto più pertinente di un testo narrato in prima persona.”
La ripresa è durata un anno, dalla sera al mattino presto. Ogni mattina Vincent doveva lasciare l’appartamento.
Teddy Award, premio della giuria alla Berlinale 2012, Jaurès è una camera digitale fissa sul mondo di fronte e sottostante; una finestra non sul cortile, lo spazio familiare del tempo che fu.
In un mondo senza più cortili si guardano le finestre di fronte, che i flussi luminosi dei diodi LED colorano di rosso, giallo e verde. Se lo sguardo scende in basso, sul Canale Saint-Martin, sotto il ponte Lafayette che i treni attraversano veloci, vede uomini e oggetti sparsi senza valore, qualche tendina canadese, tentativi di sopravvivenza a oltranza.
Afghani profughi che, prima o poi, spariranno in qualche operazione di bonifica di polizia.Per ora, e per alcuni mesi, restano dentro l’obiettivo di Dieutre.
Un film singolare, un esperimento felice di doppia focalizzazione, esterna e interna. Da un cono d’ombra affiorano due voci basse (la sua e quella di Eva Truffaut) e rapidi tagli danno luce ai volti davanti allo schermo su cui guardano le riprese, mentre lei domanda e lui spiega. Lo spazio urbano fuori della finestra si fa largo, rumoroso e silenzioso insieme, assordante per i convogli che sfrecciano sul ponte, insonorizzato dalla distanza per i gruppi di profughi che si muovono e parlano fra loro.
Questa la motivazione del premio:
“Formalmente e narrativamente eccezionale, questo film esplora l’impulso umano teso alla riconciliazione dell’individuo e delle sue emozioni con la politica. La giuria riconosce un’altissima qualità filmica di profondità e bellezza”
Tenere insieme finzione e documento, conciliare i livelli della rappresentazione intrecciando alla biografia lo sguardo sul sociale e il politico e dare a tutto questo la parvenza scorrevole di un sommesso colloquio d’amore. Poche parole e immagini al minimo, solo quelle di uno spazio esterno filtrato dall’occhio che guarda, mentre rievoca un amore segreto e profondo, ora concluso, ma quante tracce nella memoria e nelle rare parole!
Simon è una presenza/assenza costante, definita nei tratti fondamentali, nella sua identità di uomo sposato, attivista politico, sindacalista impegnato a tutto campo nel sociale, alla fine amareggiato e soprattutto incapace di conciliare le sue contraddizioni.
Ma Dieutre ne parla con tenerezza e rispetto, lo scrosciare della doccia, un fraseggio al pianoforte che Simon sta suonando non visto, qualche ricordo della sua infanzia raccontata all’amante, confondono i confini tra documentario e fiction autobiografica.
Il rimando fra realtà esterna e realtà della memoria è continuo, quei profughi aiutati di giorno sono gli stessi ripresi di notte dalla finestra. Fino alla fine delle due storie.
Erano già vecchi a quindici anni
morivano all’inizio della vita,
i dodici mesi si chiamavano dicembre,
quale vita hanno avuto i nostri nonni?
Tra assenzio e messe cantate
erano vecchi già prima di iniziare a vivere
quindici ore al giorno, con il corpo al guinzaglio,
lasciano sul viso un colore di cenere,
signorsì, sì mio buon padrone
Perché hanno ucciso Jaurès?
Perché hanno ucciso Jaurès?
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Jaurès
Francia, 2012 durata 83’
di Vincent Dieutre
con Eva Truffaut, Vincent Dieutre
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