Elias Canetti nasce a Rustschuk, in Bulgaria, da un’antica famiglia di ebrei sefarditi riparata nell’impero ottomano dopo l’espulsione dalla Spagna nel 1492.
Una breve permanenza a Venezia, lungo la via dell’esilio, aveva italianizzato il nome della famiglia dall’originario Caneta.
Racconta ne La lingua salvata, primo volume del trittico autobiografico[1]:
“ Rustschuk, sul basso Danubio, dove sono venuto al mondo, era per un bambino una città meravigliosa, e quando dico che si trova in Bulgaria ne dò un’immagine insufficiente, perché nella stessa Rustschuk vivevano persone di origine diversissima: in un solo giorno si potevano sentire sette o otto lingue. Oltre ai bulgari che spesso venivano dalla campagna, c’erano molti turchi, che abitavano in un quartiere tutto per loro, che confinava con il quartiere degli “spagnoli”, dove stavamo noi. C’erano greci, albanesi, armeni, zingari. Dalla riva opposta del Danubio venivano i romeni e la mia balia, di cui però non mi ricordo, era una romena. C’era anche qualche russo, ma erano casi isolati”.
La sua lingua originaria è lo spaniol, un ebreo-castigliano che sopravviveva nelle piccole énclaves ebraiche stanziate da quattrocento anni in quella zona. Il plurilinguismo è una condizione presente, oltre che nella comunità in cui vive, anche all’interno della sua famiglia, dove allo spagnolo si affiancano il bulgaro per la comunicazione con la servitù e il tedesco, parlato esclusivamente dai genitori fra loro.
E’ questa la “lingua incantata” [2] della loro complicità amorosa, appresa a Vienna dove, universitari, si erano incontrati nella comune passione per il teatro.
Canetti giunge a Vienna con la madre e i due fratelli nel 1913, all’età di otto anni. Il padre è morto improvvisamente due anni prima, in Inghilterra, a Manchester, dove aveva appena trasferito la famiglia per intraprendere un lavoro che lo affrancasse dal rigido rapporto di dipendenza dal padre, dittatore assoluto sulla famiglia.
La reazione del vecchio patriarca, ostile alla loro partenza dalla Bulgaria, era stata terribile:
“Quando alla fine vide che non riusciva ad ottenere nulla, pochi giorni prima della nostra partenza, lo maledì solennemente nel giardino di casa, lui, suo figlio, davanti a tutti i parenti riuniti che lo stettero ad ascoltare inorriditi. Io sentii come commentarono poi il fatto tra di loro: non c’è nulla di più terribile, dicevano, di un padre che maledice il proprio figlio” [3].
La morte del padre (evento traumatico per Elias che è il maggiore dei figli), costringe Mathilde Canetti ad assumere quel ruolo esclusivo di guida della famiglia che tanto influirà sulla formazione di Elias. Il rapporto con la madre sarà, per tutti gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, una fertile osmosi attraverso la quale si alimenterà la sua passione per il mondo dei libri e per la lingua tedesca, che lei gli insegna a otto anni con metodi severissimi, in pochi mesi, a Losanna (dove sosteranno in vista del trasferimento a Vienna).
Di questa esperienza Canetti racconterà [4]:
“Mi leggeva una frase in tedesco e me la faceva ripetere. Siccome la mia pronuncia non le piaceva, la ripetevo un paio di volte, fino a quando le pareva accettabile. Non accadeva spesso però e lei mi canzonava per la mia pronuncia, e poiché per nulla al mondo ero disposto a tollerare il suo sarcasmo, mi davo un gran da fare e ben presto cominciai a pronunciare le frasi in maniera corretta. Solo allora me ne spiegava il significato in inglese. Questo però non me lo ripeteva mai, lo dovevo imparare subito e una volta per tutte. […]Non mi ricordo quante frasi pretese che imparassi in quel modo durante la prima lezione, diciamo modestamente alcune; ma penso che fossero molte. Infine mi licenziò dicendo:” Ripetile per conto tuo. Non devi dimenticartene neanche una. Non una sola. Domani continuiamo”. Lei si tenne il libro e io mi trovai smarrito e completamente abbandonato a me stesso”.
Sul tedesco come lingua di adozione, lingua della scrittura scelta da tanti ebrei cosmopoliti, che vollero restituirle la dignità e la bellezza sconvolte dall’uso fattone dal potere, Canetti scriverà [5]:
“La lingua del mio spirito continuerà ad essere il tedesco e precisamente perché sono ebreo: ciò che resta di quella terra devastata in ogni possibile modo voglio custodirlo in me, in quanto ebreo. Anche il suo destino è il mio; io però porto in me un’eredità universalmente umana: voglio restituire a questa lingua ciò che le devo. Voglio in tal modo contribuire a far sì che si sia grati a loro per qualche cosa.”
E ancora, parlando di sè in terza persona:
“[…] Oggi con il crollo della Germania, tutto per lui è mutato. La gente quaggiù andrà presto in cerca della propria lingua, che le era stata rubata e sfigurata. Chi l’ha sempre conservata pura, negli anni del più acuto delirio, dovrà onorare il suo debito. E’ vero egli continua a vivere per tutti, e dovrà sempre vivere solo, responsabile davanti a sé come suprema istanza: ma oggi é debitore ai tedeschi della loro lingua:l’ha conservata pulita, ma ora deve anche pagare il debito, con amore e gratitudine, con gli interessi e gli interessi composti”.
Canetti trascorre a Vienna gli anni della giovinezza, vive esperienze importanti, fa gli incontri più formativi per il suo destino di uomo e di scrittore.
Il suo apprendistato letterario ha come sfondo quei caffè, quelle stanze in affitto per universitari, gli interni della borghesia illuminata d’inizio secolo, le sale da concerto, i “sacrari” come la casa di Alma Mahler
e le sale che risuonano delle frementi invettive di Karl Kraus[6] contro l’imbarbarimento della civiltà.
Vienna è una città dove il giovane Canetti vive anni molto intensi, che lasciano segni così indelebili nella sua memoria da essere richiamati in vita, a cinquant’anni di distanza (l’autobiografia è scritta fra il ’76 e l’85), con la stessa immediatezza delle storie vissute di recente.
La ricostruzione è evidentemente sottoposta a quei tagli prospettici che solo una vita quasi giunta al suo epilogo consente al ricordo; tanto più suggestiva risulta, allora, la lettura di quell’epoca attraverso il filtro della memoria che, selezionando, dà senso al vissuto e ne ricompone l’unità.
Da Vienna Canetti si allontana durante gli anni della guerra e fino al ’24; tornerà dopo una lunga parentesi trascorsa fra Zurigo e Francoforte. Da allora fisserà in questa città la sua residenza fino alla fuga, nel ’38, in seguito all’annessione nazista dell’Austria alla Germania.
E’ ormai un giovane adulto cosmopolita, le esperienze di vita lo hanno maturato presto e Vienna può colmare il distacco necessario dal nucleo famigliare che, peraltro, rimarrà sempre un punto di riferimento molto importante nella sua vita (non a caso il racconto autobiografico s’interromperà con la morte della madre, a Parigi, nel ’37).
Ha già conosciuto, giovanissimo, lingue e paesi, società e culture di mezza Europa. A Vienna incontra il gotha della cultura internazionale:scrittori come Joyce, Musil, Broch (a quest’ultimo si legherà di forte amicizia), artisti come Merkel e Wotruba, cui dedicherà un saggio nel ’55, musicisti come Berg e Scherchen.
Frequenterà la casa di Anna Mahler, figlia del grande musicista; due temporanei soggiorni a Berlino lo avvicineranno a Babel e Brecht.
Si alimenta in questi incontri la sua sete di conoscenza, che aveva trovato tanti anni prima, nella figura di Ulisse, il modello di riferimento.
Ricorda nell’autobiografia di essere rimasto ben presto affascinato dal mito dell’eroe omerico:[7]
“Ulisse, la figura in cui confluiva per me tutto ciò che era greco, divenne un singolare modello, il primo ch’io sia riuscito a comprendere con chiarezza, il primo da cui appresi più cose di quante ne avessi mai apprese da un essere umano, un modello compiuto e composito, che si presentava in molte metamorfosi, ciascuna delle quali aveva il suo significato e la sua collocazione […] Alla fine, senza che nessuno se ne accorgesse, egli finì in Auto da fé [8] che altro non è se non una testimonianza della mia profonda dipendenza interiore da Ulisse. Una dipendenza assolutamente completa e che oggi mi sarebbe facilissimo rintracciare in tutti i particolari; infatti so ancora perfettamente in che modo Ulisse stabilì la sua influenza sul ragazzino decenne, che cosa lo colpì immediatamente e lo colmò di inquietudine. Fu il momento dei Feaci, quando Ulisse, non ancora riconosciuto, ascolta dalla bocca del cieco cantore Demodoco la narrazione della propria vicenda e su di essa piange in segreto; l’astuzia con cui fa salva la propria vita e quella dei suoi compagni quando, di fronte a Polifemo, si fa chiamare Nessuno; il canto delle Sirene, che egli non si lascia sfuggire; e infine la pazienza con la quale, fingendosi un mendicante, sopporta le ingiurie dei Proci; tutte metamorfosi attraverso le quali Ulisse fa di tutto per diminuirsi, mentre l’episodio delle Sirene testimonia la sua incoercibile curiosità”
L’archetipo mitico si incarna nella vita errabonda di Canetti; il suo è un lungo percorso di cui Vienna non rappresenta solo una tappa se, a tanti anni di distanza, e dopo aver attraversato tutto il secolo, ne farà il centro dei suoi ricordi. A Vienna sono maturate coscienza critica e vocazione artistica e, guardata dalle pagine delle memorie, essa appare come la patria “mancata”, l’approdo del lungo viaggio, lo spazio che definisce anche il tempo della rammemorazione.
Ciò che accadrà dopo, dal ’38, e cioè dalla sua condanna, in quanto ebreo, all’esilio, appartiene alla storia.
Vienna appartiene, invece, alla sua “mitologia privata” [9].
Note
[1] E. Canetti, La lingua salvata, trad. A. Pandolfi e R. Colorni, Milano, Adelphi, 1977, p. 14
[2] E. Canetti, ibid., p. 39:”Quando il babbo tornava a casa dal lavoro, subito si metteva a parlare con la mamma. A quel tempo si amavano molto e tra loro usavano una lingua speciale che io non capivo, parlavano tedesco, la lingua dei loro felici anni di studio a Vienna.”
[3] E. Canetti, ibid, p. 52
[4] E. Canetti, ibid. pp. 96-97
[5] E. Canetti , La provincia dell’uomo,(1973), trad. F. Jesi, Milano, Adelphi, 1978, pp. 79 e 94.
[6] Karl Kraus domina la scena viennese fin dagli inizi del secolo. Di origine ebraica, fu un polemista che combattè battaglie solitarie contro l’omologazione e la massificazione, l’imbarbarimento della lingua e il monopolio culturale dei mass-media, il dito sempre puntato nella denuncia dei meccanismi del potere. Il suo giornale, Die Fackel, fu per anni il vangelo dei giovani viennesi, che correvano in massa alle letture pubbliche che egli faceva di opere sue e di altri. Antimilitarista convinto, mise sotto accusa la politica suicida del Kaiser e gli orrori della guerra in un’opera dal titolo emblematico “Gli ultimi giorni dell’umanità”, pubblicata nel ‘19. Bersaglio preferito di Kraus fu Francesco Giuseppe, simbolo dell’ottusità decrepita di una classe al potere incapace di rinnovarsi, inetta di fronte alle maree avanzanti dei nazionalismi, immobilista per non confrontarsi con le proprie contraddizioni. Di Kraus Canetti subì il fascino profondo per tutta la durata del soggiorno viennese; solo nel ’65 diede inizio ad un saggio su di lui, pubblicato nel ’67, per un’esigenza ormai ineludibile di descrivere la natura del suo legame con il maestro e quanto la sua figura avesse rappresentato in quel momento della sua vita. Sentiva ormai il bisogno di prendere le distanze da quello che vedeva come il limite di Kraus, il vuoto che gli creava intorno il suo “trinciare giudizi e condanne per il puro gusto di farlo” (E. Canetti, Karl Kraus, scuola di resistenza, ed. it. in Potere e sopravvivenza, Milano, Adelphi, 1974, p. 317). In Canetti, al contrario, l’istanza umanistica resta sempre centrale, pur nella considerazione disincantata della difficoltà di comunicare fra gli uomini. Le parole di Kraus separano, allontanano; per Canetti, invece, “non esiste nulla di più irresistibile dell’invito ad entrare nello spazio interno di un essere umano. E se la persona sa usare molto bene le parole, il suo silenzio accresce al massimo la seduzione. Cerchiamo di arrivare sino alle sue parole, e speriamo di trovarle dietro il sorriso: è là che esse attendono il visitatore” (E.Canetti, Il frutto del fuoco (1980), trad. A. Casalegno e R. Colorni, Milano,Adelphi, 1982, p.127).
[7] E. Canetti, La lingua salvata, cit., pp. 132-33
[8] Unico romanzo di Canetti, scritto fra il ‘30 e il ’31, pubblicato nel ’35, si colloca a pieno titolo fra le grandi opere della narrativa europea del ‘900 e contiene in nuce tutti gli sviluppi concettuali e i temi della produzione saggistica posteriore.
[9] M. Reich-Ranicki, Canetti über Canetti, in “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, 16 aprile, 1977.
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